Perenne lotta per difendere il patrimonio culturale italiano

Da quando sono giornalista non ho mai smesso di scrivere sulla tutela del patrimonio storico, architettonico e archeologico italiano. Centinaia, forse migliaia di operazioni, dei Carabinieri TPC in primis, hanno portato a recuperi incredibili per dimensioni e numero di reperti fino al ritrovamento di piccoli ma preziosissimi tesori e opere d’arte. Tutte situazioni che danno l’idea della perenne lotta in difesa del patrimonio culturale italiano. Operazioni che non finiranno mai e che sono conseguenti all’enorme lascito a noi trasmesso nei secoli da una realtà storica ricca di geni, artisti, di rapporti commerciali con paesi del Mediterraneo e poi del mondo mentre le frontiere e le conoscenze geografiche si ampliavano.

L’ultima grande azione di recupero è quella del dicembre 2025 condotta dai Carabinieri del Gruppo Tutela Patrimonio Culturale di Roma coordinati dalla Procura Distrettuale di Catania e dalla Procura DDA di Catanzaro, operazione che ha portato al sequestro di circa 12.000 (!) reperti archeologici per un valore complessivo di circa 17 milioni di euro.
Tutto questo fu frutto della doppia indagine Ghenos-Scylletium che ha permesso di sgominare una rete di scavi illeciti tra Calabria e Sicilia connessi anche alla Germania e al Regno Unito. Un classico esempio di lotta contro quella che viene definita archeomafia.

Immaginatevi oltre 200 militari impiegati in questa azione.

I Carabinieri TPC ebbero il supporto dell’Arma dei Carabinieri dei territori coinvolti, con la partecipazione dell’8° e del 12° Nucleo Elicotteri Carabinieri e degli Squadroni Eliportati  Carabinieri “Cacciatori Sicilia” e “Cacciatori Calabria”, contestualmente nelle province del territorio siciliano (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Enna) e della Calabria (Crotone), estendendo le attività di delega anche a Roma, Firenze, Ravenna, Ferrara e Forlì-Cesena

Fermati diversi balordi che, anche legati alla criminalità organizzata, necessaria ai criminali per lavorare in così ampia scala e per massimizzare i profitti. Emesse 56 misure cautelari verso persone che, a seconda del loro ruolo nell’organizzazione criminale, sono state ritenute responsabili di molti reati:

  • associazione per delinquere
  • violazione in materia di ricerche archeologiche
  • impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato
  • impiego di denaro di provenienza illecita
  • furto di beni culturali
  • ricettazione di beni culturali
  • autoriciclaggio di beni culturali
  • falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali
  • uscita o esportazione illecita di beni culturali
  • contraffazione di opere d’arte
  • ricettazione.

Perché saccheggi di tale portata avvengono in misura così spiccata sul territorio italiano?

Dopo la fine dell’Impero Romano la gente del Bel Paese è stata sempre molto dinamica, dominatrice culturalmente anche se frazionata politicamente per gran parte della sua storia.
L’influenza delle repubbliche e dei regni italiani, da Sud a Nord, dalla Sicilia alle Alpi, ha sempre indicato la chiave per scelte sociali europee e non solo, ha dominato o influenzato scenari politici, usi e costumi nel mondo occidentale, ha dettato rotte artistiche e di bellezza.
Siamo stati sempre la chiave delle civiltà e delle nazioni in via di trasformazione e nascita. Non è presunzione sottolineare questo punto. Ricchezze e arte qui hanno avuto punti nevralgici.

Tutto questo però si paga a caro prezzo.

Nel passato eravamo nelle mire di altre potenze conquistatrici, soprattutto quando si trattò di ottenere una posizione dominante nel Mediterraneo, mare così vitale per i ricchi traffici da Oriente a Occidente e per quelli dal Nord-Centro Europa all’Africa.

Oggi l’obiettivo dei saccheggiatori è il vastissimo patrimonio culturale italiano.

I tombaroli sono sempre all’opera, comandati da trafficanti d’arte che, a loro volta, alimentano il mercato clandestino e internazionale di reperti archeologici (sottratti soprattutto dal ricco patrimonio del Meridione italiano) e poi dipinti, antichi libri, tutto da rubare e monetizzare. Senza dimenticare il concorso di collezionisti spregiudicati e, perché no, anche di noti e grandi musei del mondo che in tempi passati, comunque piuttosto recenti, hanno pure fatto a meno di controllare la documentazione di provenienza di molti oggetti: la priorità era appropriarsene.

Molto complesso proteggere un patrimonio così vasto in simili condizioni, anche con metodi tecnologici così innovativi che oggi sostengono le indagini delle forze dell’ordine.

