Referendum costituzionale sulla magistratura, l’Italia rifiuta la riforma Meloni-Nordio: conseguenze, i defenestrati, chi si attacca alla poltrona…

Vince il NO al Referendum costituzionale sulla magistratura, circa 16 milioni di italiani, su quasi 30 milioni di votanti, hanno rifiutato la riforma Meloni-Nordio, definitivo fattore politico che adesso porta subito a inevitabili conseguenze. Intanto si sono dimessi Andrea Delmastro (Fratelli d’Italia), sottosegretario alla Giustizia e Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio.

L’uscita di campo di Delmastro sembra però più legata agli sviluppi della vicenda che lo vede partecipante alla società per la gestione di un ristorante intestato alla figlia 18enne di Mauro Caroccia, personaggio condannato a quattro anni di reclusione – già in carcere da febbraio – per intestazione fittizia di beni, azione compiuta per conto del clan Senese (Camorra).
Per quanto riguarda la Bartolozzi, a chiusura delle indagini preliminari sulla vicenda Almasri è indagata per false informazioni ed è colei che in campagna referendaria il 9 marzo dichiarò “Votate SI e ci togliamo di mezzo la magistratura, sono plotoni di esecuzione”.

Fatto sta che la Meloni furiosa vuole fuori dal governo tutti i membri che hanno situazioni giudiziarie capaci di creare imbarazzo. C’è da chiedersi cosa si prepara per il ministro Santanchè, quanto ancora lei durerà. Palese il messaggio scritto in una nota di Palazzo Chigi: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, esprime apprezzamento per la scelta del Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione. Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè”.
Dalla Santanchè, fino a questo momento in cui scrivo, nulla arriva… neppure la mediazione di Ignazio La Russa ha convinto la ministra a dimettersi. Sarà necessario un voto di sfiducia affinché i parlamentari e la Meloni la vedano andare via?

Comunque, il primo a essere colpito da questo voto referendario è il programma di riforme che la maggioranza di centrodestra si era prefissa, a cominciare dal cosiddetto premierato.

La presidente del Consiglio ha sottolineato, “Resta il rammarico, è un’occasione persa, ma andremo avanti come abbiamo sempre fatto”.
Sarà molto arduo andare avanti come prima e, probabilmente, sarà pure infruttuoso per il poco tempo rimasto a questa legislatura.

Proprio la riforma del premierato, l’elezione diretta del capo del governo italiano da parte dei cittadini, fu definita dalla Meloni come la madre di tutte le riforme.
Era fra gli obiettivi primari della presidente del Consiglio, ma fu poi messa in secondo piano preferendo rincorrere la riforma sulla gestione della magistratura con la separazione delle carriere fra i giudici e i requirenti/pubblici ministeri.
Perché premierato in secondo piano?
Probabilmente fu giudicata una riforma di minor presa sulla mente e sulla pancia della gente rispetto a quella sulla magistratura.
Adesso però il referendum ha sancito la volontà popolare di bocciare la ristrutturazione degli organi giudiziari stabilendo la sopravvivenza dell’attuale composizione dettata dalla Costituzione.

Manca un solo anno alle elezioni politiche nazionali, entro la primavera del 2027, ergo, visti gli ultimi risultati, il premierato potrebbe avere un destino ancora più infausto se proposto alle urne. Ma poi mancherebbero i tempi tecnici, soprattutto per una maggioranza che oggi soffre di qualche mal di stomaco supplementare.
Non basteranno purghe-dimissioni-agnelli sacrificali o altri rimedi.

Sembra proprio impossibile che in circa 365 giorni la Meloni e la maggioranza Fdi, FI, Lega possa mettere a segno un risultato positivo.

La leader del popolo è stata bloccata proprio dalla gente.

Dal 23 marzo in moltissimi si stanno arrampicando su ogni specchio possibile fra giornali e trasmissioni televisive per spiegare in ogni modo il risultato della votazione.

