Per sottolineare come questo Paese abbia iniziato a esistere sotto infausti auspici-realtà e sia peggiorato nel tempo grazie a un peccato originario, non si può non pensare alla descrizione fatta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo. Coscienze strozzate fin dall’inizio…
Qui, a stralci, una parte fondamentale di quest’alta opera letteraria, nel punto che intendo evidenziare.
Sul plebiscito del 21 ottobre 1860 per l’annessione al regno savoiardo…
Il Principe Don Fabrizio è a caccia insieme a Francesco Tumeo La Manna fu Leonardo, Organista della Madre Chiesa di Donnafugata (foto tratte dal celebre film diretto da Luchino Visconti, immagini riguardanti la circostanza raccontata più in basso).




È un momento di pausa dopo il pranzo frugale in una campagna assolatissima. Il nobiluomo esordisce con una domanda posta all’altro nel completo silenzio dell’ambiente circostante, lì dove tutto sembra piegarsi sotto la violenza del sole.
“E voi, don Ciccio, come avete votato il giorno Ventuno?”.
Il pover’uomo sussultò, preso alla sprovvista in un momento nel quale si trovava fuori del recinto di siepi precauzionali nel quale si chiudeva di solito come ogni suo compaesano, esitava, non sapendo come rispondere.
Il Principe scambiò per timore quel che era soltanto sorpresa e si irritò.
“Insomma, di chi avete paura? Qui non ci siamo che noi, il vento e i cani”.
La lista dei testimoni rassicuranti non era, a dir vero, felice; il vento è chiacchierone per definizione, il Principe era per metà siciliano. Di assoluta fiducia non c’erano che i cani e solrtanto in quanto sprovvisti di linguaggio articolato. Don Ciccio però si era ripreso e la astuzia paesana gli aveva suggerito la risposta giusta, cioè nulla. “Scusate, Eccellenza, la vostra è una domanda inutile. Sapete già che a Donnafugata tutti hanno votato per il ‘si’”.
Questo Don Fabrizio lo sapeva, infatti; e appunto per ciò la risposta non fece che trasformare un enigma piccolino in un enigma storico…
Prima del voto, in molti nel paesello erano andati a trovare il Principe per un consiglio su cosa scegliere. Il nobiluomo aveva esortato tutti a scegliere il ‘si’.
Don Fabrizio infatti non concepiva neppure come si potesse fare altrimenti, sia di fronte al fatto compiuto come rispetto alla teatrale banalità dell’atto, così di fronte alla necessità storica come anche in considerazione dei guai nei quali quelle umili persone sarebbero forse capitate quando il loro atteggiamento negativo fosse stato scoperto.
Dopo lo strano consiglio del Principe, alcuni pensano che siano ragionamenti ironici per ottenere un risultato opposto a quello suggerito a parole, così scelgono il ‘no’ orgogliosi di aver penetrato il senso delle parole principesche fregandosi le mani per congratularsi della propria perspicacia proprio nell’istante in cui questa si era si era ecclissata. Altri invece dopo averlo ascoltato si allontanavano contristati, convinti che lui fosse un transfuga o un mentecatto e più che mai decisi a non dargli retta e ad obbedire al proverbio millenario che esorta a preferire un male già noto a un bene non sperimentato.
Quindi, secondo i conti fatti dal Principe, questi davano subito una decina di ‘no’ all’unione con il regno sabaudo, cui si sarebbero aggiunte almeno altre due decine. Intanto, gente strana e forestieri giravano per il paesello il giorno del voto.

