È Festa del 2 giugno per gli 80 anni della Repubblica, ma il nostro Paese continua a portarsi dietro un razzismo a volte occulto, molto spesso ben manifestato, covato sin dalle sue origini come nazione unita. È un fatto ben documentato nelle parole di molti di coloro che furono i primi nostri governanti e amministratori nazionali dell’appena nata Nazione.
Come ho già avuto modo di scrivere altrove, dal 1860 in poi quei primi amministratori nazionali resero evidente – anche con il loro comportamento – come il razzismo interitalia fosse ben vivo. Non ci fu alcun abbraccio con meridionali e siciliani, niente fratelli nell’Italia appena fatta.
Questi personaggi parlarono di “Meridione annesso” e “disgustoso”, ma pure che “l’idea che l’Africa cominciasse in qualche punto appena a sud di Roma era un luogo comune già parecchio tempo prima dell’unificazione…”, oppure “i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”.
Con queste frasi, come quelle di Luigi Carlo Farini e con tante altre, tali personaggi giustificavano nei rapporti ufficiali anche lo “schifo” del Meridione che non veniva sentito come parte integrante del nuovo Stato, ma come provincia annessa dalla quale stare distanti… dalla quale mantenersi distanti.
Un Meridione da considerare vassallo, da lasciare tale.
Che bell’Italia si profilava e che bel futuro che poi fu costruito e che si manifestò fra Regno prima e Repubblica poi.
Considerate anche i più vicini anni 50 e 60 del 1900, il boom economico e i vari “terronismi”, anche se l’industria settentrionale cresceva grazie alle braccia meridionali.
Non vi pare che richiami qualcosa dei razzismi appartenenti al XXI secolo?
Siamo Repubblica oggi, lo siamo da 80 anni, forma istituzionale che il popolo italiano ha scelto nel pieno della sua libertà ritrovata dopo il nazifascismo. Questo punto lo sottolineo con forza sgombrando il terreno dalle sottolineature sui possibili brogli elettorali nel Referendum Regno-Repubblica del 1946, imbrogli spinti anche dagli Stati Uniti.
Come disse Umberto II di Savoia cercando di far comprendere la sua partenza per lasciare il campo ed evitare scontri fratricidi post devastante Seconda Guerra Mondiale:
“La Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no. La Monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”.
Quel che invece mi ha sempre scatenato il raccapriccio riguardo la nostra Nazione è quell’atroce male originario che nessun governo o forma istituzionale ha mai saputo vincere sul serio. Regno o Repubblica pari sono stati sotto questo aspetto, con momenti altalenanti sì, però mai risolutivi.
Intendo quel razzismo interno, quello che fa etichettare le popolazioni italiane del Meridione, da Roma compresa in giù, come terroni nel senso più sprezzante e insultante possibile.
Un fattore che ci portiamo avanti dall’inclusione del Regno Borbone in quello Sabaudo.
Dalle poltrone del potere nessuno seppe educare un popolo… o non gli interessò farlo.
Già dal 1860 in poi molte espressioni e rapporti rivelatori evidenziarono come fosse presente, in più sfumature, questo disprezzo del Nord verso il Sud. Un atteggiamento che, purtroppo, era presente in molti componenti fondamentali della macchina amministrativa, quella che stava edificando il nascente Regno d’Italia.
I vertici del nuovo stato nulla fecero per affratellare la gente.
Però bisognava considerarci tutti fratelli quando chiamavano alle armi diventando carne da cannone per la Prima Guerra Mondiale, quando esisteva ancora parte del desiderio di affrancamento dell’Italia dalla dominazione straniera austriaca. Ma fummo richiamati a essere di nuovo fratelli e popolo unico per le guerre a costruzione di un presunto impero o per l’ancora più atroce Seconda Guerra Mondiale. Il secondo conflitto di ispirazione nazifascista insieme all’ulteriore seduzione della Corona per rafforzare lo status… imperiale. Che disastro.
Poi non più fratelli, pur avendo sacrificato vite, grazie alle leggi razziali, ma questa è un’altra storia ancora.
