I Musei dell’Acqua raccontano storia, tradizioni, cura dell’ambiente, popoli. Intervista a Eriberto Eulisse, direttore del Global Network of Water Museums

I Musei dell’Acqua rappresentano un patrimonio del sapere, del passato, dei rapporti umani con i territori, storie, patrimoni dell’acqua narrati attraverso prospettive diverse, fra natura e cultura, fra presente e passato. “Capiamo in questo modo che c’è stato un modo vitale e non trascurabile di gestire un territorio, fasi che non possono essere dimenticate, pena dover pagare dei prezzi molto alti oggi e domani”. A ribadirlo è Eriberto Eulisse, direttore esecutivo Water Museums (link alla rete mondiale), direttore del Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua, responsabile del progetto Museo dell’Acqua di Venezia, amministratore delegato di WAMU+NET, il Global Network of Water Museums. L’accento è sul cambiamento climatico, sull’ambiente e sul corretto rapporto con i territori.

La fase attuale è creare una vera e propria rete su tutta la documentazione possibile per renderla disponibile a tutti, a livello mondiale. È una sorta di Cloud dell’Acqua consultabile da tutti per diffondere conoscenza ed educazione all’acqua, materiale disponibile nelle principali lingue internazionali, ma da implementare anche nelle lingue indigene parlate in moltissimi luoghi del mondo, siti che possono dire e diffondere molto, ma che hanno anche molta fame di sapere.
Un progetto estremamente ambizioso che ha bisogno del sostegno di istituzioni per essere pienamente operativo nei suoi scopi comunicativi. La rete dei Musei dell’acqua non ha intenzione di fermarsi al sostegno dell’AI per la traduzione di ogni studio e report, facile per le lingue diffuse, ma andrà avanti appunto sulle lingue più localizzate.

Focus prevalente della Rete sono luoghi cosiddetti minori che magari non hanno le caratteristiche per diventare un sito del patrimonio mondiale, però raccontarne le storie dell’acqua è fondamentale per comprendere oggi come gestire con successo questa grande risorsa.

La rete mondiale dei Musei dell’Acqua è un’iniziativa Faro (flagship initiative) del Programma Idrologico Intergovernativo (UNESCO-IHP).

Confesso che non conoscevo la profondità e la vastità di questo progetto globale. Le sue idee e le linee d’azione hanno dello stupefacente. Durante il Forum Euromediterraneo dell’Acqua (link articolo) dal 29 settembre al 2 ottobre 2026, a Roma, ho incontrato mia cugina Alice Aureli Grifeo, vicepresidente di IWRA-International Water Resources Association nonché figura storica del Dipartimento delle Acque Unesco a Parigi. Proprio lei, vedendomi riprendere e registrare molte fasi dell’evento, mi ha presentato Eriberto Eulisse spalancandomi le porte all’universo dei musei delle acque.


L'Iniziativa Faro UNESCO-IHP

• Obiettivo: promuovere l'educazione alla sostenibilità, la salvaguardia del patrimonio storico-culturale legato all'acqua e la consapevolezza sulla crisi idrica globale.
• Nascita e Sede: approvata formalmente con una risoluzione sul Programma Idrogeologico Intergovernativo a giugno 2018 durante la 23ª sessione del Consiglio Intergovernativo UNESCO-IHP a Parigi. La rete ha la sua sede legale e il coordinamento principale a Venezia.
La risoluzione approvata dal Consiglio dà valenza mondiale come ruolo aggregatore al network dei Musei dell'Acqua visto che a livello globale non ne esiste uno. Da una parte il programma ha quindi una valenza scientifica per la condivisione delle conoscenze, ma ne ha anche una politica, quella che approva progetti, programmi come la gestione transfrontaliera dei fiumi o per approfondire lo studio di acquiferi, come decidere la gestione sulla risorsa acqua nel futuro.
• Diffusione: riunisce oltre 120 musei, ecomusei, centri d'interpretazione e istituzioni dedicate all'acqua in decine di Paesi nel mondo con una forte presenza di realtà italiane come il Museo dell'Acqua di Venezia, l'Opificio delle Acque di Bologna e il MUSE di Trento.
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Attività principali

• Educazione e sensibilizzazione: promozione di pratiche e comportamenti virtuosi per un uso consapevole della risorsa idrica.
• Progetti e concorsi: organizzazione di iniziative internazionali rivolte alle giovani generazioni, come il concorso artistico-educativo The Water We Want.
• Inventario globale: ricognizione e mappatura dei patrimoni idrici, naturali e tecnologici per tutelare i paesaggi d'acqua e la memoria delle comunità locali.

