Ci sono giornalisti e giornalisti. Ci sono i dipendenti, gli interni alle redazioni che oggi scioperano per il rinnovo di un contratto scaduto da dieci anni. Poi esistono i giornalisti collaboratori e qui iniziano i dolori più profondi. I secondi sono quasi sempre snobbati e trascurati pur lavorando in orari che i “dipendenti” neppure si sognano, lavoratori che rappresentando buona parte dell’ossatura del prodotto editoriale di una testata, un giornale stampato, online, radiofonico o televisivo che sia. I collaboratori costituiscono una realtà conosciuta nei particolari sia dai giornalisti dipendenti che dai direttori, vicedirettori, caporedattori, capicronaca e, naturalmente, dagli editori. Anche i vari organi che rappresentano e difendono i giornalisti sono a conoscenza di tutto.
Le testate giornalistiche, a cominciare da quelle più grandi, entrerebbero in grande crisi senza l’apporto dei collaboratori.
Eppure, non si parla quasi mai di questi cercanotizie, delle loro condizioni di lavoro estremamente provvisorie, evanescenti e ben poco remunerate, in molti casi con pagamenti anche NON mensili, ma ogni tre o sei mesi fino ai casi estremi in cui alcuni colleghi non vengono pagati per un anno o due se non di più.


I giornalisti dipendenti scrivono tramite gli organi di difesa e rappresentanza della categoria: “Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto”.
A chi legge consiglio di entrare nel dettaglio di questo articolo. Le idee si schiariranno un po’.
Chi è il giornalista collaboratore (professionista o pubblicista che sia), quanto è pagato e cosa non gli viene consentito d’essere
Sono casi di vita molto comuni che esistono da così tanto tempo che non saprei quantificare il numero di decenni. Sì, decenni e decenni.
Rammento una collega di grande valore, spesso nominata la regina della nera, conosceva ogni poliziotto, carabiniere, finanziere, ladro, furfante di ogni tipo in una determinata area della provincia di Roma. Come collaboratrice lavorava per un’agenzia stampa nazionale.
Ai tempi, ovunque si trovasse e in qualsiasi situazione, lei si fermava, scarabocchiava il suo articolo su un taccuino e poi lo dettava telefonicamente ai dimafoni, addetti in redazione che trascrivevano battendo sulla tastiera di un terminale quel che lei dettava loro.
Il valore dato ai suoi lanci?
Era di circa 3 euro. Oppure di circa 5 euro per pezzi cui serviva un approfondimento. TUTTO al LORDO, non è un compenso netto. Cifra che variò poco negli anni. Adesso non ricordo se era previsto un microscopico pagamento anche per qualche foto che le era richiesto di inviare alla redazione.
Considerate che questa lauta ricompensa doveva servire a remunerare anche il consumo carburante dovendo girare fra cittadine, paesini e lande desolate, ma lei doveva pagarci pure i rapidi pasti consumati al volo nella continua e quotidiana rincorsa alla notizia.
Considerando altre storie andava e va un po’ meglio in testate di quotidiani nazionali ben noti o maggiormente diffusi in precise aree italiane come il Centro, il Nord e il Sud Italia.
MA QUANTO andava e va meglio economicamente per i collaboratori?
La remunerazione pari a circa 8-15 euro ad articolo, sempre CIFRA LORDA. Il prezzo dipendeva e dipende dalla grandezza del pezzo decisa dalla redazione, quindi dall’argomento e dal relativo posizionamento in pagina: taglio basso o alto, spalla, taglio centrale, apertura di pagina, apertura di sezione (cultura, sport, cronaca cittadina o nazionale ecc). Meglio ancora per un’apertura di giornale.
A un certo punto gli editori, per risparmiare sui fotografi, dissero ai collaboratori di scattare loro le foto relative ai loro articoli. Naturalmente ogni scatto sarebbe stato pagato, non quanto un articolo. L’indicazione iniziale era al lordo – già ridicola- quella che, come di consueto, diminuiva nella lista indicante il compenso netto nella nota di accredito.
Del resto se si voleva e si vuole lavorare, “o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”.


