Philippe Leroy, non c’è più l’attore gentiluomo, artigiano e spericolato che popola i ricordi di molti

Nel primo giorno di questo giugno 2024 si è spento Philippe Leroy, nato nel 1930 a Parigi come visconte Philippe Leroy-Beaulieu, appartenente a una famiglia di marchesi francesi. È stato un ottimo attore, un gentiluomo vero nei modi, non solo per etichetta ereditata.
(immagine d’apertura, Philippe Leroy e sua moglie Silvia Tortora)

Attore di cinema e televisione, capace di ricoprire ruoli opposti, del buono o del cattivo assoluti, presente in un mare di film, circa 200 e serie tv, da decadi residente a Roma dove trovò una nuova “casa” in quel mondo che gli ha fatto interpretare ruoli più diversi.

Il cinema lui lo ha fatto, lo ha frequentato moltissimo come protagonista attraverso una miriade di interpretazioni, eppure quel mondo di attori, registi, sceneggiatori non lo fece mai sentire del tutto a casa.

“Ho fatto l’attore per sessant’anni, ma non sono mai stato un membro della famiglia del cinema”…

Se penso al primo ricordo da ragazzino, lui compare nella mia mente come Yanez de Gomera nella serie Sandokan (1975) per la regia di Sergio Sollima, quando l’attore Kabir Bedi interpretava da protagonista l’eroe-ribelle-pirata Sandokan, ex principe indiano spodestato dai britannici che ne fecero sterminare la famiglia.
Tra gli attori principali anche il carismatico Adolfo Celi, regista e sceneggiatore messinese che impersonava Lord James Brooke, pessimo governatore di Labuan. Oppure Carole André a interpretare Lady Marianna Guillonk, innamorata di Sandokan e dell’India. Senza dimenticare Andrea Giordana che in questa serie è Sir William Fitzgerald, ufficiale britannico idealista, fedelissimo alla Corona, bella presenza ma ottuso, innamorato di Marianna che però gli preferisce il ribelle-pirata… e lui non comprende e la prende malissimo.

Tutto editato in versione televisiva stile colossal partendo da uno dei capolavori letterari di Salgari, il ciclo dei Pirati della Malesia, Le Tigri di Mompracem (1884-1900), I Pirati della Malesia (1896) ecc.
Questa serie in sei puntate (ricordate la colonna sonora composta dagli Oliver Onions?) era prodotta da RAI Radiotelevisione Italiana, O.R.T.F., Bavaria Films e realizzata dalla Titanus Distribuzione S.p.A.

Il Nuovo sceneggiato fece letteralmente scalpore, tutti la vedevano attendendo già con gran desiderio la successiva messa in onda settimanale. I giornali ci scrissero articoli su articoli, nei fatti la serie ebbe un successo senza precedenti.
Su RaiPlay si può rivederla (link).

Io già ero attratto da Fantascienza, anche nelle sue prime forme, quelle di Giulio Verne, mi piacevano anche i romanzi e gli sceneggiati storici. Riassumendo, amavo (e amo) l’avventura declinata in varie forme.
Sandokan fu quindi un miraggio realizzato, ancora di più perché avevo letto Salgari.

Ripescando sempre fra i miei primi ricordi c’è un’altra interpretazione che mi fa rivivere Leroy, quando fu protagonista nel film per la tv La vita di Leonardo Da Vinci” (1971).

Poi rividi Philippe Leroy in una replica de “7 uomini d’oro” del 1965 (nel 1966 fu realizzato il sequel, “Il grande colpo dei 7 uomini d’oro”), dove lui interpreta Albert, il professore esperto di rapine in banca (soggetto di Mario Vicario che ne fu regista, produttore, sceneggiatore – musiche firmate da Armando Trovajoli).

L’attore francese è praticamente presente in generi fra loro diversissimi e nelle più differenti epoche dei soggetti offerti alla sua interpretazione.

Quindi, in produzioni come le cosiddette storie da spiaggia, così definite dal Corriere, “Frenesia dell’estate» di Luigi Zampa, poi il raffinato “L’attico” (1962) di Gianni Puccini, con attori come Daniela Rocca, Tomas Milian, Mary Arden, Walter Chiari.

Anche film gialli e qui rammento a tutti “La donna del lago” (1965) diretto a quattro mani da Luigi Bazzoni e Franco Rossellini, con Leroy protagonista insieme a Peter Baldwin, Salvo Randone, Valentina Cortese.
Protagonista nei panni dell’assicuratore Nanni Brà che indaga sulla morte di un’anziana nel film “Senza sapere niente di lei” (1969) dal romanzo La morale privata di Leone Antonio Viola, con la regia di Luigi Comencini. Nel cast, tra gli altri, Paola Pitagora, Silvano Tranquilli, Ettore Geri.

