Crisi di governo: Angelo Deiana (Confassociazioni) tratteggia gli equilibri in divenire e gli interessi concreti che la stanno guidando

Crisi politica a sorpresa mente il Paese è preso nella morsa della crisi economica e sanitaria da pandemia. Forti incertezze dall’andamento delle vaccinazioni al come utilizzare in maniera strutturalmente efficace i miliardi in arrivo dall’Europa. Con la ricomposizione del governo (quale governo?), bisognerà vedere cosa cambierà nella gestione e nel ridisegno del nostro Recovery Plan. Gli scenari sono numerosi, alcuni di questi sono particolarmente imprevedibili. Arduo tracciare orizzonti futuri.

Crisi, in Cinese tradizionale “wēijī” sta per “punto cruciale”. Restando al termine latino “crisis” e al greco “κρίσις”, viene ribadito il concetto di scelta, decisione, fase decisiva. Nell’attuale ciclo politico italiano, quali e quanti interessi sono in gioco nella fluidità, nella convergenza di questi punti cruciali per l’economia e per il futuro immediato della politica italiana? Siamo alla vigilia di un nuovo governo: sarà riedizione del precedente esecutivo nazionale, oppure un governo “del presidente”? Dipenderà da quale “equilibrio” risulterà vincente. Dal compimento di questo passo si comincerà a comprendere quali interessi-forze avranno prevalso e verso quale strada sarà avviato il Paese.

In tale ginepraio di forze contrapposte si inseriscono le valutazioni di Angelo Deiana (foto qui in alto), economista, presidente di Confassociazioni (link), realtà nazionale che ha radunato associazioni professionali e di categoria per oltre 1,2 milioni di iscritti. Lo stesso Deiana è stato al centro di una precedente mia intervista, a questo link, incentrata su come in Italia la Pandemia Covid-19 abbia fatto emergere l’incapacità di progettare, di sostenere settori chiave.

Giuseppe Grifeo – Presidente Deiana, hai individuato molte previsioni e tanti andamenti riguardanti l’economia, i settori produttivi, i punti di crisi durante e post il primo lockdown. Fare nuove previsioni oggi è praticamente impossibile per le numerose variabili in gioco e per punti ancora molto oscuri. Vorrei però cercare di capire quali forze e quali interessi si stanno contrapponendo o coagulando nel dare una direzione alla crisi pandemica del Paese. Quali equilibri stanno prendendo forma?

Angelo Deiana – La crisi di governo, in realtà, come è stato evidente a tutti coloro che si documentano e che leggono i giornali, è scoppiata con un anno di ritardo per colpa della pandemia Covid-19. Doveva scoppiare prima: era già presente un forte problema di incompatibilità tra le forze di maggioranza, visto che su alcuni temi sono sempre esistite posizioni estremamente diverse. Uno per tutti, i fondi MES che sono un simbolo dei punti di rottura tra le forze di governo.

G.G. – Ma perché la crisi di governo è scoppiata adesso, perché la miccia è stata accesa adesso?

A.D. – Bisogna partire dallo scenario che è il più importante, quello di cui spesso, da italiani, ci dimentichiamo, noi così abituati a tenere lo sguardo e l’attenzione soprattutto nei nostri cortili. Si tratta del cambio della presidenza degli Stati Uniti d’America. Con l’avvento della presidenza di Joe Biden si sono ribaltati alcuni equilibri strategici. In precedenza, con l’era Trump, il Nord America, pur mantenendo il suo approccio “imperialistico” nei confronti dell’insieme politico-economico globale, si era chiuso maggiormente nei propri confini. Al contrario, con Biden riemerge il multilateralismo che deve prevedere multiple e nuove interlocuzioni. Queste devono, da una parte, confermare la centralità degli USA come soggetto leader delle democrazie avanzate. Dall’altra, devono riallacciare dei rapporti e costruire nuove sponde che, se non recise, sono state molto allentate nell’era Trump. Tutto questo ha un impatto diretto sull’Italia. È bastato ascoltare l’intervento di Renzi al Senato per sentirgli subito dire, “signori, è cambiato il presidente degli Stati Uniti”. Ed è lì che è emerso uno dei capisaldi di questa crisi.

G.G. – Quale convergenza tra il cambiamento al vertice degli USA e la situazione politica italiana ha innescato questo nodo cruciale della crisi nostrana?