Come avviene costantemente, piaci ai responsabili della redazione e al direttore, se sei di valore, se fai inchieste interessanti, anche quelle pericolose di nera, magari pure di notte indagando su varie realtà per nulla comode per la personale incolumità, se dimostri che per te il sonno, il fine settimana, gli orari, le festività non esistono.
Piaci molto se dimostri che tieni, ami e desideri la continuità, all’incirca perenne, del tuo impegno quotidiano e orario.
Allora, in queste condizioni, per te scatta il premio.
Quale premio?
Un fisso da collaboratore.
Il fisso, dimostrazione costante di quanto il tuo giornale tenga a te, un obiettivo tanto bramato che può benissimo partire da… 300 euro al mese!
Sì proprio 300.
Più evanescente è lo step successivo a circa 500 euro e molto, più in là con il tempo.
Si può sperare in una remunerazione fissa più corposa. Evenienza ancora più rara perché conviene poter contare su chi scrive ottimamente ed è giornalisticamente un cane da tartufo, ma da pagare poco, un collaboratore da tenere sulla lama del rasoio raccontandogli anno dopo anno di possibili assunzioni.
Gli anni passano in questo modo, parallelamente inizia a spegnersi il sacro fuoco della penna o la voglia di impegnarsi a tutta forza,
Se il tuo lavoro tanto desiderato da giornale, è così ben valutato, ma valutato economicamente quanto una miseria, quella che compare negli accrediti sul tuo conto, certo che l’entusiasmo si spegne.
La situazione peggiora quando arriva un direttore responsabile capace di dire a tutti i collaboratori una frase del tipo, “bisogna produrre di più, scrivere di più, aumentare le inchieste e gli articoli, ma non vedrete un solo euro in più”.
Accade ed è accaduto.
In questo caso scatta la ribellione interna. Alcuni dei colleghi dipendenti mostrano un’espressione imbarazzata quando apertamente si esprime la propria indignazione a voce ferma e chiara.
Però nulla cambia.
Con le pacche sulla schiena e i “sì, hai ragione, è vero” non ci si riempiono i portafogli.
A che serve che il proprio lavoro sia molto apprezzato se il trattamento è quello appena descritto?
Si manifestano altre situazioni ben precise e assurde.
Sei bravo, apprezzato in redazione, ma sei stimato pure dai tanti contatti personali e della testata per la quali lavori, la tua professionalità e il tuo stile sono riconosciuti dalle persone che leggono il giornale, dai personaggi istituzionali, dalle forze dell’ordine, da enti e tanto altro. Vai in missioni in Italia e all’estero per eventi ben precisi ai quali sei chiamato, inviti stampa, conferenze ecc.
Poi l’incanto si spezza per una linea di ragionamento che ha dell’incredibile.
In breve, un nuovo responsabile di redazione, nuovo per la carica acquisita, ma già presente da anni nella stessa redazione, decide che una testata giornalistica non può essere rappresentata da un collaboratore, ma solo da un giornalista interno, solo da un dipendente.
In breve, questo ruolo non può ricoprirlo un collaboratore.
Così per te vengono chiuse le porte verso contatti di un certo tipo (anche perché articoli su quegli argomenti li danno solo a colleghi interni, neo unici rappresentanti del giornale).
Così, per esempio, devi cestinare gli inviti a eventi all’estero: non puoi rappresentare il tuo giornale.
Sono giochi, giochini e giochetti ultra conosciuti da decenni, più evidenti o meno pronunciati a seconda delle redazioni, da quelle in mano a personaggi non proprio “valenti”, alle altre coordinate da responsabili più coscienziosi… comunque sono atteggiamenti sempre presenti, più evidenti o più sfumati, ma presenti.
Eppure le redazioni devono gran parte del prodotto editoriale ai collaboratori: senza di loro sarebbe rovinosa situazione.
Ma tant’è.
Il palco oggi è per i giornalisti dipendenti, gli interni, per il rinnovo del loro contratto di lavoro scaduto da dieci anni, per uno sciopero di cinque giorni temporalmente a macchia di leopardo (la prossima astensione dal lavoro sarà il 16 aprile 2026).


Il comunicato sindacale Fnsi sui giornalisti dipendenti in sciopero
FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana – Oggi le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da dieci anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile.
Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.
Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.
Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani.
Dal 1° aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.
Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia.
Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.
La risposta della Fieg sui giornalisti dipendenti in sciopero
FIEG, Federazione Italiana Editori Giornali – In un contesto di grave crisi strutturale per aziende e lavoratori i contributi pubblici hanno consentito alle imprese editoriali di continuare a produrre e distribuire informazione di qualità e di affrontare le sfide del digitale e dell’intelligenza artificiale.
Gli editori della FIEG, nonostante la riduzione delle copie medie giornaliere vendute da 2.500.000 del dicembre 2016 a poco più di 1.000.000 oggi ed un dimezzamento dei ricavi nell’ultimo decennio hanno impiegato ingenti risorse proprie per garantire il pluralismo dell’informazione, gli investimenti sui prodotti e soprattutto la tutela dei posti di lavoro permettendo al comparto di essere uno dei pochi in Italia dove non si registrano licenziamenti collettivi.
Si è infatti riusciti a scongiurare i licenziamenti senza invocare privilegi, ma attraverso il ricorso alle norme di settore – che impongono sia rilevanti investimenti sia nuove assunzioni – e ciò è sempre avvenuto con il consenso del sindacato.
I finanziamenti per il prepensionamento non sono stati «ricevuti» dalle aziende, ma finanziano direttamente l’accesso alla pensione anticipata dei giornalisti.
La situazione è peggiorata con la concorrenza dei contenuti gratuiti diffusi dalle piattaforme digitali e dai social media che, senza avere la responsabilità e i costi degli editori, fanno sì che sempre più utenti ricevano informazioni, spesso di dubbia qualità, senza accedere direttamente ai siti editoriali provocando la diminuzione della base di utenti e dei ricavi pubblicitari. E anche in tal caso si è perseguita la strada della responsabilità evitando interventi drastici sui livelli occupazionali.
Nonostante le gravi difficoltà del settore, che certamente non sono imputabili agli editori, visto la presenza delle medesime criticità anche negli altri Paesi, ci troviamo di fronte ad un sindacato che non ha mostrato alcuna volontà di sedersi al tavolo per affrontare la sfida della modernizzazione del contratto nazionale di lavoro, preferendo trincerarsi dietro richieste economiche di recupero dell’inflazione che è già garantita dagli automatismi retributivi del contratto.
Gli editori ritengono, pertanto, poco costruttiva la posizione della FNSI di proclamare un nuovo sciopero in un momento difficile come quello odierno e di rompere unilateralmente le trattative respingendo, a contratto invariato, un’offerta economica sostenibile e comunque superiore a quella dell’ultimo rinnovo.