Eriberto Eulisse, direttore esecutivo Water Museums – È L’unica iniziativa Faro italiana riconosciuta dall’Unesco, un programma che si occupa di acqua, delle scienze idrogeologiche, con una missione importante, quella di diffondere, di divulgare l’informazione scientifica.

Le altre iniziative Faro sono per esempio sui sedimenti, sugli isotopi, molto scientifiche perché si tratta proprio della Divisione Scienza dell’Unesco. In questo, noi del Water Museums siamo la componente che è più comunicazione, abbiamo una missione primaria di divulgazione.

Giuseppe Grifeo – Volendo raccontarli, cosa sono e come funzionano i musei dell’acqua.

E.E. – I musei dell’acqua sono tanti e non tutti riportano la dizione Museo dell’Acqua perché molti sono musei di Archeologia o di Scienze Naturali, musei digitali, di Storia, musei del territorio che però danno una forte connotazione all’acqua secondo le più diverse prospettive.

Quindi la nostra storia la possiamo raccontare da diversi punti di vista. Uno di quelli più importanti è proprio la storia dell’acqua.

G.G. – L’acqua e la sua storia, come intenderla, come e cosa viene raccontato?

E.E. – La divulgazione avviene attraverso i modi in cui l’acqua è stata gestita, governata e controllata, su come è stato determinato un sistema di produzione agricola o come è stato determinato un paesaggio che, a sua volta, è stato modellato non solo dall’azione dell’acqua discendente dai monti, ma per come questa viene captata, distribuita attraverso sistemi di irrigazione. Ad esempio per noi in Italia sono i terrazzamenti.

Il nostro territorio parla di acqua, ma dobbiamo saperlo interpretare.

G.G. – Qui siamo a un punto chiave, l’interpretazione e la corretta chiave di lettura delle relazioni e delle trasformazioni fra territorio, acqua e uomini.

E.E. – Bisogna osservare tutto attraverso una lente particolare. Il museo dell’acqua, almeno in quella sua parte che si occupa di acqua, è quella che ci fa conoscere e capire una storia fondamentale, molto importante, di questo rapporto fra natura e culture. Senza questa storia noi non saremmo qui.

G.G. – Cosa raccontano i musei e come? Ho già osservato che in varie parti del mondo queste strutture hanno messo in risalto gli antichi retaggi e le realizzazioni del passato nel rapporto uomo-territorio-acqua. Sistemi di gestione come irrigazioni o come vie di comunicazione, di protezione da possibili disastri, un patrimonio di conoscenza incredibile che voi divulgate esaltando la preziosità dell’acqua, dando anche possibili spunti per futuri sistemi nel segno prioritario della protezione ambientale.

E.E. – Chiunque può creare un museo. Prendiamo a esempio un acquedotto che gestisce il sistema di conduzione dell’acqua, ma anche il trattamento delle acque reflue.

Tutte queste conoscenze, non evidenti quando apriamo un rubinetto, di solito non ci giungono con immediatezza, non abbiamo idea reale su tutto il lavoro che c’è dietro il trasporto dell’acqua in un determinato posto, ma anche sul lavoro e sui sistemi per smaltirla correttamente nell’ambiente.

Tutto questo viene quindi raccontato attraverso piccoli musei o centri di interpretazione che mostrano come attualmente gestiamo questa risorsa.

Stessa cosa vale per i consorzi di bonifica.

G.G. – In Italia e nazioni economicamente forti c’è modo di diffondere consapevolezza sulla gestione dell’acqua, ma come fare in luoghi del mondo meno fortunati, meno sviluppati, che non hanno queste capacità di narrare il lavoro che c’è dietro la presenza dell’acqua?

E.E. – A questo scopo abbiamo dato spazio e visibilità importanti ad altre culture, ad altri paesi meno sviluppati del nostro, luoghi che danno invece maggiore importanza a come l’acqua viene gestita dalle comunità.

