Ancora sull’Amore, la passione di Pablo Neruda, “Tengo hambre de tu boca, de tu voz, de tu pelo…”

Pablo Neruda come mio nuovo capitolo sull’Amore con la sua “Tengo hambre de tu boca” incastonata fra tutti gli altri versi che mi hanno esaltato, colpito, che mi si sono incuneati nella mente e nel cuore, che ho fatto miei in questo blog. Sono moti che trascendono la razionalità, sono scelte volute e/o inconsce, nessuno può dare una spiegazione certa, da teorema.

Pablo Neruda – immagine da Treccani/Mondadori Collection

Leggete lentamente questi versi di Pablo Neruda – preparate i sensi – non trattateli da mera citazione.
Se non conoscete lo spagnolo, prima comprendetene bene il senso grazie alla traduzione in Italiano.
Poi tornate alla visione spagnola e ripercorrete le parole con tranquillità, sentitene… il profumo, avvertitene il colore.

È una fame molto fisica e spirituale insieme, le sensazioni di desiderio praticamente viscerale raccontate da Neruda sono evidenti nella fame d’amore come percezione, come avvertimento fisico o psichico non ben definito, ma descritto intensamente dal corpo e dalla natura legati insieme dalla passione.

La voce, il sorriso, la voce, i capelli, le ciglia dell’amata sempre al centro del richiamo e del desiderio, dell’obiettivo d’amore.

E poi le immagini che descrivono lei.

L’amore e il desiderio trasfigurano l’amata, “il fulmine impresso nella tua bellezza”, oppure “il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno”, la “pietra pallida delle tue unghie”, “… delle tue mani del colore di un fienile infuriato”.

Neruda usa espressioni potenti: “Voglio mangiare la tua pelle come una mandorla intatta (o cruda)”.

Chi ha gustato una mandorla fresca andando per mandorleti – io ho esperienza di quelli etnei – sa benissimo di cosa parla il poeta, a cominciare dal colore chiaro del frutto che può simboleggiare una splendida pelle.

“Tengo hambre de tu boca”

Tengo hambre de tu boca, de tu voz, de tu pelo
y por las calles voy sin nutrirme, callado,
no me sostiene el pan, el alba me desquicia,
busco el sonido líquido de tus pies en el día.

Estoy hambriento de tu risa resbalada,
de tus manos color de furioso granero,
tengo hambre de la pálida piedra de tus uñas,
quiero comer tu piel como unaintta almendra.

Quiero comer el rayo quemado en tu hermosura,
la nariz soberana del arrogante rostro,
quiero comer la sombra fugaz de tus pestañas

y hambriento vengo y voy olfateando el crepúsculo
buscándote, buscando tu corazón caliente
como un puma en la soledad de Quitratúe”

A seguire, tradotto in Italiano

“Ho fame della tua bocca”

“Ho fame della tua bocca, della tua voce, dei tuoi capelli, 
e cammino per le strade senza cibo, in silenzio, 
il pane non mi sostiene, l’alba mi fa impazzire, 
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno. 

Ho fame della tua risata sfuggente, 
delle tue mani del colore di un fienile infuriato, 
ho fame della pietra pallida delle tue unghie, 
voglio mangiare la tua pelle come una mandorla intatta. 

Voglio mangiare il fulmine impresso nella tua bellezza, 
il naso sovrano del tuo viso arrogante, 
voglio mangiare l’ombra fugace delle tue ciglia 

e affamato vado e vengo, annusando il crepuscolo,

cercandoti, cercando il tuo cuore, caldo 
come un puma nella solitudine di Quitatrue”.

Concludo con Quitratúe. È una località rurale nel comune di Gorbea, Regione dell’Araucanía, nel Sud del Cile, luogo di vasti e solitari paesaggi. Il nome deriva dalla Lingua Araucana dei Mapuche-Araucani-Reches, popolazione originale locale. la più numerosa fra Cile e Argentina. Quitratúe è composto dai due termini quethán-coltivare e da tuè-terra, che insieme stanno quindi per terra coltivata.

Chi mi ha toccato l'anima e ho inglobato in diversi articoli di questo blog?
Ho citato capitoli dalle epoche più diverse e dai personaggi più differenti nei ruoli e nel segno lasciato lungo la storia.
Le visioni di William Shakespeare, Jacopo da Lentini, l’Imperatore Federico II, San Tommaso d’Aquino, Mahatma - महात्मा “grande anima” Gandhi, il Faraone Ekhnaton-Akhenaton.
E poi le Liriche dal Papiro Harris 500-Fiori degli amanti, i Canti d’amore del Cairo, dall’ostraca del Cairo 25218, dal Papiro Chester Beatty I.
Infine, ma non perché siano gli ultimi, Lucrezio nel De rerum natura, Platone, Miguel de Cervantes Saavedra, Pedro Calderón de la Barca, Callimaco, Wei Gu-l’anziano, il filo rosso, l’anima gemella, Paulo Coelho.
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Oggi, in questa pagina, compare appunto Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Neftalí Reyes Basoalto, poeta cileno, Premio Nobel per la letteratura nel 1971, tra i più autorevoli della letteratura latino americana contemporanea.
Spiccò anche nella carriera diplomatica, senatore in Cile dal 1944 e nel 1949, a Città del Messico, fu eletto presidente del Congresso mondiale dei Partigiani della Pace.
Legato al presidente cileno Salvador Allende che lo aveva nominato ambasciatore del Cile a Parigi, morì nello stesso anno del Capo di Stato: il colpo di stato dei militari guidati dal generale Augusto Pinochet era concretizzato, nell'assalto del Palazzo presidenziale Allende, che si era rifiutato di arrendersi, morì.

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