Anno 1799, 13 giugno, battaglia del Ponte della Maddalena, uno dei più antichi ponti di Napoli, istante della storia che vide la vittoria dell’Armata Sanfedista pro Borbone sulle truppe della neonata “Repubblica Napolitana”.
In apertura una sezione della tela dipinta dal Maestro Clemente Tafuri che ritrae la resistenza di 50 Pistonieri-fucilieri sanfedisti, insieme a civili, uomini e donne, sul ponte di Santa Lucia contro le ben più numerose truppe francesi dirette a travolgere Città di Cava.
NdR: i "pistoni" erano fucili di calibro maggiore, imbracciati in modo particolare, con appoggio sull'anca per assorbire il forte rinculo.
L’Inno dei Sanfedisti – testo
Composto dalla gente fedele ai Borbone come risposta polemica alla francese Carmagnola
(melodia attribuita al musicista napoletano Giuseppe Giordani)
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A lu suone d’ê grancasce
viva viva ‘o populo vascie,
a lu suono d’î tammurielli
so’ risuorte ‘i puverielli.
A lu suono d’ê campane
viva viva ‘i pupulane,
a lu suono d’î viulini
morte a li giaccubbine!Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva ‘o rre cu la famiglia.A sant’Eremo tanto forte
l’hanno fatto comm’â ricotta,
a ‘stu curnuto sbrevognatol’hanno mis’ ‘a mitria ‘n’capa.
Maistà, chi t’ha traduto?
chistu stommaco chi ha avuto,
‘E signure, ‘e cavaliere
te vulevano priggiuniere.Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva ‘o rre cu la famiglia.Alli trirece de giugno
sant’Antonio gluriuso
‘e signure, ‘sti birbante
ê facettero ‘o mazzo tante.
So’ venute li Francise
aute tasse n’ci hanno mise,
liberté… egalité…
tu arrubbe a me
i’ arrobbo a ttè…Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva ‘o rre cu la famiglia.Li Francise so’ arrivate
‘nce hanno bbuono carusate
e vualà e vualà
cavece ‘n culo a la libbertà!
A lu ponte d’â Maddalena
‘onna Luisa è asciuta prena,
e tre miedece che banno
nu’ la ponno fa’ sgravà.Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva ‘o rre cu la famiglia.A lu muolo senza ‘uerra
se tiraje l’albero ‘n terra
afferraino ‘e giacubbine
‘e facettero ‘na mappina.
È fernuta l’uguaglianza
è fernuta la libertà,
pe ‘vuje so’ dulure e panza
signo’, iateve a cuccà!Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva ‘o rre cu la famiglia.Passaje lu mese chiuvuso
lu ventuso e l’addiruso
a lu mese ca se mete
hanno avuto l’aglio arrete.
Viva Tata maccarone
ca rispetta la religione,
giacubbine jate a mmare
ch’ v’abbrucia lu panare!Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunziglie
viva ‘o rre cu la famiglia.
La “Repubblica Napolitana” era stata proclamata il 23 gennaio 1799, grazie al successo militare dovuto all’appoggio di formazioni militari francesi del generale Jean Étienne Championnet, truppe giunte durante la prima campagna napoleonica d’Italia.

Poche settimane dopo, il 7 febbraio, iniziò la missione del Cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Bagnara e Baranello.
L’alto prelato calabrese sbarcò con alcuni suoi fidi a Pizzo Calabro. Il suo obiettivo era di richiamare le genti a favore del Regno Borbone per combattere fino alla liberazione di Napoli dai repubblicani.
Grazie al Cardinale prese forma l’Armata Cristiana e Reale della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo, più brevemente l’Armata Sanfedista appunto, un vero e proprio esercito popolare: all’inizio era composta principalmente da contadini radunati per la prima volta a Punta di Pezzo-Villa San Giovanni, poi l’evoluzione e l’ampliamento.



Il Cardinale seppe farne un’ottima macchina da guerra e iniziò a risalire la Calabria vincendo ogni scontro militare. Non fu facile tenere sotto controllo gente che non aveva alcuna idea del regime militare, inquadrate in 23 formazioni che si univano alle 16 propriamente militari.
Da sottolineare che il Cardinale Ruffo dovette essere molto duro nel castigare gli eccessi violenti e saccheggiatori delle truppe non regolari.
A parte le forze messe in campo dai Borbonici fra partecipazione popolare e militari, altri elementi giocarono a sfavore dei giacobini napoletani sostenuti da Napoleone.
La Repubblica Napolitana non riuscì ad attrarre e a coinvolgere le classi popolari e i piccoli ceti borghesi sia di Napoli che quelli presenti negli altri centri urbani di rilievo.
Inoltre, la stessa Repubblica non si occupò delle campagne e dei piccoli borghi che non erano stati occupati dai francesi e che componevano il resto dello Stato Meridionale.
La situazione era molto fluida e conflittuale, c’erano continue rivolte senza contare gli episodi di violenza che scattavano a ogni scontro fra le truppe napoleoniche e i gruppi della Resistenza Sanfedista.
In più, i giacobini napoletani e il governo della neonata Repubblica fecero uccidere 1.563 cittadini del Regno napoletano dopo averli condannati in rapidissimi processi politici.
In questa atmosfera cresceva e prendeva forma l’Esercito della Santa Fede che doveva riportare Re Ferdinando IV di Borbone sul suo trono napoletano.
L’epilogo decisivo avvenne il 13 giugno 1799.
L’armata Sanfedista si attestò sul Ponte della Maddalena. Queste truppe si unirono ai Lazzari che mesi prima a Napoli avevano resistito ai francesi. Lo scontro fra gli schieramenti fu violentissimo. L’esercito dei repubblicani fu sconfitto e si ritirò.
Da qui si giunse fino al 22 giugno 1799 con la capitolazione di Castel Sant’Elmo e la fine definitiva della Repubblica Napolitana.
Uno degli eroi sanfedisti, uomo che dimostrò grande valore, fu il calabrese Nicola Gualtieri, detto Panedigrano.
Da giovane condannato all'ergastolo per alcuni omicidi, fu poi arruolato nell'Armata Sanfedista. Panedigrano spiccò per il coraggio e per saper comandare le truppe, dotato di una buona strategia, ebbe un ottimo ruolo a capo dei suoi mille forzati durante gli scontri più importanti e nella finale riconquista di Napoli.
I repubblicani avevano già lasciato Napoli il precedente 7 maggio. La città tornò a essere Capitale del Regno Borbone proprio quel 13 giugno quando il Cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo alla testa dei Sanfedisti rientrò fra le mura del nucleo urbano riportandola sotto il potere di Re Ferdinando.
Appena tornato il governo Borbone a Napoli furono processati più di 8.000 repubblicani e 105 furono condannati a morte (6 furono graziati, 222 condannati all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all’esilio).
La capitolazione dei repubblicani fu sancita con un trattato firmato da plenipotenziari del Regno Inglese, dell’Impero Russo e di quello Ottomano, naturalmente insieme a rappresentanti del Regno Borbone, quindi Edward Thaddeus Foote, Henry Baillie, Achmet e il Cardinale Fabrizio Ruffo insieme ad Antonio Micheroux, nato a Napoli, militate e diplomatico, figlio di Giuseppe, colonnello del reggimento Hainaut (nell’Esercito di Carlo di Borbone) e di Maria Luisa Désjean.
Ma con i Napoleonici non finì tutto in quel momento e sarebbero ritornati presto…
