La Befana dei prodigi, non solo quella dei regali e del carbone ai bimbi. Un mondo di tradizioni praticamente scomparse

Conoscere la storia e la vita della Befana regala sempre nuove sorprese. Lei non si apre al mondo, non si racconta, spunta una volta l’anno per distribuire regali o carbone ai bimbi, poi si dilegua a bordo della sua scopa. Non si fa intervistare, preferisce l’anonimato e la riservatezza, ma dopo secoli e secoli rimangono chiare tracce dei prodigi, dei cambiamenti che avvengono al suo passaggio.

Nell’ultima notte sulla Terra, quella tra il 5 e il 6 gennaio, gli alberi si coprono di frutti, gli animali parlano, ebbene sì parlano! E poi le acque dei fiumi e delle fonti si trasformano in oro che scorre libero.

Nei tempi andati le ragazze osservavano i focolari per dare forma agli oroscopi sulle future nozze e lo facevano gettando foglie d’ulivo sulla cenere ancora rovente.
Di contro i ragazzi e gli adulti giravano insieme per le strade dei villaggi intonando la Befanata, canto della strenna befanesca accompagnata da strumenti musicali, oppure preparavano i focaracci o grandi fuochi, mentre si divertivano fra le risate di tutti.

Precedenti articoli sulla tradizione della Befana:
. A Palermo “L’acrobatica discesa della Befana” dal tetto di Palazzo Reale, 6 gennaio
. Non chiamatela strega! É la Befana: non è una fattucchiera. Siate buoni se potete… e non confondetela con altre

Oggi i focolari sono i televisori, oppure gli smartphone perennemente in mano.
Difficilmente nei tempi d’oggi si potrà giocare alla previsione di futuri possibili interpretando i disegni tracciati da foglie e ceneri in un camino.

Secondo tradizione in Sicilia la Befana era una donna piena di mistero, “a vecchia magara”, mistica e magica. Le famiglie la accoglievano con reverenza perché lei poteva portare fortuna e abbondanza.

Nelle calze dei bimbi siciliani, oltre ai dolci comuni ci sono quelli prettamente isolani come i mustazzola o mastazzoli, biscotti con farina di frumento o farina di mandorle, miele e spezie, cioccolato, vin cotto (dalla cottura del mosto d’uva concentrato), sciroppo di carrube, noci tritate, polpa tritata dei ficodindia dell’Etna e poi caramellata, sesamo e zuccata o marmellata di arancio: l’utilizzo di questi ingredienti, non tutti insieme, varia a seconda delle diverse regioni siciliane.
Poi le cassatelle, piccoli dolci di ricotta con glassatura alle mandorle e dentro anche gocce di cioccolato e ancora il classicissimo torrone di mandorle tenute insieme dal caramello.

Nel passato si preparava un pupazzo fatto di pezze e stoppa per esporlo alle finestre.
Lo faceva la gente di Firenze, ma anche coloro che abitavano nelle baracche di Roma a cominciare da quelle attorno a San Lorenzo o tra la linea ferroviaria e i resti imponenti degli Acquedotti, su via del Mandrione.

Nei comuni della Sicilia si organizzavano -e si continua a farlo- due manifestazioni diverse: da un lato le processioni sull’arrivo dei Re Magi al giaciglio di Gesù; in parallelo vengono accesi i falò per scacciare gli spiriti maligni accogliendo così il nuovo anno e la promessa annuale di rinascita.

Nelle campagne tra la Romagna e la Toscana il fantoccio era portato in giro sopra un carretto, mentre tutti intorno inneggiavano alla Befana, fischiavano, ridevano e urlavano. Poi il corteo raggiungeva le piazze dei villaggi dove la gente accendeva un falò per bruciare il pupazzo della Befana.

Nella notte tra il 5 e 6 gennaio “Se brusa a vecia” in Veneto, dei falò organizzati nei campi grazie a un fantoccio di paglia che richiama la classica fisionomia della Befana.

Più lontano, oltre le Alpi, nella Franche-Comté o Franca Contea (Francia orientale – attuale regione di Borgogna-Franca Contea), si dovevano erigere 13 falò e l’ultimo di questi era tutto dedicato alla Befana.

Questa dei fuochi per la Befana, compresa la corsa dei contadini con fiaccole per i campi, vero e proprio rito di purificazione, fa parte delle tradizioni della notte del 6 gennaio in varie nazioni, quindi Francia, Inghilterra, Germania e molte altre.

Tutte queste consuetudini variopinte così diffuse in Europa vengono fatte risalire alle tradizioni magiche precristiane quando dare alle fiamme il pupazzo era legato alla sopravvivenza degli spiriti che doveva essere celebrata o portata avanti nel ciclo delle stagioni annuali.
Avveniva appunto nel periodo più freddo con l’arrivo del nuovo anno, con il rinnovato aumento delle ore di sole dopo il solstizio d’inverno, quindi il cammino che avrebbe riportato alla primavera, alla rinascita della natura e delle colture nei campi.

Arriviamo tutti da tradizioni contadine legati alla terra…

A seguire tre poesie di Gianni Rodari

La Befana
Viene, viene la Befana
da una terra assai lontana,
così lontana che non c’è…
la Befana, sai chi è?

La Befana viene viene,
se stai zitto la senti bene:
se stai zitto ti addormenti,
la Befana più non senti.

La Befana, poveretta,
si confonde per la fretta:
invece del treno che avevo ordinato
un po’ di carbone mi ha lasciato.

Alla Befana

Mi hanno detto, cara Befana,
che tu riempi la calza di lana,
che tutti i bimbi, se stanno buoni,
da te ricevono ricchi doni.

Io buono sono sempre stato,
ma un dono mai me l’hai portato.
Anche quest’anno nel calendario
tu passi proprio in perfetto orario,
ma ho paura, poveretto,
che tu viaggi in treno diretto:
un treno che salta tante stazioni
dove ci sono bimbi buoni.

Io questa lettera ti ho mandato
per farti prendere l’accelerato!
O cara Befana, prendi un trenino
che fermi a casa d’ogni bambino,
che fermi alle case dei poveretti
con tanti doni e tanti confetti.

Voglio fare un regalo alla Befana

La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.
Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,
si fida soltanto, la cara vecchina
della sua scopa di saggina:

beh
è così che poi succede
che la Befana… non si vede!
Ha fatto tardi fra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!
Io quasi, nel mio buon cuore,
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto…
Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

Fonte per la ricostruzione delle tradizioni storiche: Treccani - Enciclopedia Italiana e da questa anche a scritti di Giuseppe PitrèSpettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, p. 167 o a quelli di A. De NinoUsi e costumi abruzzesi, Palermo 1890, p. 88 seg. fino a Laisnel de la SalleCroyances et légendes du centre de la France, Parigi 1875, I, pp. 19-29 oppure A. MeyracTrad., coutumes, légendes et contes des Ardennes, Charleville 1890, p. 74 e seg.

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