La poesia lì dove meno te la aspetti? In mondi e situazioni vicine o lontane, da Emily Dickinson a Star Trek

Il mio amore ha le ali
Tenui, cose piumate
Aggraziate nella morbida curva

e nella punta affusolata


My love has wings.

Slender feathered things

with grace and upswept curve

and tapered tip

“La donna usignolo”, scritto dal poeta Tarbolde sul pianeta Canopus dell’omonimo sistema solare nel quadrante Beta della Via Lattea – dalla prima serie televisiva Star Trek, episodio 3, “Oltre la galassia” – “Where No Man has Gone Before”, in onda negli USA il 22 settembre 1966

La vita: o la domini o la subisci passivamente,
le volti le spalle e cominci a morire.

(Capitano Pike, prima serie, episodio 0, “Lo zoo di Talos” – “The Cage”)

Speriamo di non trovare mai spazi tanto grandi,
pianeti tanto freddi,
cuori e menti tanto vuote
da non riuscire a riempirli d’amore e di calore.

(Adams, prima serie, episodio 9, “Trasmissione di pensiero” – “Dagger of the Mind”)

Ci sono momenti di poesia e di riflessione anche in una serie televisiva fantascientifica. Star Trek iniziò in sordina, produzione non ricca, successo dubbio quando andò in onda per la prima volta. Poi l’esplosione di popolarità che ha permesso di espandere l’universo Trek in tantissime serie e film fino ai nostri giorni.

Molti non sospetterebbero neppure l’esistenza di momenti aulici in simili produzioni televisive immaginandole ricolme di situazioni con pistole laser, astronavi, basi spaziali, siluri fotonici, teorie scientifiche futuristiche e cose simili. Solo pura azione.

Nei fatti non sono solo questo. Sarebbe riduttivo, almeno per una buona/ottima produzione.

A fare questo errore valutativo sono i non conoscitori del genere, i non estimatori e chi non approfondisce.

Logica vuole che tra questi sceneggiatori e produttori non ci siano dei nuovi Dante o personaggi simili ai grandi del pensiero della letteratura. Tutto ciò però non esclude momenti di ottima riflessione che in queste storie immaginate si prendono il loro spazio (è proprio il caso di sottolinearlo) tra un’astronave e l’esplorazione della nostra galassia.

La prima poesia-citazione che ho qui inserito, “La donna usignolo” o “The Nightingale Woman – nel terso episodio della serie Star Trek – è la composizione di un immaginato poeta dal nome Tarbolde di un pianeta chiamato Canopus, considerato nel XXIII secolo “uno dei più appassionati sonetti d’amore degli ultimi due secoli”.

Nella realtà fu scritta da Gene Roddenberry, regista e produttore televisivo americano, noto come creatore della stessa serie fantascientifica Star Trek: Gene la scrisse quando era un aviatore (arruolatosi nel 1941) e la intese come poesia d’amore che un pilota rivolgeva al suo aereo [fonte: Star Trek Encyclopedia (link), seconda edizione, p. 324].

Nella loro parte iniziale questi versi mi hanno richiamato alla mente una creazione di Emily Dickinson. La poetessa americana descrive però la Speranza e non l’Amore: “Hope’ is the thing with feathers”, pubblicata postuma col titolo “Speranza” nel 1891.

La speranza è un essere piumato
che si posa sull’anima,
e canta melodie senza parole

e non finisce mai,
e più dolce nella burrasca si sente;
e violenta deve essere una tempesta
per poter confondere l’uccellino
che ha consolato tanti.
L’ho ascoltato nella terra più fredda
e sui più strani mari.
Eppure, neanche nella necessità più estrema,
ha chiesto mai una briciola di me.


HOPE is the thing with feathers
That perches in the soul
And sings the tune without the words,
And never stops at all,

And sweetest in the Gale is heard;
And sore must be the storm
That could abash the little Bird
That kept so many warm.

I’ve heard it in the chillest land,
And on the strangest sea;
Yet, never, in Extremity,
It asked a crumb of me.

Emily Dickinson
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