Linee continue di inchiostro nero di china, sinuose, misteriche, eleganti, poi esplosioni di colori, dal blu al rosso, in raggi, in onde che trafilano dalle linee, che completano caratteri, emozioni, miti del passato, trasfigurano e profilano fisionomie, corpi. L’artista e pittore siciliano Sergio Di Paola ha esordito a Roma con la sua personale Numina – il palpito del Passato, la ricerca dell’Identità per la decima edizione del Rome Art Week. Un appuntamento capitolino avvenuto a ottobre e accolto nel giardino d’inverno di Palazzo Tittoni messo a disposizione dal Duca Luigi Catemario Tittoni di Quadri.
Desideravo scriverne per il grande impatto di quelle rappresentazioni. Basta uno sguardo e si sprofonda nella potenza, nell’energia che suscita sensi primordiali, a volte molto carnali, spesso fusi con il loro opposto, verso l’aspirazione al misticismo, al magico, diretti al cielo, come a liberarsi dal peso del concreto.
Unione fra terreno e divino, fra l’ordine e il caos come a richiamare l’antica leggenda egizia che vede contrapposti Horus e Seth.
Del resto, cos’è l’uomo?


Il momento d’arte messo in scena a Roma ha visto Gigi Vinci come ispiratore e creatore, eclettico protagonista delle serate palermitane e italiane dedicate all’arte in ogni sua forma, un vero trendsetter, anglicismo che nella nostra magnifica lingua italiana sta per persona che lancia o diffonde una nuova tendenza, nella moda, in uno stile di vita o in altro campo.
La mostra è stata curata dal critico d’arte Massimiliano Reggiani.
Per questa occasione romana, accanto a Di Paola anche un altro uomo dell’arte, Massimo Bomba, stilista, scrittore, amante ed esperto di Astrologia, anch’egli pittore, definito pure come eclettico demiurgo, vero esperto della simbologia, dell’arcaico, dei linguaggi dell’anima fra il passato, l’odierno e il futuro.
A festeggiare l’artista tantissimi amici e appassionati d’arte, molti in trasferta da Palermo e dalla Sicilia incontrandosi con i cultori di Roma, una convergenza resa possibile dalle capacità comunicative del Conte Emilio Petrini Mansi della Fontanazza insieme all’ingegno logistico e organizzativo di Donna Giulia Borghese sempre attiva in eventi culturali d’Italia.







Immagini dall’apertura della mostra
Al vernissage di Sergio Di Paola sono intervenuti anche molti aristocratici come S.A.R. il Principe Ravivaddhana Monipong Sisowath appartenente alla Famiglia Reale di Cambogia, il Marchese Vincenzo Grisostomi Travaglini, regista della lirica, i principi Giuseppe Grifeo di Partanna, giornalista e Danilo Moncada Zarbo di Monforte, psicanalista e ancora, il giornalista e critico cinematografico Claudio Caruselli.
Poi Josephine Pritchard Borghese, Laura Lattuada, Azzurra Primavera, Marco Coretti, Anadela Serra Visconti, Mariù Safier, Andrea Ripa di Meana, Eleonora Afan de Rivera Costaguti, Manuela Lascari Altieri, Andrea di Tommaso, Carlo Alvise Crispolti, Patrizio Imperato di Montecorvino, Laura Frattari.
Inoltre, lo stilista Jamal Taslaq, il professore Filippo Sallusto e altre figure di spicco.








