Il giovane faraone dalla vita così breve, Tutankhamon, mi trascinò definitivamente verso l’Egittologia. Avevo dieci anni, osservavo a occhi sbarrati la copertina di un libro sull’Egitto con il suo ritratto insieme alla sposa Ankhesenamon. Entrambi amorevoli fra loro nonostante concentrassero il potere assoluto. Figuravano in un rilievo di estrema eleganza sulla spalliera del suo trono d’oro. Oggi il giovane sovrano ritorna grazie al Progetto KV62, relazione 2026, con analisi archeo-geologiche e geofisiche svolte nella sua tomba, indagini che rinforzerebbero l’ipotesi di stanze nascoste, ben sei, ambienti che amplierebbero la superficie della sepoltura sotterranea richiamando il nome della Regina Nefertiti.
Perché proprio Nefertiti? Secondo alcune tesi, quelle stanze sarebbero da attribuire proprio a lei anche perché matrigna di Nebkheperura Tutankhamon (nome completo del faraone). Sono ambienti da scoprire, verificare, osservare. Occhi umani potrebbero rivedere stanze, affreschi e oggetti a quattro mila anni di distanza. Dovrebbero essere ambienti inviolati.


Il documento - Esame e valutazione archeo-geoficici della struttura e della morfologia della Tomba di Tutankhamon (KV62) - (La sepoltura di Nefertiti?)
Reso pubblico il 17 settembre 2026
Mamdouh Eldamaty (Direttore del progetto), Abbas Mohamed Abbas, George Ballard e Nicholas Reeves
In collaborazione con Gad El-Qady, Abdelhamid Elsebeshi, Mostafa Ahmed Elwan, Wael R. Gaweish, Ahmed Henaish, Mohamed Khalifa, Mohamed Hussein Mahmoud, Hany S.A. Mesbah, Moataz Sayed, Ayman I. Taha, Yumiko Ueno e James White.
I risultati riportati dallo studio dopo aver riassunto quelli delle precedenti e diverse campagne, si basano principalmente su scansioni in microgravimetria. Questa tecnica si basa sulla misurazione delle piccole variazioni del campo gravitazionale a seconda della densità del terreno, sia verticalmente che orizzontalmente. Questo fattore permette di rilevare cavità sotterranee grazie a minori campi gravitazionali espressi da zone vuote.
Gli studiosi e i tecnici hanno adoperato anche la tomografia a resistività elettrica e il georadar, nessuna di queste tecniche è stata utilizzata in esterni, puntando gli strumenti dalla superficie verso la sepoltura, fase che invece era attesa per definire al meglio la mappatura.
Il piccolo sepolcro di Tutankhamon etichettato KV26, si trova nella Valle dei Re a Luxor, metropoli che in epoca faraonica era Waset o Tebe in Greco antico, la Città dalle Cento Porte, la capitale dell’Impero egiziano, ma sull’altra riva del Nilo rispetto alla città, la riva occidentale, quella del tramonto dedicata a chi passava ad altro piano d’esistenza.
Per inquadrare l’epoca, siamo intorno al 1300 a.C. alla conclusione della favolosa XVIII dinastia, la creatrice di un Impero esteso a Nord dalla Siria fino al grande Sud della Nubia passando per il Libano, per i principati e le varie città-stato che componevano il Medio Oriente affacciato sul Mediterraneo fino al Sinai, dominio esteso poi verso occidente comprendendo la Libia. Il mare che oltre un millennio dopo sarebbe diventato il romano Mare Nostrum, nella sua parte orientale era del tutto sotto l’influenza egiziana come ogni paese che vi si affacciava, esclusa l’area greca.



