“Sappiti rendere artista della parola, poiché in tal modo avrai la vittoria. La lingua di un uomo è il suo dardo e un discorso può essere più efficace di una battaglia.
[…] Non essere malvagio, è la bontà a generare simpatia. Fai che l’affettuosa simpatia per te sopravviva come perpetuo monumento.
Onora i grandi e tratta bene la tua gente”.
Da «Istruzioni del Re Kati -o Khety- per il figlio Merikara», Egitto faraonico, Primo periodo intermedio, tra l’Antico e il Medio Regno, circa 4.200 anni fa.


In un precedente passaggio di queste istruzioni, la parola spicca nella sua forza anche quando pericolosa, nel suo uso più deteriore:
“L’uomo litigioso e scontento causa disordini nella città e divide la comunità in due fazioni. Se ti avviene di scovare un uomo di tal fatta e non hai altro mezzo per agire contro di lui, costringilo ad apparire di fronte al Consiglio e procedi contro di lui come un ribelle, poiché egli è tale. Un chiacchierone crea in ogni caso tumulti in città.
[…] Un Re non deve punire in fuoco di passione.
[…] Mostra che tu parli secondo la verità innanzi a Dio. Il paradiso per un uomo è la sua buona natura, ma la maledizione di un uomo il cui cuore è chiuso alla sofferenza è una terribile calamità”.
Queste massime e ragionamenti sulla sapienza erano utilizzate largamente nelle scuole egizie di 4.000 anni fa e oltre. Gli alunni e gli studenti eseguivano sì esercizi ortografici, ma così facendo avevano continuamente davanti agli occhi tutta questa serie di insegnamenti a carattere morale.
Nelle scuole si studiava seguendo una sorta di doppio binario concettuale.
Era importantissimo apprendere il vocabolario anche nei significati più profondi trascrivendo alla perfezione ogni termine, ogni verbo e ogni numero proprio perché la parola era considerata potente e anche creatrice della realtà. Lo studio della parola era anche sacro: le parole erano di supporto alle idee ed erano emanazione del dio Thoth, la divinità della conoscenza. Il nome di una cosa esistente la definiva con esattezza nel suo aspetto reale: ogni cosa esisteva in quanto una parola la descriveva, la rendeva viva, tangibile. C’era un legame magico che connetteva la realtà del mondo alla sua definizione in vocaboli, che fosse nuvola, fuoco, braccio, occhio, persona, respiro, amore, concetto, pietra, colore, freddo, caldo e così via fino ai nomi.


Per questo, quando bisognava annullare l’esistenza di un criminale, di un eretico, di un assassino o di un pessimo regnante, si procedeva alla cancellazione totale del suo nome ovunque fosse scritto, templi e monumenti compresi… così era come non fosse mai esistito, era del tutto annullato, mai nato.
Concludendo con un’ultima citazione dalle Istruzioni del Re Kati:
“Onora una vita di lavoro: l’uomo che non ha nulla diviene desideroso dell’altrui proprietà. Magnifica i tuoi Principi ed essi proclameranno le tue leggi… Agisci rettamente durante il tuo soggiorno terreno. Calma coloro che sono in lacrime, non opprimere le vedove, non rimuovere nessuno dalla proprietà paterna e non defraudare i magistrati rispetto al loro rango. Guardati dal dare ingiuste punizioni […].
Non esaltare il figlio di una personalità di alto lignaggio più di uno dai bassi natali, ma scegliti gli uomini in base alle loro azioni. Pratica ogni arte, proteggi i tuoi confini e dirigi di persona le tue Fortezze, si che le truppe siano al servizio del loro Capo…”.

* Testi da “Gli antichi egizi, immagini, scene e documenti di vita quotidiana”, volume di Boris de Rachewiltz, Edizioni Mediterranee, pagine 68 e 69, capitolo 4 “Casa, famiglia, educazione” che analizza anche il lavoro e l’insegnamento nelle scuole dell’Egitto ai tempi dei faraoni, nello specifico i testi in uso nelle scuole del Nuovo Regno:
- esortazioni e massime moraleggianti;
- modelli epistolari.
- tre libri di testo a disposizione della maggior parte degli studenti dell’epoca: Istruzioni del re Amenemhat; Istruzioni di Duaf; Inno al Nilo.

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