Alla fine il seggio elettorale vene chiuso, gli scrutatori si posero all’opera ed a notte fatta venne spalancato il balcone centrale del Municipio e don Calogero si rese visibile con panciera tricolore e tutto, fiancheggiato da due ragazzini con candelabri accesi che peraltro il vento spense senza indugio. Alla folla invisibile nelle tenebre annunziò che a Donnafugata il Plebiscito aveva dato questi risultati: Iscritti 515; votanti 512; “si” 512; “no” zero.
… seguono naturalmente discorsi e un fuoco d’artificio tricolore, poi tutto torna a com’era.
L’Italia era nata in quell’accigliata sera a Donnafugata; nata proprio lì in quel paese dimenticato quanto nell’ignavia di Palermo e nelle agitazioni di Napoli; una fata cattiva però della quale non si conosceva il nome doveva essere stata presente; ad ogni modo era nata e bisognava sperare che avrebbe potuto vivere in questa forma; ogni altra sarebbe stata peggiore. D’accordo. Eppure questa persistente inquietudine qualcosa doveva significare; egli sentiva che durante quella troppo asciutta enunciazione di cifre, come durante quei troppo enfatici discorsi, qualche cosa, qualcheduno era morto. Dio solo sapeva in quale piega della coscienza popolare.
Mentre tutto questo passa per la mente, i due cacciatori vengono accarezzati da un vento più fresco e don Ciccio si decide a rispondere più spavaldo e franco, in dialetto, gesticolando.
“Io, Eccellenza, avevo votato ‘no’. ‘No’, cento volte ‘no’. Ricordavo quello che mi avevate detto: la necessità, l’inutilità, l’unità, l’opportunità. Avrete ragione voi, ma io di politica non me ne sento.
Lascio perdere queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile, coi calzoni sfondati (e percuoteva sulle chiappe gli accurati rattoppi dei pantaloni da caccia) e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco! Per una volta che volevo dire quello che pensavo quel succhiasangue di Sedàra mi annulla, fa come se non fossi mai esistito, come se fossi niente immischiato con nessuno, io che sono Francesco Tumeo La Manna fu Leonardo, organista della Madre Chiesa di Donnafugata, padrone suo mille volte e che gli ho dedicato anche una mazurka composta da quando è nata quella… (e si morse un dito per frenarsi) quella smorfiosa di sua figlia!”.
A questo punto la calma discese su Don Fabrizio che finalmente aveva sciolto l’enigma; adesso sapeva chi era stato strangolato a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuta curare, il cui irrobustimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi inutili. Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata, centomila “no” in tutto il Regno non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo, e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime. Sei mesi fa si udiva la voce dispotica che diceva: “fai come dico io, o saranno botte”.
Adesso si aveva già l’impressione che la minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell’usuraio: “Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda la cambiale! La tua volontà è uguale alla nostra”.
Don Ciccio tuonava ancora: “Per voi signori è un’altra cosa. Si può essere ingrati per un feudo in più; per un pezzo di pane la riconoscenza è un obbligo. Un altro paio di maniche ancora è per i trafficanti come Sedàra per i quali approfittare è legge di natura. Per noi piccola gente le cose sono come sono. Vi lo sapete, Eccellenza, la buon’anima di mio padre era guardiacaccia nel Casino reale di S.Onofrio, già al tempo di Ferdinando IV quando c’erano qui gli inglesi. Si faceva vita dura ma l’abito verde reale e la placca d’argento conferivano autorità. Fu la regina Isabella, la spagnuola, che era Duchessa di Calabria allora, a farmi studiare a permettermi di essere quello che sono, Organista della Madre Chiesa, onorato della benevolenza di Vostra Eccellenza; e negli anni di maggior bisogno quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque “onze” di soccorso arrivavano sicure come la morte, perché là a Napoli ci volevano bene, sapevano che eravamo bona gente e sudditi fedeli. Quando il Re veniva erano manacciate sulla spalla di mio padre e: “Don Lionà, ne vurria tante come a voie, fedeli, sostegni del Trono e della Persona mia”. L’aiutante di campo, poi, distribuiva le monete d’oro. Elemosine le chiamano ora, queste generosità di veri Re; lo dicono per non dover darle loro, ma erano giuste ricompense alla devozione. E oggi se questi santi Re e Regine guardano dal Cielo che dovrebbero dire? ‘Il figlio di don Leonardo Tumeo ci ha tradito!
Meno male che in paradiso si conosce la verità.
Lo so, Eccellenza, le persone come voi me lo hanno detto, queste cose da parte dei Reali non significano niente, fanno parte del loro mestiere! Sarà vero, è vero, anzi. Ma le cinque onze d’oro c’erano, è un fatto, e con esse ci si aiutava a campare l’inverno. E ora che potevo riparare il debito, niente. ‘Tu non ci sei’. Il mio ‘no’ diventa un ‘si’. Ero un ‘fedele suddito’, sono diventato un ‘borbonico schifoso’.
Ora tutti Savoiardi sono! Ma io i Savoiardi me li mangio col caffè, io!”.
E tenendo fra il pollice e l’indice un biscotto fittizio lo inzuppava in una immaginaria tazza.

… ovvero l’inutilità del voto! 😉
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😄😁😉 unitissimi, anche in maniera non cosciente
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Sì, ma per fortuna c’è qualcuno che sistema i nostri… errori! 😉
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L’Onnipotente?
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Qualcuno che si crede tale! 😉
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E solo là stanno bene.. i savoiardi..
Stasera so cosa riprendere in mano, Giusè😁 ottimo post. Buona giornata 😊
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😁😁😄 eventualmente anche per il tiramisù!
Grazie per l’apprezzamento
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Maroooo! Verissimo ! 🤣🤣🤣
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