Numina - il palpito del Passato, la ricerca dell'Identità, mostra suddivisa in tre cicli:
- I Ciclo. Dionysiacus
Dioniso, il volto del delirio
Il vero volto dell’amore
Hecate, la madre oscura
Presagio di Tiresia
Grido panico
- II Ciclo. Stirpis Solis
Ierogamia luminosa
Helios
Circe
- III Ciclo. Basilica
OCEANVS
Achille e Chirone
Herakles
Ierogamia Indotta
L’arimaspe e il grifone
Ierogamia forzata
Strazio di Ippolito
Pena di Fedra
Arianna, Anima Mundi
L’eco dell’assenza
Empietà d’Oreste
Tormento di Agave
Outis
Estasi di Ganimede
“La mia ricerca esplora la tensione tra visibile e invisibile, tra caos e ordine – racconta Sergio Di Paola – Affido all’inchiostro di china il ruolo di medium espressivo e varco interiore: nel contrasto assoluto tra bianco e nero, il segno incide il vuoto, mentre rosso e blu irrompono come presenze archetipiche sospese tra memoria e oblio, tra eco e silenzio dove l’inchiostro diventa materia viva della metamorfosi del divino. Le opere presentate in NVMINA sono per me emblemi di questo percorso. Realizzarle ha significato affrontare una sfida personale e creativa: abbandonare i formati contenuti a cui ero abituato per misurarmi con dimensioni più ampie in tempi ristretti. Questo mi ha portato a riconsiderare il rapporto con lo spazio e con la fisicità del gesto”.
Numina, plurale di Nume, la presenza e la volontà onnipotente della divinità, secondo l’originario significato latino, ma anche il dio stesso e qualunque essere divino ma, secondo l'uso poetico o enfatico, anche persona cui si deve profonda venerazione.
Come sottolineato da Treccani, il termine latino numen “è stato al centro di una vasta discussione che si riferisce all’originaria configurazione delle divinità romane, ma investe e implica anche problemi generali circa la fenomenologia del politeismo e dell’esperienza del sacro. La discussione ha visto schierati da un lato i sostenitori dell’autenticità e dell’originarietà del politeismo romano, dall’altro gli assertori di una religione romana antichissima carente e priva di immagini divine personali e definite, basata soprattutto sull’esperienza di un indifferenziato ‘divino’, paragonabile all’esperienza e alla rappresentazione del Mana o Manas (ndR: forza sovrannaturale-forza vitale) melanesiana, del Manitu (ndR: forza panenteistica vitale, spirituale e fondamentale) degli Algonchini” e altri.







Alcune delle opere di Sergio Di Paola in mostra a Palazzo Tittoni, Roma
L’esposizione si configura come un attraversamento iniziatico, più che come una sequenza di opere: una drammaturgia visiva che mette in scena la persistenza dell’archetipo nel linguaggio contemporaneo – descrive Gigi Vinci – I tre cicli, lungi dal presentarsi come compartimenti distinti, costituiscono le tappe di una progressione simbolica, in cui l’artista scandisce un itinerario che è insieme estetico e spirituale.
Il Dionisiaco inaugura il percorso nella forma del caos vitale. Le figure, immerse nel conflitto cromatico di rosso e nero, incarnano l’ebbrezza come forza generatrice e dissolutiva. Qui non si tratta di semplice evocazione mitologica: l’artista ci consegna la sopravvivenza di un nucleo istintuale che attraversa i secoli e resiste, sotto la patina della ragione, come forza irriducibile dell’umano. Il mito non è memoria, ma presenza bruciante.
Con La Genealogia del Sole, la tensione si eleva verso la dimensione cosmica. L’emblema del disco solare non si limita a riaffermare la ciclicità della vita: diventa matrice iconica di una genealogia senza tempo, radice e orizzonte insieme. Il sole, nella sua ierofania luminosa, unisce la caducità del mondo alla permanenza dell’eterno, inscrivendo lo sguardo in una continuità che abbraccia vita, morte e rigenerazione.
Ma è nel ciclo degli stucchi della Basilica Sotterranea di Porta Maggiore che la parabola artistica raggiunge la sua vertigine più sottile. La basilica, costruita nelle viscere della Roma imperiale, è da sempre enigmatica: un santuario misterico che sfugge alle categorie canoniche oscillando tra filosofia ermetica e religione iniziatica. L’artista non si limita a citarne i motivi decorativi: li assume come soglie di un linguaggio esoterico, rinnovandone la carica simbolica attraverso una grammatica dominata dal blu e dal nero. Qui il blu non è sfondo né semplice atmosfera: è un fuoco sacro, distinto dal fuoco solare che arde nel ciclo precedente.
Così, i tre cicli si congiungono in una dialettica dei fuochi: il rosso dionisiaco come pulsione primordiale, il solare come principio cosmico, il blu iniziatico come fiamma della conoscenza.