A parte i momenti in cui erano richiesti tributi di sangue, nulla o poco fu fatto nella storia dell’Italia per far sentire gli italiani veri fratelli, tranne che nel fare indossare camicie e portare bandiere monocolore.
Oggi di razzismi anti Sud continuiamo a vederne tantissimi fra le derive ultra conservatrici e leghiste dalla loro fondazione anni 90, quelle forze che solo negli ultimi anni utilizzano mascheramenti affratellanti, ma solo per motivi elettorali.
Perché continuo a insistere sul razzismo anti meridionalistico?
Pigio su questo punto perché è l’humus originario dove nasce e prospera il razzismo verso qualsiasi cosa che sia considerata diversa dalla normalità, quella consuetudine sociale che viene progettata solo da alcuni senza pescare dalla quotidianità e dalla realtà di vita.
Insisto su questo punto perché è la prova del fallimento di ogni possibile azione che poteva rendere enormemente grande la nostra nazione.
Fallita l’unione di due mondi, il Nord così vicino al Centro Europa e il Sud così Mediterraneo. Due civiltà e due modi di vita che sono sempre stati cardini fra continenti.
In 166 anni di esistenza nazionale queste realtà territoriali potevano essere messe insieme per rendere l’Italia mille volte più grande rispetto all’oggi, estremamente più vivibile e autenticamente unita.
Italia e il suo male originario da 166 anni fa
Per non allungare troppo il brodo, inserisco qui le parole del romagnolo Luigi Carlo Farini, medico, storico, politico di razza (alla luce di quanto pubblico faccio fatica a definirlo patriota pur essendo stato lui un carbonaro e un aderente alla Giovine Italia), all’epoca designato come commissario straordinario nelle province meridionali e con questo compito arrivato a Napoli nell’ottobre del 1860.
Farini nel dicembre 1862 sarebbe diventato il quarto presidente del Consiglio italiano succedendo a Rattazzi e lo fece insieme al suo bagaglio razzista nei confronti del Sud.
In precedenza Farini era stato più volte deputato e ministro del Regno di Sardegna.
Di gran carriera.
Chiaro il ritratto di inferiorità delle civiltà meridionali dipinto da Farini. Immaginate quindi con quale efficienza e avvedutezza potesse portare avanti il suo lavoro da commissario straordinario nelle province meridionali. La sua non fu una vera analisi socio economica, come non lo furono le successive fatte anche da altri. In questo modo fu impossibile trovare vere soluzioni di fusione in un’unica Nazione.
Il testo da cui sono tratte le parole di Farini è dal volume “La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi” di Christopher Duggan.
“[…] Scene del genere convinsero molti settentrionali che ciò che avevano di fronte nelle province meridionali non era soltanto una popolazione politicamente arretrata, ma un diverso stadio della civiltà. L’idea che l’Africa cominciasse in qualche punto appena a sud di Roma era un luogo comune già parecchio tempo prima dell’unificazione; ma l’arrivo improvviso di funzionari settentrionali nel Mezzogiorno annesso produsse una violenta ondata di rigetto, in cui il preconcetto e l’intolleranza generavano giudizi brutali che a loro volta allargavano l’abisso d’incomprensione da cui il preconcetto era nato. L’uomo politico romagnolo Luigi Carlo Farini (che nel dicembre 1862 sarebbe diventato il quarto presidente del Consiglio italiano) fu tra i molti che trovarono la situazione esistente nel Mezzogiorno disgustosa. Arrivato nell’ottobre 1860 a Napoli in qualità di viceré, scrisse a Cavour: «Ma, amico mio, che paesi son mai questi […]! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile»
Osservazioni analoghe sulla «barbarie», l’«ignoranza», l’«immoralità», la «superstizione», l’«oziosità» e la «codardia» dei meridionali sono frequentissime nei rapporti inviati a Cavour in questo periodo, e non sorprende che lo stesso Cavour giungesse alla conclusione che il Mezzogiorno era corrotto «jusqu’à la moelle des os»”.
