Proverbi e detti sono frutto di secoli d’esperienza, parole di Sicilia, gustose come cannoli

Cu avi vucca e pinnulàri, n’avi bisognu di cummari. Frasi, proverbi e detti ci hanno circondati da quando siamo nati, non importa in quale paese, città, regione o dialetto. L’origine esperienziale e storica è sempre fondamentale, affonda le radici in fatti e avvenimenti differenti per ogni territorio. Per quanto mi riguarda è la Sicilia a popolare i miei ricordi e le mie ricerche.

La frase siciliana che ho messo all’inizio di questo articolo sta per Chi ha bocca e occhi, non ha bisogno della comare, quindi, Chi sa osservare e parlare sa cavarsela da solo.
Da sottolineare che letteralmente pinnulàri sarebbero i gigghia, le ciglia-sopracciglia, derivato dalla disposizione e forma, che pendono. Figurativamente in questo detto si riferiscono agli occhi.

Tutti sappiano che la comare è spesso colei che diffonde cose da sapere, conoscenze, pettegolezzi, fatti privati, figura che non è per nulla solo femminile – pure diversi maschietti sanno operare bene in questo ruolo -. Ma la comare diviene poco utile per chi sa invece giostrarsi a meglio nelle cose umane.

Le comari, personaggi che travestono l’essenza del loro operare in modo da figurare essenziali per far emergere la verità… ma sono presunte verità, osservate da particolari e comode prospettive, condite con insinuazioni che fanno risaltare caratteristiche gustose e, magari, aggiunte di punti fantasiosi ed esaltanti.

Detto ciò. la comare Cònzala comu vuò ca sempri cucuzza è.

Come dire, vestila e descrivila come più preferisci, ma sempre zucchina rimane, sempre quella è, nel senso più socialmente rilevante.

I detti e i proverbi sono perfetti per ritrarre situazioni e status sociali, anche nella loro tragicità. Poche parole sono capaci di scatenare un sorriso e una risata pur se il brevissimo racconto riguarda un’amara verità.
Una sdrammatizzazione momentanea che ha la capacità di radicare più profondamente una realtà nella mente di chi ascolta, di scatenare auto riconoscimenti.

A li poviri e a li sbinturati, ci chiovi ‘nta lu culu macari assittati.

Lo traduco per chi preferisce non sbagliare nel comprendere?

Ai poveri e agli sventurati piove nel sedere anche quando sono seduti, come dire che non gliene va mai bene una, la sfortuna si accanisce e non li molla.

Un po’ fatalista, come se non ci fosse modo di farsi valere e di migliorare la propria posizione. Sfiga a parte che, se c’è rimane.
Forse è più confacente alla realtà sociale del 1800 e dei secoli precedenti, anche se pure in quei periodi erano possibili cambiamenti di posizione per singoli e famiglie. Dal canto suo se la sfortuna si era accanita, poco c’era da fare.

Però a bon vasceddu nun manca timuni.

Se una barca, un vascello è buono, vuol dire che ha pure un buon timone, una buona guida.
Una buona famiglia, un buon gruppo di amici non può che avere un ottimo timoniere che ne rende sicura la navigazione.
Questo detto è adattabile alle più diverse situazioni e se il proverbio precedente sembra descrivere una condanna perenne, quest’altro invece è l’opposto: basta essere attivi e darsi da fare per riuscire a trovare un buon porto e un sicuro approdo. Socialmente parlando/scrivendo naturalmente.

Con la raccomandazione d’essere ottime guide, bisogna essere guardinghi e a saper valutare con attenzione, pena disastri.

Accatta n’ diavulu cent’unzi e non n’ minchiuni n’ sanaru, Compra un diavolo per cento once e non un fesso per un sanaro.

Il sanaro equivale ai nostri due centesimi.
Come dire che il risparmio non sempre porta a ottime scelte, il rischio è di trovarsi fra le mani qualcosa che serve a poco o un collaboratore poco valente se non per nulla.

E poi, Acqua davanti, ventu d’arreri e sapuni moddu sutta ‘e peri.

Qui siamo in una piena definizione di persona che non si vorrà più incontrare.
Nella propria funzione di guida personale, della famiglia o di amici, deve esserci stato un errore cui bisogna porre riparo.
Per esempio, abbiamo conosciuto una persona che sembrava a posto, ma poi ci siamo accorti che è il peggio del peggio, meglio starle lontani come fosse una pestilenza.

Acqua davanti, ventu d’arreri – quindi – acqua davanti e vento dietro, come una barca che acquista velocità affrontando il mare grazie al vento che gonfia le vele.
L’espressione è intesa come allontanarsi da una persona inizialmente piacevole e simpatica, ma poi, conoscendola, l’unica cosa da fare è distanziarla per non incontrarla più.

C’è anche una seconda visione di questo detto, ma non muta il significato intrinseco.
Immaginate una figura che si allontana nelle assolate campagne siciliane. A questo punto è come se invitassimo il vento a spingere il tizio/la tizia sempre più lontano da noi mentre una forte e improvvisa pioggia gli fa accelerare il passo perché deve trovare un riparo.
Il sapone molle sotto i piedi sta come ulteriore augurio, un bel percorso scivoloso in avanti in modo che sia ancora più veloce.
Scivolando si potrebbe rompere il collo cadendo?
Spero che qualcuno non auguri anche la caduta a colui/colei che si sta allontanando verso l’oblio, anche perché potremmo trovarci nella sgradevole situazione di dover aiutare il personaggio che sciddicò o attruppicò (che è caduto scivolando o inciampando).

In breve, vattene via e sparisci in fretta!

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