A.D. – Al di là di un approccio del tipo, “hai governato bene/male”, sia il governo Lega-M5S, giallo-verde, che quello PD-M5S, giallo-rosso, avevano avuto con Trump un rapporto diverso. Ricorderai il tweet a favore di “Giuseppi” o il tema della venuta improvvisa in Italia del segretario della Giustizia William Barr con un vertice cui avrebbero partecipato esponenti dell’intelligence italiana e politici. Adesso, col cambiamento di peso strategico, il multilateralismo di Biden e la ricostruzione di rapporti proiettati all’esterno, è in atto una mutazione che impatta sul presidente del Consiglio che ha guidato i due precedenti governi italiani caratterizzati da maggioranze diverse.

G.G. – Lo scenario è mutato completamente dal 20 gennaio, giorno di insediamento del presidente Biden. Deve cambiare quindi il posizionamento e il ruolo dell’Italia.

A.D. – Il cambiamento alla guida degli Stati Uniti per qualcuno qui in Italia significa assorbire, incanalare la ripresa di un dialogo forte e di un decisivo spostamento dell’Italia in una dimensione che vorrei chiamare “anglofona”. Bisogna ricordare che nell’ultimo periodo la stessa Italia aveva avuto una dimensione molto franco-germanica, vedi i colloqui di Conte con la Merkel, oltre a un’interlocuzione forte con la Cina. In più, l’Unione Europea ha appena siglato un trattato con Pechino che, a sua volta, ha con la Germania forti e stabili rapporti strategici e commerciali. Smettiamo di pensare solo al cortile di casa nostra. In un mondo interconnesso e interdipendente, se cambiano le scacchiere internazionali più importanti, ci possono essere ricadute importanti e vitali per il nostro Paese.

G.G. – Poi c’è il riassetto e il sostegno economico tutto interno all’Europa con il Recovery Fund. Tanti miliardi di euro e la responsabilità su come utilizzarli.

A.D. – Secondo grande motivo della crisi è proprio il Recovery Fund. Questo strumento consiste in 220 miliardi di euro che si vanno a sommare ai 108 miliardi di scostamento del 2020 e ai 40 miliardi della legge di Bilancio di quest’anno. Siamo tra i 330 3 i 350 miliardi di euro effettivamente utilizzabili: una parte già spesi; un’altra parte da investire seguendo logiche precise, come ci siamo sempre detti in precedenti interviste. Se sono contributi a fondo perduto li si può spendere come si vuole. Se sono prestiti, come è la maggioranza del Recovery Fund, 127 miliardi su 209, su questi bisogna programmare gli investimenti in maniera assolutamente seria e in dettaglio. Bisogna farlo non perché lo chiede l’Europa, ma perché ci si potrebbe ritrovare con 127 miliardi di debito aggiuntivo che cadranno sulle spalle delle prossime generazioni.

G.G. – Ricordo in una precedente intervista, il tuo esempio riguardo la porzione a prestito di questi fondi europei: evitare, per esempio, nel campo della Sanità di utilizzarli per le assunzioni di altro personale, medici e infermieri perché al momento di iniziare a restituire il prestito, o si va in scostamento di bilancio o in spending review per fare fronte alla nuova spesa corrente. La grande fetta di danari a prestito del Recovery Fund deve essere investita in strutture e attività di servizi/produttive.

A.D. – Questa dovrebbe essere la linea guida universale. Peccato che è anche la pentola ricolma di monete d’oro degli gnomi, quindi tutti vogliono guidare, mettere mano o gestire una parte di questi soldi, se non la totalità. Quella che nel periodo della pandemia è stata una gestione abbastanza accentrata, verticistica da parte della presidenza del Consiglio, ha già generato attriti e appetiti.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che ci sono 500 nomine da fare, quelle più grandi, che devono essere sommate a tante altre micro-nomine per un totale di circa 1.200 posti di un certo rilievo nelle aziende partecipate.

Chi è consapevole di come si governa questa Nazione, è cosciente che il vero potere non si fonda sull’avere uno, due o tre ministeri, ma sul possedere una “pattuglia” qualificata e fedele nelle aziende partecipate.

Questo è un altro motivo per cui tutti i soggetti che facevano parte della precedente maggioranza, ma anche i successivi, in breve tutti, vorrebbero gestire una parte del Recovery e delle nomine nelle partecipate. Sotto queste prospettive gli equilibri sono cambiati. Lo scenario è imprevedibile ma certo un governo istituzionale del presidente vorrebbe dire per tutte le forze in gioco mettere più difficilmente le mani sui fondi del Recovery e sulle nomine. Per questo motivo è più probabile che si mettano d’accordo. Il problema principale di questa conclusione è il confezionamento preciso di accordi che prevedano la presa in carico di onori, della gestione di danari e delle cariche da distribuire… ma anche degli oneri conseguenti.