Solo alcune delle opere di Sergio Di Paola in mostra a Palazzo Tittoni, Roma
L’artista è nato a Palermo nel 1997 e fin da bambino è stato fortemente attratto dalle civiltà antiche e dai miti, dalla cultura egizia faraonica, da quella classica greco-romana, dal simbolismo, dalle leggende seguendo gli insegnamenti spirituali di civiltà e secoli scorsi. Sono cardini che hanno guidato lo sviluppo del linguaggio e della produzione artistica di Sergio Di Paola caratterizzandone l’identità creativa.
Forte di questa eredità umana, culturale e creativa, Sergio ha sperimentato molto a dispetto della sua giovane età. Ogni tratto della sua pittura ha sempre viaggiato fra i messaggi dell’anima e l’arcaico lascito delle antiche culture, è cresciuta nel substrato di leggende e miti creando un nuovo linguaggio visivo e una differente narrazione dell’animo umano, delle sue aspirazioni, dei suoi ricordi.
In questo modo dalle sue creazioni, dai tratti che macchiano le grandi pagine, emergono verità universali, esoterismo, mistero, arcaiche conoscenze che urlano, si contorcono, ballano, che ti osservano da visi, corpi, movimenti tratteggiati in fluide linee penetrate da colori improvvisi, cromie che sono frutto di una precisa esplorazione fra tonalità e combinazioni che compongono la luce.
“La mostra si sviluppa in tre cicli, ciascuno popolato da figure che ho cercato di incarnare, come in una catabasi spirituale alla riscoperta di un’identità antica che ci accomuna – prosegue l’artista – Personaggi che possono essere letti come stati d’animo: frammenti interiori che oscillano tra forza e fragilità, tensione e dissolvenza. NVMINA si configura così come una sorta di myesis: un percorso rituale in tre stazioni processionali che accompagna lo spettatore dal caos dionisiaco alla sacralità solare, sino al rigore misterico e ctonio della Basilica di Porta Maggiore”.
Tutto questo non è frutto di improvvisazione, ma di un preciso processo mentale e di sperimentazione visiva, un’evoluzione che ha avuto la sua chiave di volta nel 2019 quando Sergio Di Paola ebbe un grave incidente.
L’inevitabile pausa, la lontananza dagli ambienti artistici e dalle programmate presentazioni dei suoi lavori, gli hanno permesso di riflettere, di approfondire la sua ricerca espressiva come non mai prima.
Ecco quindi presentarsi antichi simboli che si sono sommati al suo bagaglio culturale e artistico, ma giunse anche all’esplorazione più spinta sull’uso di differenti materiali fra quelli possibili nel tracciare il segno e sui differenti supporti che avrebbero accolto il suo tratto.
Da qui il bianco candido di grandi fogli, il nero assoluto dell’inchiostro di china e colori assoluti a rappresentare esplosioni dell’anima.
Opere modellate da riferimenti mitologici, dall’unione di tradizione e innovazione artistica, dalla forte introspezione che brilla all’improvviso verso il mondo, dalla dinamicità dei moti della mente trasfigurata in espressioni e movimenti.
Come sottolineato da Massimo Reggiani, “Sono indiscutibilmente dei corpi che ci appartengono visceralmente. Cosa hanno di antico oltre i nomi delle singole divinità (Numina appunto, plurale di Nume) da sentirli dentro di noi più che immaginarli innanzi ai nostri occhi di odierni spettatori. Sergio Di Paola studia attentamente il mito, ma non si esprime da archeologo, da filologo, da appassionato di un mondo classico quasi perduto; l’artista lo rivive intimamente e quotidianamente, seguendo un procedimento di tipizzazione che già gli antichi avevano percorso nell’antropomorfizzare i propri dei”.
