Chiesa Madre di Partanna, cinque anni fa la riapertura dopo restauro e armonizzazione architettonica

Era stata chiusa per diversi anni, oggetto di ristrutturazioni e di lavori vari che le avrebbero dato rinnovata dignità. Per la Chiesa Madre di Partanna, cinque anni fa la riapertura, un edificio religioso che è un grande gioiello del Barocco trapanese.

Si trattò di andare oltre il solo restauro lavorando per un’armonizzazione architettonica, stabilendo di rivestire i pilastri in cemento che sorreggono la chiesa dando a questi le sembianze di quelle colonne che crollarono nel 1968, cinquantacinque anni fa, durante il terremoto della Valle del Belìce.

Quindi, non più visibili quegli squadrati pilastri grigi che cozzavano con l’architettura della costruzione anche se nuovi e indispensabili punti d’appoggio per questo scrigno di Fede e e di bellezza.

Tornò al suo posto anche il coro ligneo (XVII secolo), rimasto per decenni nei magazzini della Sovrintendenza dopo i restauri post terremoto, una scultura così preziosa da essere inserita nella lista dei monumenti nazionali sin dal 1910.

La Chiesa Madre splendeva di nuovo. Furono eliminate infiltrazioni d’acqua e altri “malanni”.

Tornarono a splendere gli stucchi che rendono unico questo tempio.

Le foto che qui ho inserito in tre gallerie, sono immagini appena antecedenti la riapertura del 31 maggio 2018, altre invece risalgono ad anni successivi e al 31 maggio 2022 con gli ambienti ancora più valorizzati e arredati grazie alla forza, alla decisione e alla tenacia di don Antonino Gucciardi, arciprete dello storico tempio partannese.

Riuscire nell’impresa di cinque anni fa, quella di riaprire la chiesa, renderla architettonicamente coerente e armonica, significò impiegare molto tempo per vincere una burocrazia elefantiaca e spesso insensata, ridondante all’eccesso. Senza dimenticare quei finanziamenti sì decisi e stanziati dalla Regione, ma che non giungevano. Fu una lotta amministrativa che ha richiesto sforzi senza pari.

Quel giorno la Chiesa Madre fu di nuovo partannese tornando vivo simbolo della città insieme a Castello Grifeo e agli altri edifici plurisecolari sopravvissuti al terremoto della Valle del Belìce.

Chiesa Madre di Partanna, accenno storico

Nacque da un’idea di Baldassarre Grifeo, XIII Barone di Partanna, che approntò il progetto architettonico nel 1536 lasciando un legato testamentario sottoscritto il 19 novembre 1536 dal notaio Gabriele Inveges. Stabiliva una rendita di 10 onze all’anno affinché il lavoro fosse proseguito oltre la sua morte lasciando il testimone a suo figlio Mario I Grifeo. Ma nello scritto la somma sembra momentaneamente destinata ad altro: “se li dovea sopra un molino d’acqua, così chiamato d’Irbi nel territorio della città di Castelvetrano, con l’obbligo di soddisfare detto erede quelli pij legati, comunicati dal detto illustre testatore all’illustre don Goffrido, suo figlio secondogenito, quali soddisfatti dovesse il medesimo don Goffrido le dette onze 10 erogare in maritaggi d’orfane, in beneficiare chiese o refocillare poveri”.
Fu Francesca Grifeo, moglie di Goffredo, a riparare, ma con una diversa distribuzione della cifra: 4 onze per la fabbrica della futura Chiesa Madre, 2 onze al Conventi del Carmine, un’onza al Convento di San Francesco, 3 onze alla Compagnia dei Bianchi che amministrava l’ospedale.

La realizzazione ebbe inizio però solo col nipote di Baldassarre, il giovanissimo Mario II Grifeo, XVI Barone di Partanna, figlio di Donna Francesca, vero motore della nuova edificazione con atto di nascita della fabbrica datato 28 maggio 1579, con rogito del notaio Vincenzo Rodo, documento sottoscritto a Castello Grifeo alla presenza di vari testimoni: “Illustre signor Mario Grifeo, barone di Partanna, da me notaio conosciuto e personalmente presente, desiderando, per remissione e perdono dei suoi peccati e per la salvezza della sua anima, per quello sia fatta opera gradita a Dio e, vedendo l’uomo che la Chiesa Madre della propria terra aveva necessità di una capacità più ampia e maggiore di quella che allo stato attuale ha, che gli uffici divini siano celebrati più comodamente e che la parola di Dio sia ascoltata dal popolo, venerato per riverenza di Dio, decoro del Sacramento e comodità e virtù del popolo ed altro, sia costruita la Chiesa madre in questa terra per Dio e l’anima sua. Spontaneamente ha ceduto, come effettivamente cede alla fabbrica ed alle maramme di questa chiesa costruenda e ai suoi deputati marammieri, noi notaio per loro legittimamente stipulante tutti e i singoli diritti e tutte quelle azioni, ragioni e cause reali personali che ha avuto, aveva ed ha, che può e spera di avere nelle infrascritte persone certamente. La suddetta cessione di diritti, detto illustre cedendo, fece e fa, ad opera ed effetto di quella detta pecunia, in qualunque anno, come sopra le pene da esigere siano depositate dai depositari di detta fabbrica e siano spese per la detta fabbrica di detta costruenda chiesa e non ad altro fine e effetto e non altrimenti, né in altro modo”.