La Luogotenenza di Luigi Carlo Farini a Napoli durò dal 10 novembre 1860 al 7 gennaio 1861, appena due mesi, il suo primo fallimento politico e amministrativo, fu un fallimento doppio, politico e personale.
Del resto, seguendo le direttive di Re Vittorio Emanuele II e, soprattutto, di Cavour avrebbe dovuto imporre subito l’applicazione di norme, metodi anche economici e legislazioni piemontesi in un territorio strutturato in maniera del tutto diversa, invece che pensare a modellare qualcosa di nuovo che servisse come base per l’ordinamento di un’Italia unita.
Poi Farini, eseguendo gli ordini, doveva eliminare l’Esercito Meridionale di Garibaldi e neutralizzare i democratici insieme ai mazziniani. Compiti impossibili, soprattutto per chi come lui la pensava in maniera così deteriore sul Meridione, una mentalità inconciliabile pure con la lotta al brigantaggio che nasceva da motivazioni sociali e indipendentistiche. Non riuscì neppure a gestire i confronti tra le fazioni politiche napoletane.
Le parole di Farini sono l’evidenza di come fu avviata molto male l’annessione del Meridione (è lui stesso che la chiama annessione):
«Ho trecento carabinieri e trentamila ladri […]; ho distretti interi in balia dei briganti e non ho soldati da mandarci, ho centomila postulanti d’intorno, garibaldini che ringhiano […] e credete che io possa speculare la perfezione delle leggi civili e l’euritmia dell’annessione?»
euritmìa s. f. [dal lat. eurythmĭa, gr. εὐριϑμία, comp. di εὖ «bene1» e ῥυϑμός «ritmo»]. – 1. Disposizione armonica e proporzionale delle varie parti di un’opera d’arte, spec. in architettura: palazzo, costruzione senza e.; per estens., e. dello stile; discorso privo di euritmia. 2. In medicina, stato regolare del polso.
Vocabolario Treccani
All’epoca di Farini la letteratura, anche scientifica, abbondava di ritratti deteriori sul Sud.
I resoconti di molti viaggiatori, funzionari e militari settentrionali inviati nel Meridione subito dopo l’Unità realizzata descrivevano i territori del Sud come profondamente estranei al moderno sviluppo europeo, paragonandoli a contesti coloniali.
Studiosi come Cesare Lombroso e come Alfredo Niceforo idearono o usarono tesi pseudoscientifiche per classificare i meridionali ritraendoli come biologicamente e culturalmente inferiori o “criminali per natura” (libro dal titolo: Cesare Lombroso e le razze criminali – sulla teoria dell’inferiorità dei meridionali – Autore: Flavio Guidi – editore: TraLeRighe libri Editore).
Queste considerazioni colpirono l’immaginario collettivo di molti intellettuali e politici settentrionali.
Potete capire bene che il solco fra Nord e Sud fu allargato e approfondito anche culturalmente e nella percezione generale.
Valutazioni assurde che portarono a errori enormi, come alla connessione fra brigantaggio e ’ndrangheta che, invece, erano del tutto differenti, un atteggiamento che praticamente nobilitò la seconda, la mafia di stampo calabrese.
La questione meridionale per questi pseudo intellettuali razzisti non derivava da questioni sociali, economiche e/o storiche, ma era frutto di un’atavica e insita criminalità (se avessero avuto conoscenza dei geni, l’avrebbero definita criminalità genetica) e dovuta a strutture anatomiche peculiari dei meridionali, a cominciare dalle loro strutture del cranio. Una descrizione identica a quella fatta da schiavisti e proprietari terrieri degli stati del Sud statunitense quando definivano le persone di colore.
“È noto – scrisse Antonio Gramsci nel 1926 riferendosi, non apertamente, a Cesare Lombroso – quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale”.
Ragion per cui mi viene da pensare… Qui si fa l’Italia o si muore?
Saremmo dovuti morire tutti perché l’Italia fu fatta solo amministrativamente.
