Dalla Terra del Nilo il Papiro di Torino ha portato suoi capitoli sull’Amore grazie alle liriche de “I canti del boschetto”. Nome appropriato per i protagonisti di queste novelle, “Il melograno parla…”, “L’albero di fico apre la bocca…”, “Il piccolo sicomoro…”. Sono versi che risalgono a circa 3.200 anni fa, liriche in origine scritte per essere cantate con l’accompagnamento di strumenti musicali. Non noto il titolo esatto di questo antico testo sul sicomoro che ho qui inserito: manca una parte del papiro.
Ma questo albero cosa ne sa dell’Amore?
Praticamente tutto.
La sua ombra, i suoi frutti, il suo invito implicito e accogliente, attrae gli amanti.
Il sicomoro, donando bellezza, profumo e dolcezza, ne riceve conoscenza d’amore. Segreti che l’albero terrà al sicuro come un tesoro: il suo invito alla “signora” è affinché lei possa festeggiare sotto la sua ombra che dona discrezione, protezione, intimità agli amanti.
Il Sicomoro è un albero sacro nell’Antico Egitto, l’albero della Vita, caro alla dea Hathor–ḥwt-ḥr che sta per Casa di Horus, la Signora del Sicomoro, dea della gioia, della fertilità e delle partorienti. patrona dell’amore che i greci identificarono con Afrodite.
– Terzo canto –
Il piccolo sicomoro che lei ha piantato di sua mano, apre la bocca per parlare.
Le parole che escono dalla sua bocca sono dolci come il miele.
Egli è bello, i suoi leggiadri rami sono verdeggianti e rigogliosi.
È carico di frutti maturi più rossi del diaspro, come turchese sono le sue foglie, come smalto ha la scorza, il suo legno ha il colore del feldspato.
È lui che invita la gente sotto i suoi rami perché la sua ombra è fresca.
Egli dà una lettera in mano alla fanciulla, figlia del capo giardiniere e fa sì che lei si affretti all’innamorato:
“Vieni a passare un momento con la compagnia, la vegetazione è in pieno rigoglio; sono a tua disposizione il chiosco del giardino e il padiglione.
I tuoi compagni si rallegrano quando ti vedono.
Si è ebbri quando ci si affretta verso di te anche prima di avere bevuto.
Sono venuti i domestici coi loro preparativi, portando birra di ogni tipo e ogni specie di pani, molti fiori di ieri e di oggi e ogni specie di frutta per rinfrescarsi.
Vieni, passa questa giornata felicemente e domani, dopodomani, fino a tre giorni seduta alla mia ombra con l’amico alla tua destra”.
—-Ella lo fa inebriare assecondandolo in tutto ciò che egli dice.
Mentre il simposio si turba in ebbrezza, ella resta in disparte con il suo fratello.
“Il segreto delle sue passeggiate è in me, ma io sono discreto e non dirò una parola di quel che vedo”.
Questo Papiro 1966 è custodito al Museo Egizio di Torino. Lo storico scritto risale alla XX dinastia, quindi a un periodo storico compreso fra il 1190 e il 1077 a.C. durante il Nuovo Regno faraonico ben inoltrato. Quindi i faraoni ramessidi, da Sethnakht e dal noto Ramesse III fino all’undicesimo faraone con questo nome.
I tre alberi dei canti del boschetto - il melograno, un fico e un sicomoro parlano prendendo a turno la parola. Lo fanno per raccontarsi, per esaltare le loro qualità o per lamentare incurie subite.
Il melograno parla per primo, racconta del suo ruolo fondamentale nel nascondere gli amanti “inebriati dal vino e dal mosto”.
il sicomoro invece invita la sua signora a un festino da tenersi alla sua ombra con gli altri giovani e con i domestici.
il fico, frutto di un bottino di guerra in Siria, si lamenta di come la sua signora lo trascuri dimenticandosi di annaffiarlo.
Il foglio di papiro ridotto in frammenti fu ritrovato a Deir el-Medina, l’antico villaggio di epoca faraonica nominato originariamente Set maat – Luogo della Verità, dove vivevano operai, artigiani e artisti che lavoravano nei vicini luoghi di sepoltura della Valle dei Re, delle Regine e nei templi vicini, oggi nel distretto di Luxor.
Sul recto di questo papiro sono scritti appunto i Canti del boschetto o “Canzone del sicomoro”. Dall’altra parte dei fogli, sul verso, compaiono testi economico-amministrativi.
Si potrebbe pensare a uno strano abbinamento, ma in genere questi testi rappresentavano raccolte che facevano parte di archivi utilizzabili da artigiani e scribi nei villaggi di lavoro, utili quindi per essere trascritti nelle tombe, sulle pareti degli edifici sacri, da dipingere su oggetti che facevano parte di corredi funerari e non solo.
Nel 1824 l’antico documento é entrato a far parte della collezione egittologica che costituì il patrimonio archeologico del Museo Egizio di Torino. Questo papiro fu acquistato da Bernardino Drovetti (Barbania, 4 gennaio1776 – Torino, 9 marzo 1852), collezionista d’arte, esploratore e diplomatico italiano, console generale di Francia in Egitto.
