Che Trump si metta l’anima in pace: ha perso. La Corte Suprema dice no al ricorso del Texas contro la vittoria di Biden

Permettendomi di scrivere in prima persona, posso affermare con quasi certezza che Donald Trump non si arrenderà ancora, anche se ogni sua vera arma è risultata del tutto spuntata, fallace, senza basi di verità, evanescente, un puro spettacolo. E proprio quest’ultimo gli è rimasto, far spettacolo fino e oltre il 20 gennaio 2021, data dell’insediamento di Joe Biden come nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America

L’ultimo assalto di Donald Trump si infrange contro lo stop dato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Incontestabile il conteggio dei voti in Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Quindi Joe Biden viaggia verso la proclamazione come presidente degli Stati Uniti.

L’edificio che è sede permanente della Corte suprema, si trova a Washington, DC. e fu completato nel 1935 – foto dal sito web della Corte

L’Alta Corte statunitense (link al sito istituzionale) ha respinto il ricorso promosso dall’Attorney General del Texas, Ken Paxton che era spalleggiato dai procuratori generali di altri 17 Stati dell’Unione, da 126 deputati repubblicani e da Trump stesso.

Così i nove magistrati (link alla loro pagina) – un giudice capo, l’onorevole John G. Roberts, Jr. e otto giudici associati – del maggiore organo giudiziario USA, sei dei quali nominati dai presidenti repubblicani (tre da Trump), hanno sancito anche in questo caso la vittoria del democratico Biden alle elezioni presidenziali del 3 novembre 2020.

I nove giudici della Corte Suprema – foto Getty Images

La sconfitta giudiziaria di Trump e del suo schieramento è stata caratterizzata da una brutta figura proprio per come la Corte Suprema si è espressa rifiutandosi totalmente di prendere in considerazione la causa intentata contro Georgia, Pennsylvania, Wisconsin e Michigan e i relativi conteggi elettorali pro Biden.

Stralci definitivi sulla vicenda nel comunicato della Corte Suprema: «La materia non rientra nei compiti assegnati alla Corte dalla Costituzione». Inoltre, la Corte ha comunicato come «il Texas non abbia un riconosciuto interesse giudiziario a contestare le norme di altri Stati nella materia elettorale»

Come sottolineato anche da testate statunitensi e dal nostro Corriere della Sera, tra i nove giudici, due – Samuel Alito e Clarence Thomas – si sono dissociati dalla risposta unitaria della Corte sostenendo che in realtà «la materia ricade nella nostra giurisdizione». Però lo stesso Alito ha aggiunto che ciò non significa accogliere nel merito le contestazioni texane. In breve… il risultato finale non cambia.

Su questo “romanzo elettorale” e sugli inefficaci, inconsistenti tentativi di Trump, più efficienti nello spaccare profondamente la società statunitense, ma privi di prove reali, ho già scritto tre articoli, a questo link il primo, poi il successivo a quest’altro link e infine il terzo cliccando qui.

Il ricorso “trumpiano” bocciato

L’8 dicembre 2020, momento della presentazione del ricorso alla Corte Suprema, Ken Paxton, procuratore generale del Texas, ebbe a dire che la «fiducia nelle nostre procedure elettorali è sacrosanta e vincola il nostro essere cittadini e gli Stati dell’Unione tutti insieme. Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin hanno distrutto questa fiducia e compromesso la sicurezza e l’integrità delle elezioni… Noi chiediamo ora alla Corte Suprema di intervenire e correggere questo errore macroscopico».

Paxton contestava il conteggio delle schede che erano arrivate negli uffici preposti dopo le elezioni del 3 novembre. A sostenerlo in questa azione i procuratori generali di Alabama, Arkansas, Florida, Indiana, Kansas, Louisiana, Mississippi, Missouri, Montana, Nebraska, North Dakota, Oklahoma, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Utah e West Virginia. Particolare non da poco: Kansas e Mississippi, stati dove la maggioranza degli elettori ha favorito Trump, hanno regole elettorali del tutto simili a quelle contestate riguardanti i voti espressi per posta. Lousiana, Kansas e Oklahoma hanno governatori del Partito Democratico.

C’era però una contraddizione che ha caratterizzato il ricorso di Paxton. Il contestato (dai trumpiani) meccanismo di accettazione dei voti postali è stato applicato in più stati dell’Unione, non solo nei quattro decisivi per la vittoria del democratico Joe Biden. Inoltre, la regola seguita in tutti gli Stati Uniti è stata di accettare il voto postale considerando solo quelli regolarmente espressi e spediti agli uffici prima del 3 novembre.

Al momento in cui Paxton ha presentato il ricorso, Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin lo hanno accusato di voler rovesciare la democrazia negli Stati Uniti.

Non era mai accaduto che negli USA uno Stato contestasse la normativa elettorale (o di differente tipo) in vigore in un altro stato membro dell’Unione.

Comunque, anche questa disperata mossa di Trump è stata bocciata, proprio dal massimo organo giuridico degli Stati Uniti.