In questo senso noi con i musei dell’acqua abbracciamo un ventaglio di patrimoni idraulici che non sono solo quelli culturali o naturali. Può essere un museo che parla di un fiume o di un acquedotto, come un tipico e antico acquedotto romano, in questo caso il Parco Archeologico dei Campi Flegrei che è uno dei membri del Water Museums.

Quindi, raccontano i patrimoni di questa preziosa risorsa attraverso due prospettive diverse, natura e cultura, ma addirittura anche attraverso una scala temporale diversa perché ci si può concentrare sul presente e sul passato.

Ecco, i musei dell’acqua racchiudono tutto questo, una storia importante grande come quella dell’umanità che si è dovuta adattare, nei più diversi contesti, creando civiltà più o meno grandi, più o meno importanti.

I musei dell’acqua servono proprio a porre l’attenzione su quello che magari noi dimentichiamo quando perdiamo le tracce di un acquedotto o di come un paesaggio sia stato costruito… e poi magari scopriamo che questo paesaggio viene giù crollando a pezzi col cambiamento climatico, con le prime piogge torrenziali. Capiamo così che c’è stato un modo importante non trascurabile di gestire un territorio che non può essere dimenticato, pena dover pagare dei prezzi molto alti.

G.G. – Il progetto è nato, riconosciuto dall’UNESCO nella sua grande e fondamentale valenza educativa, nella promozione dell’educazione all’acqua a livello globale, ma adesso quali altre sfide e quali obiettivi di sviluppo spettano ai Musei dell’Acqua?

E.E. – Dopo la risoluzione 2018 per la nascita di questo network, una seconda risoluzione, nel 2021, chiese agli stati membri di dare supporto anche economico a questa iniziativa. La sfida dopo otto anni di lavoro con tanti musei e con un numero crescente di musei dell’acqua, è quella di mettere in rete e a frutto realtà diversissime per mezzi e potenzialità operative. Per esempio il Museo dell’Acqua della Cina che ha quaranta persone operative non è paragonabile al piccolo Museo del Burkina Faso fatto molto spesso di attività di volontariato, ma straordinario per i risultati raggiunti.
Quindi, dobbiamo in qualche modo fornire mezzi, strumenti educativi in primis a chi ne ha meno. Dobbiamo riequilibrare lo status fra varie realtà Questa è la nostra mission internazionale. Fra i 120 membri ne abbiamo molti qui in Italia, ma il nostro scopo rimane quello di lavorare a livello globale fornendo opportunità a tutti.

G.G. – Cosa manca per essere sempre più efficaci in questo ruolo educativo e di diffusione internazionale delle informazioni? Il mio riferimento è al Cloud dell’Acqua.

E.E. – All’UNESCO vengono finanziati mega progetti mettendo a disposizione moltissimo sull’educazione, manca però un online repository sull’acqua, uno spazio digitale centralizzato dove vengono archiviati, gestiti e condivisi file, codice sorgente o dati di ricerca. Con i nostri musei dell’acqua attualmente membri ci incontriamo in varie occasioni, è già accaduto in Portogallo e in Brasile, e ci siamo chiesti cosa ognuno possiede, che patrimonio ha accumulato, come metterlo in comune, come poterlo dare agli altri. Esiste uno strumento del genere oppure no? A oggi ci sono tante pubblicazioni e studi, fatte in Inglese, ma pure in cinese, alcune contenute in siti web, però qual è il modo di renderle disponibili a tutti?

Occorre uno strumento divulgativo di impatto mondiale, un progetto molto ambizioso, ma oggi è il momento che riteniamo più giusto per realizzarlo.
Noi come rete dei musei crediamo di avere questa capacità trovando un’istituzione che ci finanzi.

I documenti saranno disponibili in moltissime lingue, grazie anche al supporto dell’AI che rende molto più facile portare avanti le traduzioni. Ma vogliamo seguire un fattore molto importante, intendiamo rendere accessibile ogni documentazione anche nelle lingue indigene. C’è una componente antropologica fondamentale da mantenere, quindi va benissimo la presenza delle lingue principali a livello internazionale, ma è necessario tradurre nelle lingue indigene iniziando dai gruppi con i quali già lavoriamo. Proprio questo punto del progetto non è ancora realizzabile dall’Intelligenza Artificiale. Quindi ci sono indubbi vantaggi, ma anche dei limiti. Comunque, non vogliamo solo adeguarci a ciò che offre l’AI, ma fare qualcosa in più, qualcosa che sia veramente all’altezza di un progetto Unesco.