L’organizzazione di tutto fu data alla Deputazione Fabbriche Chiesa Madre composta da cittadini scelti tra i più influenti e nominati dal Barone di Partanna.
Ogni aspetto, ogni colore usato, ogni tipo di intervento fu deciso con la volontà attiva dei rappresentati della popolazione e di tanti cittadini che contribuirono finanziariamente, insieme ai Grifeo, con denaro o lasciti stabiliti in atti notarili, in modo da rendere grande questo nuovo e costruendo tempio. Le donazioni arrivarono anche da paesi e cittadine vicine come Salemi.

Il dottor Domenico de Gennaro, medico ed ex assessore cittadino alla Cultura, nella presentazione del volume “La Chiesa Madre di Partanna” da cui giunge parte di questo racconto, libro scritto con Caterina Saladino e Giuseppe Varia nel 2007 (Aulino Editore), descrisse come “il nostro maggior Tempio abbia costituito nel lontano XVI secolo una occasione di riscatto sociale per tutti coloro che, in un impareggiabile slancio di generosità e solidarietà, personalmente si impegnarono nella sua edificazione”.

Un movimento collettivo iniziato nel 1500 reso possibile anche dalla particolare struttura del feudo di Partanna. I Grifeo frazionarono il loro latifondo col sistema dell’enfiteusi, un diritto reale su un fondo altrui che attribuisce al titolare (enfiteuta) gli stessi diritti che avrebbe il proprietario (concedente) sui frutti, sul tesoro e sulle utilizzazioni del sottosuolo (dall’Enciclopedia Treccani). In questo modo si diffuse un certo benessere economico prima non prevedibile e quella che in tempi più vicini a noi fu definita come piccola proprietà contadina.

La Chiesa Madre fu ultimata il 20 gennaio del 1625, dopo numerose opere e alterne vicende per renderla splendida, ma i lavori di completamento e arricchimento continuarono all’interno.

Osservandola il prospetto presenta uno stile tra Neoclassico e Barocco, ripartito su due ordini, il primo tripartito da lesene in pietra. Tre i portali, tanti quante sono le navate. Impianto basilicale a croce latina, corpo presbiteriale particolarmente ampio. Chiesa intitolata al Santissimo Salvatore e alla sua Trasfigurazione.

Le cappelle lungo le navate laterali, molto profonde, contengono dipinti, affreschi e sculture d’arte siciliana realizzati fra il Cinquecento e l’Ottocento.

Il prezioso coro ligneo cui ho accennato in precedenza, fu realizzato nel 1600 utilizzando fusti di noce, lavoro eseguito in due tempi: dal pittore, scultore e stuccatore Silvestre Ratto, originario di Mazara, che se ne occupò fino al 1670, poi dal maestro Antonino Mangiapane, “faber lignarius”, della vicina Castelvetrano.

L’antico organo fu ideato da Paolo Amato, noto “ingingero della città di Palermo”. Lo strumento è stato definito uno dei più belli della provincia di Trapani. Fu Filippo Xaxa, sacerdote di Corleone, che lo costruì, un lavoro che lo impegnò per cinque anni. Xaxa lo trasportò poi da Corleone a Partanna consegnandolo il 3 gennaio del 1641.
Caratterizzato da una cantoria lignea a balconata, ornata da rabeschi e da tre cartocci separati da foglie di acanto finemente scolpite, sostenuta da un pilastro con capitello a motivi floreali.
Il prospetto è sorretto centralmente da una grossa aquila ad ali spiegate. Dalla cantoria si alzano quattro cariatidi che scandiscono architettonicamente le campate laterali: le due centrali sono dominate dallo stemma Grifeo; quelle laterali sostengono due volute sormontate da due angeli. Sopra le campate laterali si trovano due mezzi busti di figure umane che potrebbero rappresentare personaggi del mondo della musica sacra.
L’intero organo ha un tetto a doppia falda con struttura a cassettoni, ognuno di questi con al centro una rosetta per un totale di sessanta.