Così il passato riemerge.
L’immagine che da bambino mi incantò era nella copertina del mio primo manuale archeologico sull’Egitto. Facevo la prima media e con la mia famiglia eravamo appena arrivati a Roma, vidi il volume in vetrina e subito mi dissi, “devo averlo!”. Dopo circa due settimane era fra le mie mani, i miei genitori esaudirono il mio desiderio.
Devo riconoscere che periodicamente il giovane faraone ritorna nella mia vita e strabilia, richiama vecchi dubbi rimasti senza risposta.
Oggi lui vorrebbe aggiungere un pizzico di concretezza e di rivelazioni sul mistero della sua ultima dimora?
Le ricerche e i sondaggi strumentali nella tomba di Tutankhamon per comprendere se, oltre a quelli visibili, risultino altri ambienti, durano dal 2015. Fin da all’ora l’egittologo britannico Nicholas Reeves si è reso protagonista di questa indagine e come descritto nella relazione del 2026, sono stati 11 anni di ricerche. Lo stesso Reeves caldeggia l’ipotesi che quegli ambienti in più fossero stati costruiti per la Regina Nefertiti.
Come precisato all’inizio della relazione, lo scritto riguarda i risultati delle attività di indagine archeo-geofisica condotte all’interno e nei pressi della tomba di Tutankhamon (KV 62) a partire dal 2015, incluse due campagne svolte nel biennio 2023-2024 sotto l’egida del Prof. Dr. Mamdouh Eldamaty (Università Ain Shams, Il Cairo) da parte del GBG Group (Cambridge) e del National Research Institute for Astronomy and Geophysics (NRIAG, Il Cairo), in collaborazione con l’Amarna Royal Tombs Project.
Tre le parti dello studio:
- una sintesi delle caratteristiche archeologiche che hanno motivato tali indagini, segnalate inizialmente da Nicholas Reeves nel 2015 e approfondite nel corso del decennio successivo;
- una rassegna dei precedenti lavori geofisici e di indagine relativi alla tomba e alla sua estensione fisica, eseguiti da diversi gruppi di ricerca a partire dal 2015;
- presentazione delle più recenti indagini condotte sul campo da GBG e NRIAG nel 2023-2024, debitamente documentate e comunicate allo SCA.
Quali tecniche di rilevamento sono state utilizzate nell’ultima campagna di esplorazione e studio?
Sono state impiegate misurazioni microgravimetriche per l’indagine di strutture archeologiche sepolte in profondità e la correlazione incrociata tra i diversi metodi nell’ambito delle tecniche di telerilevamento indiretto.
Rappresentazione grafica e testo esplicativo dello studio sulla tomba di Tutankhamon KV62

Finora si è tenuto conto degli elementi di fatto emersi da una vasta gamma di indagini – di natura archeologica, iconografica, geofisica o strutturale – la cui validità è verificabile: ciò è possibile sia perché i processi in questione sono ripetibili, sia perché le osservazioni effettuate possono essere sottoposte a verifica.
L’indagine attuale si è concentrata sull’ipotesi, avanzata per la prima volta da Reeves nel 2015, basata su prove archeologiche e iconografiche relative a una o più stanze aggiuntive nascoste dietro la parete ovest decorata della Camera funeraria di Tutankhamon e su una potenziale continuazione della
tomba oltre la parete nord culminante nella sepoltura di Nefertiti stessa – a suo avviso, successivamente consorte, coreggente e infine erede al trono del faraone Akhenaton.
Si noti che Reeves non ha mai suggerito l’esistenza di una camera vuota immediatamente dietro quella parete nord, ma di uno spazio corridoio riempito.
Nel corso degli anni sono stati condotti numerosi tentativi di mappare l’area a nord della KV62. L’obiettivo di quest’ultima indagine è stato quello di rilevare ciò che si trova all’interno di un’area quadrata di circa 35 metri di lato, oltre il limite settentrionale attuale della tomba stessa.
Sulla base dell’intera mole di dati raccolti prima e dopo il 2015, ciascuna di queste caratteristiche è stata identificata con la propria nomenclatura attuale; ciò include sia le strutture fisicamente note, sia quelle la cui esistenza è al momento supportata solo da evidenze geofisiche, numerate secondo la sequenza visibile nelle mappe di microgravità.
Il grado di attendibilità associato a ciascuna delle strutture identificate varia da alto a molto basso per quelle più settentrionali. Di conseguenza, le varie strutture ipotizzate sono state rappresentate con colori diversi: in giallo quelle la cui presenza è stata prevista con maggiore sicurezza e in magenta le altre. Si noti che tale distinzione comprende anche i corridoi indicati, la cui esistenza è altamente ipotetica.La planimetria di ciascuna struttura può essere correlata con ragionevole precisione e deriva dalla migliore stima possibile basata sui grafici di microgravità forniti; tuttavia, il volume degli spazi ipotizzati è più incerto, poiché si fonda sull’assunto che ogni elemento sia una cavità contenente una percentuale di materiale solido compresa tra il 30% e il 50%, con una densità di circa 2 g/cm³. Nei casi in cui tale ipotesi suggeriva un’altezza del soffitto molto ridotta, si è intervenuti modellando gli elementi con un’altezza del soffitto standard ma con una maggiore profondità, ottenendo così la configurazione a gradoni qui rappresentata.
Le strutture 7 e 10, così come il prolungamento in pendenza del corridoio che parte dalla camera funeraria, sono qui identificate con un grado di attendibilità ragionevolmente elevato – sia in termini di dimensioni che di quota – trattandosi degli elementi più chiaramente individuabili nei dati di microgravità.
Per Reeves tutto iniziò notando alcune crepe sulle pareti intonacate e affrescate della camera sepolcrale. Chiaro indizio che dietro poteva non esserci roccia compatta, ma copertura di un passaggio che andava oltre.
Abbiamo accorpato le aree 3, 4 e 5 in due camere, denominate 3 e 4, ipotizzando che esse siano separate da un ulteriore passaggio la cui esistenza è supportata da prove certe assai scarse, se non del tutto assenti; abbiamo inoltre ipotizzato un andamento in discesa a partire dalle camere 3 e 4, basandoci sulla quota ridotta e sulla minore definizione delle strutture, nonché sui dati ERT forniti dal Politecnico di Torino.
Come già accennato, l’interpretazione di quest’area è resa complessa dalla possibile presenza di una formazione carsica (di origine naturale, dovuta all’erosione idrica) situata al di sopra o al di sotto delle camere ipotizzate. Ci siamo visti costretti a presumere la continuità del passaggio tra le due strutture, mancando prove concrete al riguardo, fatta eccezione per la considerazione che, in caso contrario, non vi sarebbe alcun modo di accedere all’area per effettuarne lo scavo.
La camera 2 è la meno definita tra le strutture settentrionali ipotizzate e, di conseguenza, quella caratterizzata dal minor grado di certezza, come già descritto; potrebbe trattarsi semplicemente di un corridoio, come ipotizzato inizialmente, oppure dei margini meridionali – poco nitidi – di una struttura ben più ampia. Tuttavia, essa offre spunti interessanti che meritano una breve digressione.
La Valle dei Re è costituita da una serie di wadi che convergono formando un canale di deflusso verso la pianura del Nilo. Tali formazioni sono il risultato dell’erosione causata dalle acque meteoriche che, precipitando sulle montagne sovrastanti, si incanalavano in flussi stretti e concentrati lungo le pareti rocciose circostanti, modellate a loro volta dallo stesso processo erosivo. Nel periodo intercorso tra la sigillatura della tomba e l’epoca attuale, l’ambiente è rimasto sostanzialmente invariato: sebbene l’umidità proveniente dal Mar Rosso sorvoli solitamente la Valle senza scaricare pioggia venendo spinta verso quote più elevate[…]
I risultati, oggetto di analisi approfondita, forniscono ulteriore supporto scientifico all’ipotesi che la struttura della KV 62 sia precedente alla deposizione di Tutankhamon e che essa sia probabilmente più estesa di quanto ritenuto in precedenza.
Oltretutto era troppo strana la piccolezza della tomba di Tutankhamon anche se il sovrano morì presto, fra i 18 e i 19 anni. La sepoltura doveva essere preesistente, fatta per una regina, più ampia, in questo caso Nefertiti, moglie di Amenofi IV-Akhenaton, il faraone eretico, lei matrigna di Tutankhamon.
La vera mamma del giovane faraone era la cosiddetta Signora giovane (non noto il vero nome), altra moglie di Akhenaton oltre che sua sorella (per la trasmissione del sangue puro, i matrimoni tra fratelli era consuetudine e non solo nelle dinastie reali). La mummia di questa sovrana fu trovata nella tomba KV35, sempre nella Valle dei Re, insieme ad altre due: all’analisi del suo DNA è apparso chiaro il legame madre-figlio con Tutankhamon.
Evidenti poi gli adattamenti pittorici originari per attribuire la tomba a Tutankhamon al posto del precedente titolare cui era destinata la sepoltura. Alcune delle rappresentazioni erano destinate a una donna di altissimo lignaggio e nelle immagini riportate nella ricerca si nota come le figure siano state mascolinizzate in quella del giovane faraone (foto qui in basso).