  • Musei tecnologici e industriali: antichi acquedotti, storiche stazioni di pompaggio, impianti di bonifica o centrali idroelettriche riconvertite (come l’Opificio delle Acque di Bologna o la Centrale dell’Acqua di Milano).
  • Musei archeologici e storici: Strutture incentrate sull’ingegneria idraulica del passato, come cisterne romane, pozzi storici (ad esempio il Pozzo di San Patrizio a Orvieto) o antichi sistemi di navigazione fluviale.
  • Centri scientifici e ambientali: Musei d’avanguardia dedicati alla biodiversità acquatica, ai fiumi e alla salvaguardia degli ecosistemi (come il MUSE di Trento o l’Aquatika in Croazia).
  • Ecomusei e paesaggi culturali: Musei diffusi sul territorio che tutelano il rapporto storico tra le comunità locali e le vie d’acqua, come la civiltà delle risaie o i mulini storici.
  • Una new entry è il costituendo Museo dell’Acqua del Circeo intitolato a una personalità locale che ha scoperto delle grotte molto antiche risalenti al periodo neandertaliano.

Per diventare membri della Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua bisogna presentare una candidatura che deve rispondere ad alcuni criteri indicando, per esempio, se esistono già dei percorsi educativi o per un più ampio pubblico, che mostrano come l’acqua viene tenuta, conservata, preservata in un ambiente, come si sta modificando con il cambiamento climatico.

Eriberto Eulisse – La Rete si occupa di acqua in generale, ma appartenendo al Programma Idrologico Intergovernativo-IHP Intergovernmental Hydrological Programme, studia, analizza e si occupa in prevalenza di siti caratterizzati da acque dolci o acque di transizione, anche in relazione e connessione con percorsi e situazioni costiere.
I siti che diventano soci hanno modo di esibire un logo UNESCO come membri alla Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua.
Lo scopo di questa flagship initiative (ndR: tradotto spesso come iniziativa faro o progetto faro) è quello di dare valore a patrimoni minori dell’acqua perché nei grandi programmi UNESCO, la lista del patrimonio mondiale, i grandi siti che poi si occupano di acqua dolce sono già contemplati.
Quindi, la maggior parte delle realtà con le quali abbiamo a che fare, anche in Italia, è costituita da luoghi cosiddetti minori che non hanno le caratteristiche per diventare siti del patrimonio mondiale.
A questi diamo primaria attenzione perché raccontare queste particolari storie dell’acqua, narrare come è stata gestita l’acqua nel passato, è fondamentale per capire come oggi sia possibile governare al meglio questa grande risorsa.

  • Africa
    • Écomusée de Douiret-Sbâa (Marocco)
    • Musée de l’Eau (Marocco, Senegal, Burkina Faso, Camerun)
    • The Nile Institute (Ruanda)
  • Americhe
    • Habithèque (Stati Uniti)
    • Museo del Agua (Messico e Colombia)
    • Albear Aqueduct (Cuba)
    • Museu das Águas Brasileiras (Brasile)
    • Yaku Parque Museo del Agua (Ecuador)
    • Fairmount Water Works (Stati Uniti)
  • Asia e Pacifico
    • Living Waters Museum (India)
    • Museum of Drinking Water (Taiwan)
    • The ARC (Corea del Sud)
    • Subak Museum (Indonesia)
    • Museum of Future Water (Australia)
  • Europa
    • Musée des Égouts (Parigi, Francia)
    • Haus am Strom (Germania)
    • Duna Museum (Ungheria)
    • Museo dell’Acqua di Lisbona (Portogallo)
    • Tribunale delle Acque (Valenza, Spagna)
  • Centrale dell’Acqua (Milano)
  • Opificio delle Acque (Bologna)
  • Museo dell’Acquedotto di Venezia / VERITAS
  • MUSE – Museo delle Scienze (Trento)
  • Paese dell’Acqua – Sassinoro / Spazio Mefite (Benevento)
  • Museo dell’Acqua di Siena
  • Museo dell’Acqua di Asiago

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