Naturalmente primeggiano coloro che vogliono togliere valore al voto. Fra questi, purtroppo, ho trovato qualche giornalista e anche direttori di testate.
La loro affermazione principe?
Il voto sarebbe in buona parte spiegabile dal voler andare contro la Meloni, una sorta di crociata contro il centrodestra trascurando i dati fondanti della proposta di riforma per la magistratura.

A dir la verità la campagna referendaria è stata ignobile per le spiegazioni NON date alla gente da entrambi i fronti (se non per soli accenni, sempre gli stessi) e per aver spinto i propri “fan” gli uni contro gli altri utilizzando messaggi del tipo dagli alla sinistra e dagli alla destra (non metto le frasi più consuete e peggiori).
Non c’è schieramento politico che possa dirsi virginale sulla povertà di questo atteggiamento.

Del resto, è più facile aizzare le folle le une contro le altre, dagli spazi social e dalle trasmissioni televisive, rispetto al far capire le vere motivazioni alla base di un SI o di un NO, al dare un’idea precisa dei cambiamenti, delle loro ripercussioni negative e positive.

La comunicazione scelta dalle formazioni politiche ha miseramente fallito: è stata povera, scarna, assurdamente emotiva e speculativa.

Guardando ai diversi referendum votati in questo XXI secolo è palese come la maggioranza dei cittadini chiamati alle sezioni elettorali scelga la forma costituzionale progettata e redatta dai padri costituenti. Primeggia la Carta approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata il successivo 27 dicembre dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. La Costituzione della Repubblica Italiana che entrò in vigore il 1º gennaio 1948.

A questo punto, qualsiasi forza politica si prefiggesse mutazioni alla Carta fondamentale dovrà capire che un progetto del genere sarà attuabile solo con una maggioranza e una forza di intenti basata su una convergenza politica che sia oltre le mere maggioranze di governo.

Impossibile altra soluzione.
Non può essere solo una parte ad agire sui meccanismi costituzionali.

Inoltre, non paga usare i fatti di cronaca e sociali per indirizzare e speculare verso un risultato referendario, come il caso Garlasco che da oltre un anno compare quotidianamente in trasmissioni, oppure la più recente vicenda della famiglia nel bosco o il dolorosissimo caso Tortora. Tanto per citare i casi più noti.
Non li usate e non ci “lucrate” sopra, per carità.

Nelle conversazioni-valutazioni post voto sembra poi assurda quella certa e ripetuta considerazione sulla vittoria del NO che sarebbe dovuta a un Sud Italia non così informato, povero e allo sbando, scontroso (come da cliché classici che sminuiscono l’ex area borbonica).
In verità, per la vittoria del NO sono state determinanti realtà vitali e campionesse del Nord insieme a quelle meridionali. Per citarne solo alcune, dalle metropoli alle città, come Genova, Torino, Milano, Venezia oppure Trieste, Trento, La Spezia che si sono unite a Bologna, Modena, Reggio nell’Emilia, Parma, Firenze, Prato, Livorno o a Roma, tutte incordate a Palermo, Catania, Napoli, Bari, Cosenza, Catanzaro, Cagliari.

Inutile inserire la pletora di regioni italiane andate al NO, solo in tre ha prevalso il SI, in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

C’è bisogno di scrivere/dire altro?

Nel giudizio finale cerchiamo di essere obiettivi.
Farà bene a tutti, sia ai vincitori che ai perdenti, nel segno di una futura felice conduzione della cosa pubblica.
Riusciranno LORO a essere così giudiziosi?
Mi ci metto io per primo, ma iniziamo noi cittadini a educare i nostri amministratori dando molto meno peso ai loro facili slogan social e alle loro dichiarazioni urlate nei contraddittori televisivi.
Non vi siete rotti gli zebedei delle solite risse adrenalinico-infiammate che non spiegano nulla?

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