Transizione alla Casa Bianca tutt’altro che pacifica. Trump non molla, si “incatena” idealmente alla scrivania dello Studio Ovale, fa partire denunce di brogli come per la Pennsylvania (20 voti elettorali per il futuro presidente, ora tutti per Biden), azioni legali che non faranno mutare mai le sorti in suo favore: basta fare qualche conto matematico, dettato anche dal buon senso. Sfugge l’occasione di comportarsi come vero capo di stato e riconoscere con coraggio la sconfitta? Sembra voler dividere ancora di più il Paese nordamericano. Una cosa è certa: mancherà l’eleganza del presidente uscente nella transizione 1992/1993, il repubblicano George Bush, quando cedette il posto al democratico Bill Clinton
Per il cambio al vertice degli Stati uniti d’America bisognerà attendere fino a gennaio 2021, ma non perché Donald Trump abbia fatto partire denunce su presunti brogli elettorali a suo sfavore. Il meccanismo per l’elezione del nuovo presidente è sempre lo stesso, dettato da un’agenda fissa per la transizione dei poteri, con date per verifiche, voto dei grandi elettori e altro ancora.

Per farla breve, entro il 23 novembre possono ancora essere ammessi voti mandati per posta entro la data fissata per le elezioni presidenziali. Non in tutti gli stati, molti hanno come termine massimo giovedì 12 novembre 2020. Quello di Washington, per esempio, ha come termine ultimo proprio il 23. Per legge, lo scrutinio dei voti continua fino alla data che ognuno degli stati dell’Unione ha stabilito come termine ultimo.
Fatto sta che osservando la tabella degli ultimi stati, quelli che erano “incerti” e che hanno sancito l’attuale vittoria a Joe Biden, questi sono ormai al 99 per cento dei rispettivi scrutini. Praticamente definitivi.

Ammettendo per assurdo che lo staff legale di Trump e le autorità dovessero rilevare alcuni casi non chiari nel voto in Pennsylvania, non sarà mai possibile colmare il vantaggio di Biden su Trump, pari a 47.566 voti (alle ore 11 dell’11 novembre 2020).

Con una nuova e assurda ipotesi, se la Pennsylvania e i suoi 20 voti elettorali passassero a Trump, la vittoria resterebbe a biden che dagli attuali 290 grandi elettori, passerebbe a 270, la soglia minima per essere eletto presidente.
Terza ipotesi assurda: le se prime due appena illustrate si verificassero secondo le tesi non provate da Trump, sarebbero da ricontare i voti in tutti gli Stati dell’Unione per allargare la verifica.
Le ipotesi di Trump risultano ancora più assurde perché se il Partito Democratico avesse messo in campo una gigantesca macchina dei brogli elettorali, lo avrebbe fatto anche per assicurarsi la maggioranza nelle due Camere in modo da rendere inespugnabile il governo di Biden… cosa che non è avvenuta: dopo le elezioni i Democratici sono riusciti a conquistare meno della metà dei seggi al Senato. Restando cosi la cosa, il governo Biden non avrebbe vita facile (vedere più sotto in questo articolo, le date del 3 e del 5 gennaio 2021).
I tempi per l’insediamento del nuovo Presidente Usa, un periodo lungo fino al 20 gennaio 2021
- Entro l’8 dicembre ogni stato dell’Unione deve ultimare i conteggi dei voti, eliminare ogni disputa eventualmente in atto, certificare e assegnare i rispettivi grandi elettori al candidato vincente nel territorio.
- Il 14 dicembre (per questo 2020 – la data varia da elezione a elezione in quanto deve essere il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre) si avrà il voto dei grandi elettori individuati grazie alle elezioni presidenziali: questi voti saranno inviati in diverse copie e con certificati allegati, ai diversi uffici e funzionari previsti oltre che alla presidenza del Senato. I grandi elettori sono funzionari statali scelti dalle formazioni partitiche e immessi in questa loro carica se la formazione politica e il suo candidato vincono nei rispettivi stati: sistemi di controllo assicurerebbero contro improvvisi e inaspettati voltafaccia dei grandi elettori.
- Entro il 23 dicembre i voti dei grandi elettori devono giungere a Washington.
- Il 3 gennaio 2021 la prima seduta di Congresso e Senato. Seduta che riprenderà il 5 gennaio per assegnare due seggi del Senato relativi alla Georgia: in questo stato le elezioni non hanno potuto proclamare un vincitore, quindi il ballottaggio sarà in Aula con i Democratici che sperano di accaparrarseli in modo di ottenere almeno 50 seggi, la metà del totale, cosa che fino a quel momento non avranno (oggi il voto elettivo nel Paese ha dato ai Democratici 48 seggi, resteranno in minoranza anche aggiungendo il voto di Kamala Harris, prossimo vicepresidente Usa e, di conseguenza, presidente del Senato).
- Il momento clou per la certificazione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America sarà il 6 gennaio 2021. Quel giorno Senato e Camera dei Rappresentanti si riuniranno in seduta comune nell’Aula della seconda. L’Assemblea sarà diretta da Mike Pence, vicepresidente della seduta. Quattro delegati conteranno i voti dei 538 grandi elettori riportando poi il risultato allo stesso Pence che certificherà il vincitore ascoltando anche gli interventi di senatori e deputati che volessero prendere la parola esprimendo possibili obiezioni.
- Washington, mercoledì 20 gennaio 2021, data fissata per la cerimonia di insediamento del nuovo presidente, il tutto nella cornice del Campidoglio. L’etichetta e la buona prassi vorrebbero che partecipasse il presidente uscente. Secondo voi Trump ci sarà? Domanda lecita perché a quanto pare, non ne avrebbe alcuna intenzione.
Guerra legale aperta e chiusura da parte di Trump che non accetta lo stato dei fatti. Viva i cavalieri di una volta, oggi quasi introvabili
Quando nel sommario di questo articolo ho accennato alla transizione 1992/1993 tra il repubblicano George Bush che perse le elezioni e il democratico Bill Clinton che le vinse, l’ho fatto a ragion veduta.
Le menti e la preparazione culturale degli uomini di quegli anni erano di alto livello. I personaggi di oggi, nei più svariati campi, ma ancora di più nella politica mondiale e italiana, dovrebbero andarsi a nascondere per evitare un confronto molto duro e perdente (per loro).
Quando Bill Clinton si insediò alla Casa Bianca, trovò una lettera lasciata per lui dal presidente uscente George Bush. Una missiva toccante che rendeva onore a entrambi questi uomini e a colui che aveva perso la battaglia elettorale.