Altro segno di mascheramento attuato in antichità fu il rifacimento della parete per nascondere elementi, oltre alla già citata mutazione in maschile di figure femminili e all’aggiunta di una figura maschile. Ci furono anche mutazioni di proporzioni nelle figure dipinte.
Il fondo dell’affresco fu quindi rifatto dai maestri pittori egizi.
Dal bianco originario come nella celebre tomba di Nefertari, fu dipinto un fondo oro, come da sequenza riprodotta nelle immagini qui in basso.

(in alto) la scena come fu originariamente eseguita su fondo bianco (ricostruzione);
(al centro) la stessa durante la fase di adattamento;
in basso) la scena come adattata definitivamente e come appare ora sul nuovo fondo giallo (documento estratto dallo studio – Peter Gremse, ConzeptZone)
Pronti a una futura rivelazione diretta? Non saprei. In ambito archeologico e tecnico non sono mancate le critiche a quest’ultima ricerca anche sul fronte della metodologia operativa. Critica ancora più viva su un altro punto: prima di pubblicare universalmente i risultati, ogni studio andrebbe sottoposto a una revisione paritaria indipendente (independent peer review) come da prassi scientifica.
Vedremo prossimamente, forse a novembre, se si arriverà a un traguardo più concreto. George Ballard, nel board scientifico che ha portato a quest’ultima relazione, ha chiesto al Supreme Council of Antiquities d’Egitto di poter procedere a un’ispezione diretta: dalla superficie il gruppo intende fare dei fori di 8 centimetri al massimo di diametro in modo da creare canali verso il basso, fino ai possibili nuovi ambienti sotterranei; in questi passaggi vogliono far passare dei microrobot dotati di sistemi per le riprese video.
Vedremo.
E voi in cosa sperate?..