Per questo abbiamo il primo nucleo investigativo al mondo che si occupa della protezione di opere d’arte, reperti archeologici, beni archivistici e quant’altro la storia ci ha lasciato. Mi riferisco ai Carabinieri TPC-Tutela Patrimonio Culturale che hanno preparato e formano altre forze dell’ordine nel mondo a occuparsi di questo compito speciale, Carabinieri che hanno il più grande database di opere perdute. Senza contare i bollettini periodici con immagini diffusi anche via app (iTPC Carabinieri) per chiunque la voglia scaricare: serve a dare notizia sugli oggetti da ricercare, mentre gli utenti possono segnalare musei o esposizioni dove sono esposte opere che potrebbero essere tra quelle trafugate dal nostro Paese.

I nostri Carabinieri TPC non sbagliano mai. Nonostante questo ci sono momenti di… contrarietà. Alcuni ostacoli possono frapporsi fra il loro lavoro e la felice conclusione di ogni aspetto delle operazioni.

Basta analizzare la doppia operazione Ghenos-Scylletium.
Analizzando i particolari di questa, come di altre indagini, dà l’idea di immergersi in un ottimo romanzo nello stile de I predatori dell’arca perduta o similare.
Spesso la realtà eguaglia o supera la genialità di molti fra i più noti scrittori e registi.

All’inizio le due indagini “Ghenos” e “Scylletium” erano separate, condotte parallelamente dai Nuclei TPC di Cosenza e di Palermo, non c’era evidenza che i due rami di investigazione fossero connessi.

Il punto d’origine comune è poi emerso nell’inchiesta “Ghenos”, quando i Carabinieri inquadrarono con precisione una squadra di tombaroli siciliani.
Questi ultimi trafugavano reperti in Sicilia, ma anche in Calabria unendo i loro sforzi con gli indagati nell’indagine calabra “Scylletium”.
Tutti insieme questi personaggi scavavano sepolture e aree archeologiche depredando il patrimonio storico delle due regioni. In particolare, il saccheggio in Calabria aveva riguardato i parchi archeologici nazionali di Scolacium, dell’antica Kaulon e di Capo Colonna.

La sottolineatura del Pm Francesco Curcio: “Ben 67 gli scavi abusivi tra la Sicilia, la Calabria, ma pure in altre regioni. È stato possibile ricostruire, grazie all’eccezionale lavoro dei Carabinieri, un’intera filiera illegale che va dal tombarolo al venditore, fino allo sbocco anche in importanti case d’aste in Italia e all’estero, come in Gran Bretagna e Germania”.

A questo punto chi sta leggendo questo articolo può immaginare la bellezza, la storicità e il valore di quanto fu recuperato dai Carabinieri togliendolo dalle mani dei criminali.

Fra i reperti sequestrati c’erano anelli, vasellame, fibule e almeno 7.000 monete antiche appartenenti a differenti tipi di conio raro, quindi di epoca greca, romana e non solo. Monete emesse, fra gli altri, nei territori della Magna Grecia e della Sicilia. Tra queste emissioni di antiche monete anche rarissimi pezzi in bronzo di eccezionale importanza storico-culturale appartenenti alle zecche di Heraclea, Reggio, Selinunte, Katane, Siracusa, Panormos e Gela.

Il tenente colonnello dei Carabinieri Diego Polio, Comandante del Gruppo Tutela patrimonio Culturale di Roma, fu molto chiaro: “Queste persone erano specializzate nella ricerca di monete che loro poi restauravano in proprio. C’era anche chi redigeva dei certificati falsi per attestarne l’autenticità e consentire la vendita e l’esportazione”

In tutta questa vicenda c’è stata una nota dolente che ha riguardato il nodo calabrese.
Proprio in questo territorio, come ebbe modo di spiegare il Pm Curcio, il gruppo criminale era al lavoro per “agevolare la cosca di ‘Ndrangheta chiamata ‘Arena’ che in tal modo consolidava anche il controllo del territorio nell’area del Crotonese”.

Purtroppo su questa sezione dell’inchiesta qualcosa non ha funzionato, oppure non erano sufficienti le prove raccolte sul legame con la criminalità organizzata: il 9 gennaio 2026 gli indagati nell’inchiesta Ghenos-Scylletium sono stati scarcerati/liberati. La cosa ha riguardato due arresti in carcere e nove ai domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha revocato tutte le misure restrittive.
L’inchiesta coordinata dalla DDA di Catanzaro nell’ambito dei saccheggi archeologici in Calabria ha avuto una conclusione mozzata.

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