“Caro Bill, proprio adesso, entrando in questo ufficio, ho provato la stessa sensazione di meraviglia e rispetto che avevo vissuto quattro anni fa. So che la sentirai anche tu – scrisse Bush nella missiva lasciata a Clinton – Ti auguro di essere felice qui. Io non ho mai sofferto quella solitudine che altri presidenti hanno descritto. Verranno momenti difficili, resi ancor più difficili dalle critiche che percepirai come sleali. Non sono bravo a dare consigli; ma non lasciare che queste critiche ti scoraggino o che ti spingano fuori strada. Quando leggerai questa mia nota tu sarai il nostro Presidente. Ti auguro il meglio. Auguro il meglio alla tua famiglia. Il tuo successo adesso è il successo del nostro Paese. Faccio il tifo per te. Buona fortuna. George“.
Oggi, invece, siamo al fondo del decoro e del “saper vivere”.
Donald Trump non ci sta: pur non avendo evidenze, punta i piedi, cambia vertici di organismi essenziali statunitensi, come Pentagono e servizi segreti. Sta facendo “pulizia” fra presunti traditori mettendo serie ipoteche sulla futura conduzione della Nazione.
Lo stesso New York Times evidenzia un fatto che va contro una consuetudine sempre seguita dal 1968: Joe Biden, pur essendo già protetto dai servizi segreti, non starebbe ricevendo i rapporti quotidiani dell’intelligence. Sia chiaro, nessuna norma sancisce che il futuro presidente sia informato su fatti che riguardano la sicurezza nazionale. Però, almeno dal 1968, tutte le precedenti amministrazioni hanno sempre autorizzato i successori eletti-vincitori a ricevere tali rapporti in modo tale che il giorno dell’insediamento fossero già pronti e avessero un quadro già piuttosto chiaro su questioni delicate.
Ma non c’è solo questo. Nel 2016 Barack Obama, perse le elezioni, due giorni dopo il voto avviò il processo di transizione dei poteri verso Trump.
Oggi invece è tutto fermo, bloccato. Dagli uomini di Donald Trump vengono messaggi che contraddicono la situazione e confermano la volontà del perdente di non voler mollare le redini del Paese. Mike Pompeo, segretario di Stato, promette il ritorno a un secondo mandato Trump secondo una “fluida transizione“. Poi Kayleigh Mcenany, la portavoce della Casa Bianca, con “Le elezioni non sono finite” rilanciando un possibile ribaltamento dei risultati elettorali.

Tutta una serie di comportamenti che approfondiscono e creeranno nuove spaccature in una società americana che al voto per il nuovo presidente è giunta già molto divisa.
La situazione è rovente, molto pericolosa, tanto che gli avvocati di Biden stanno valutando azioni legali contro l’amministrazione Trump. Al centro di questa possibile azione legale starebbe l’accusa di ostacolare illegalmente il normale corso degli eventi: per esempio, lo stop degli uffici che dovrebbero riconoscere formalmente la presenza di un presidente eletto e che non liberano anche i fondi per la transizione. La non-azione di questi dipartimenti è decisa dalla General Services Administration capeggiata da Emily Murphy… nominata da Donald Trump.
“Trump rifiuta di concedere la vittoria? É imbarazzante, un imbarazzo per l’intero Paese, ma non ha molte conseguenze. La transizione è iniziata e nulla la fermerà“, ha detto Joe Biden.










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