E ancora Leroy insieme a Gina Lollobrigida per il film statunitense “Buona sera, signora Campbell” (1968), regia di Melvin Frank, pellicola ambientata in Italia, un racconto brillante e intrigante per il gioco di segreti e inganni ordito dalla protagonista, Carla Campbell.
Dopo la guerra questa donna, impersonata dalla Lollobrigida, aveva elaborato una grande menzogna per ottenere molto denaro da tre militari USA che, inconsapevoli gli uni degli altri, le spedivano soldi per mantenere lei e la figlia che ognuno ha sempre reputato sua. In contemporanea, nel paesello italiano dove Carla vive, lei ha sempre raccontato di essere vedova di un ricco americano, l’inesistente capitano Campbell. Questo gioco rischia all’improvviso di essere scoperto. Nel cast anche Shelley Winters, Phil Silvers, Peter Lawford, Telly Savalas, Lee Grant, Renzo Palmer, Giovanna Galletti.

Philippe Leroy e Rossana Podestà in “Solo contro Roma” (1962)

Leroy si getta anche nell’epoca dell’antica Roma interpretando Silla in “Solo contro Roma” (1962), diretto da Luciano Ricci, mentre con un salto di secoli, sempre nella città capitolina, si spinge in ambientazione settecentesca ne “Le Voci bianche” (1964) e in “Una vergine per il principe” (1965) del regista Pasquale Festa Campanile, lavorando con Paolo Ferrari, Sandra Milo, Anouk Aimée, Graziella Granata, Jeanne Valérie, Vittorio Gassman e Virna Lisi.
Il tutto senza dimenticare “La Mandragola” (1965), regia di Alberto Lattuada, ritrovandosi protagonista con Rosanna Schiaffino.

Philippe Leroy fu letteralmente adottato dall’Italia anche perché non appena iniziò a lavorare per il Bel Paese, in Francia cominciarono a ignorarlo. Cinecittà fu presto la sua seconda casa.

Fu portato e accolto a Roma da due sue conoscenze conquistate a Parigi, Vittorio Caprioli e Franca Valeri che erano nella capitale transalpina per un loro tour teatrale estero. Caprioli stesso volle Leroy in “Leoni al sole”, sua prima direzione cinematografica.

Interpretò Ignazio de Loyola in State buoni se potete (1983, regia di Luigi Magni), poi Papa Leone XIII in Don Bosco (1988, di Leandro Castellani) ma anche il Vescovo nella serie tv Don Matteo.

Prima di questo esordio davanti alle cineprese, Leroy fece un sacco di lavori per guadagnare qualcosa, ha pure lavorato in un circo, ha fatto il mozzo e il contrabbandiere. Ancora prima, il suo passato lo racconta come militare per la Francia, la Legione Straniera a 21 anni dopo essere stato rinchiuso in un collegio gesuita, paracadutista in Indocina e ancora prima operativo in Algeria.

Nel 1990 si sposò con la giornalista Silvia Tortora, figlia del noto conduttore televisivo Enzo Tortora.

Simpatico, alla mano e spiritoso, amava molto i cavalli, aveva una proprietà in zona Cesano.

Ai suoi 57 anni si appassionò di paracadutismo, quindi tardi, collezionando oltre 2.000 lanci. Entrò a far parte della sezione paracadutismo della S.S. Lazio, squadra di calcio di cui era tifoso.

Amava e praticava pure il Rugby, tanto che già nel 1959 fu campione nazionale di rugby giocando per il Racing Club de France.

Senza tralasciare le gare di bob oppure quando ha fatto il navigatore in scafi da corsa offshore affiancando il campione del mondo Bill Wishnick.

Una delle sue più grandi soddisfazioni era anche fare l’artigiano, dare forma ai materiali naturali, tanto che fece da sé i mobili e gli oggetti in legno della sua casa di Isola Farnese, accanto all’Olgiata, sulla Cassia, come fece per le sue altre case: voleva materiali naturali, desiderava plasmarli e non desiderava la presenza di neppure un pezzetto di plastica.

Come è possibile capire da questo breve ritratto, era uomo complesso e poliedrico, capace di adattarsi benissimo a ogni situazione, di tirar fuori e concretizzare attraverso i personaggi interpretati, aspetti diversissimi della sua personalità e i tanti suoi desideri.

Lui e l’avventura erano una cosa sola, tanto che della sua interpretazione di Yanez de Gomera, avventuriero, ma uomo giusto, amico fedele di Sandokan, ebbe a dire:

“Yanez sono io. È un personaggio che mi perseguita. Interpretandolo, mi sembrò di rivivere la mia vita. I sei mesi passati tra la Malesia e gli studi di Bollywood, comunque, sono stati i più straordinari di tutta la mia carriera. Nell’affidarmi il ruolo, Sollima mi fece un regalo”.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di Sergio Z Sergio Z ha detto:

    Un caro saluto al Leonardo Da Vinci della mia infanzia

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    1. Avatar di Giuseppe Grifeo Giuseppe Grifeo ha detto:

      Ci incantò anche in quel ruolo

      Piace a 1 persona

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