G.G. – Qui, immagino, siamo giunti al terzo polo che ha scatenato la crisi italiana: gli oneri.

A.D. – Ebbene sì. Quando parlo di oneri, considero le prossime scadenze. Il prossimo 31 marzo scade il divieto di licenziamento. Il 30 giugno scade il blocco degli sfratti. Il Decreto Ristori cinque è ancora in attesa di un Governo con pieni poteri. L’ipotesi è quella di ulteriori 26 settimane di cassaintegrazione oltre alle 12 che già ci sono. In totale 38 settimane, quindi significa arrivare a settembre. Questo aspetto è, da una parte, un bene per i lavoratori in cassaintegrazione anche se, considerando l’esempio di quelli a zero ore, questi perdono in media 457 euro al mese dallo stipendio normale. Un aspetto che rallenta il rilancio dei consumi. A mio parere sarebbe stato meglio attivare subito un potenziamento della Naspi ed eliminare il divieto dei licenziamenti.

G.G. – Allora perché la fine allo stop ai licenziamenti e il sì al potenziamento Naspi, non vengono attuate? Entrano in gioco altri interessi? Immagino, per esempio, i sindacati che hanno come mission la tutela dei lavoratori, ma è pure vero che tra un milione e mezzo di disoccupati e di licenziamenti, se questi passano in Naspi e in reddito di cittadinanza non pagano le tessere…

A.D. – Gli interessi in questa crisi complessa sono molteplici e i sindacati sono parti del sistema per cui potresti avere ragione. Anche se, anche ai sindacati si potrebbe chiedere: conviene tenere i lavoratori in cassaintegrazione che, per altri costi, poi potrebbero portare i libri in tribunale? Il costo del lavoro in azienda è importante ma non è l’unico fattore di sopravvivenza. Affitti, bollette, finanziamenti, investimenti sono le altre voci di spesa che potrebbero generare fallimenti a catena. E, se così fosse, lo Stato perderebbe tre capacità: quella produttiva di quell’azienda, quindi perdita del pil generato; perdita in capacità occupazionale; perdita di capacità fiscale da parte dell’azienda che chiude e da parte dei lavoratori a spasso.

G.G. – Altro polo cruciale di questa crisi: la nomina del Presidente della Repubblica.

A.D. – Questa è la partita di tutte le partite. Al di là della capacità di questo Parlamento di voler continuare a conservare le poltrone, c’è un vero e proprio poker politico in campo. Un gioco dove dare le carte in un modo, avere un potere di interdizione e di interlocuzione in un altro, rende più o meno complessa la partita per la Presidenza della Repubblica. È vero che l’attuale, possibile, compagine di governo ha una buona maggioranza alla Camera e una maggioranza relativa al Senato, ma il tema è che il sistema di votazione del presidente prevede anche la presenza delle regioni. Quindi, ci sarà un impatto relativamente importante del centrodestra che, in questo momento, guida 14 regioni su 20. Questo è un altro dei motivi per cui la partita sulla guida del Paese si sta giocando adesso: da luglio in poi ci sarà il semestre bianco, non si potrà più votare. Bisogna fare il Recovery Plan entro aprile, quindi con coincidenza di un altro grosso interesse, perché significa per chiunque il voler mettere una bandierina per affermare una cosa del tipo: “il nome del presidente lo devi negoziare anche con me, perché ti faccio la differenza”. Un discorso che vale sia per i partiti più piccoli, ma anche per un ipotetico partito del presidente del Consiglio che, in realtà, era già “in cottura” molto prima, forse dalle ipotesi di crisi di governo precedente. Un partito del presidente del Consiglio che tenderebbe a coprire il centro e a sbocconcellare, erodere il campo di PD e M5S occupando lo spazio vitale di Renzi. D’altra parte, come affermava un grande analista dei sistemi come George Orwell: “Mai nessuno prende il potere con l’intenzione di abbandonarlo”.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di loscribacchinodelweb Alessandro Gianesini ha detto:

    Bella intervista e spunti di riflessione! 🙂

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    1. Avatar di Giuseppe Grifeo Giuseppe Grifeo ha detto:

      E per non essere troppo lunghi, ho evitato di mettere altre “cosette”… ma serviranno poi 😁

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      1. Avatar di loscribacchinodelweb Alessandro Gianesini ha detto:

        eheheheh

        Beh, allora ci risentiamo al prossimo round! 😉

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