Dal volume “I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI” – volume Primo
Conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana
Palermo – Tipografia del Giornale di Sicilia – MDCCCLXXX

pagina 706
[…] Fu generalmente lor merito il non essersi in tutto obbliate in Sicilia le buone tradizioni del gusto insino allo scorcio del seicento, avendovi educato altri artisti, che l’onore dell’arte indi sostennero ancor nell’età del maggiore tralignamento. Del che fra gli altri dà esempio quell’Antonino Mangiapane da Castelvetrano, valente scultore di ornato, ne’ ricchi e lodevoli intagli del coro della maggior chiesa di Partanna, da lui lavorato dal 1670 all’80.

pagina 741
[…] Vincenzo Messina, valentissimo stuccatore e pittore, di cui ora appare che furon opera ne’ primi anni del XVIII secolo i pregevoli e sontuosi stucchi ed i freschi del cappellone e fors’anco quelli delle due contigue cappelle laterali nella chiesa maggiore in Partanna (1) e parimente gli stucchi non men ragguardevoli nella parrocchiale chiesa di Alcamo (2).
note:
* (1)
Cotali stucchi formano nel cappellone una gran tribuna di sontuosa architettura, decorata delle figure di quattro Sibille, essendovi in mezzo un grandioso gruppo di statue, figurante la Trasfigurazione di Cristo sul Taborre col Padre Eterno al di sopra e con molta profusione di ornamenti nella volta e nelle pareti. Si aggiungono ne’ lati due belle composizioni della Nascita di Gesù e della sua Crocifissione, e quattro statue assai pregevoli de’ Padri della Chiesa, sedenti sul cornicione negli angoli, oltre bei freschi sul far della scuola del Novelli, che anche adornati la volta in vari scompartimenti. Nella contigua cappella di S. Vito è una decorazione conforme con belle statue de’ Santi Modesto e Crescenzia in piedi , e due sedenti di S. Lucia e S. Rosalia, mentre la parte superiore, sopraccarica anch’essa di ornati, ha quattro altre statue di Virtù assise sul cornicione ed una grand’aquila con ali spiegate al di sopra. E poi nell’ altra cappella del Sacramento si vedono in piedi nel basso le statue degli Evangelisti, ed al di sopra sedenti quattro Profeti, oltre ad indicibil ricchezza di accessori ornamenti all’intorno.
De’ quali lavori, che non sapevasi a qual mano ascrivere, fu dato a me scoprire l’artefice da molte note di pagamenti in un volume colà esistente, intitolato Rollo secondo delle fabbriche di questa ven.le madrice chiesa di Partanna, e fra le altre da questa a pag. 204: Vicenzo di Missina, stuchiatore et pittore, … la nostra madre chiesa stucchiare tutto il cappellone… chiesa per onze quatro cento vinticinque, cioè onze 400 per sua mastria per il stucco del cappellone alla raggione di onze otto il mese, incominciando la prima mesata hoggi li 18 di 9bre xj.a ind. 1702 et cossi continuare, et onze 25 per raggione di pittura et colore, che traseranno in detto stucco: vero che l’atratto de stucco, separata la pittura, ci l’à da mettere li detti deputati di detti fabrici di detta chiesa, come meglio appare per atto obligatorio in notar Chrisanto Sardino. Devono li detti fabrici per la mesata delli 18 di 9bre 1702 onze 8. Dico onze 8. – E seguono indi segnati gli analoghi pagamenti a rate di mese in mese insino a tutto luglio XII ind. 1704. Nel quale anno inoltre, a pag. 162, è la seguente nota di due luoghi di sepoltura comprati dal detto artefice nella medesima chiesa, dove in una lapide, presso la porta minore a sinistra entrando, riman vestigio d’ un’ iscrizione assai logora col cognome di sua famiglia: 1704 12a ind. Vincenzo di Missina deve onze sei per due luoghi di sepoltura, cioè una per sua madre et una per sua moglie. Onze 6 –. Laonde, da ciò apparendo ch’ egli in Partanna fermò soggiorno coi suoi, è ben probabile che poi altresì vi sia morto, e che gli stucchi di molte altre cappelle di quella maggior chiesa siano stati opera del suo figliuol Gabriele. Ma ignoro in fine in che rapporti di parentela sia stato con lui un Giacomo Messina, che poi nel 1717 ornò di stucchi il coro della chiesa di S. Michele in Isnello, e
vi fece anco l’immagine dell’Immacolata, siccome appare da’ libri di spese di detta chiesa.
* (2) De Blasi (Ignazio), Della opulenta città di Alcamo discorso storico. Alcamo, 1880, pag. 387 e seg.

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