Nell’I-Ching, 易經, Il libro dei mutamenti/Classico dei Mutamenti o anche Zhou Yi, 周易, I mutamenti della dinastia Zhou, sono presenti massime di vita importanti e sapienziali. I suoi particolari caratteri, secondo leggenda, apparirono incisi sul guscio della tartaruga dei primordi.
È uno dei testi fondamentali della filosofia cinese, utilizzato come oracolo per tradizione millenaria. Un libro-non libro senza età, manuale di divinazione che è parte dei Cinque Classici del Confucianesimo. L‘opera risale al X secolo avanti Cristo ed è inquadrabile nel periodo della formazione per il primo Impero Cinese. Uno scritto che ha duemila anni e che da allora è sopravvissuto a una società mutata molte volte con cambi di potere e filosofici totali.
“Esamina dapprima le parole,
medita tutto ciò che esse intendono,
le norme fisse allora si palesano.
Se tu però non sarai l’uomo giusto,
a te il significato non si svela”.(libro secondo, sezione seconda, cap. VIII, par. 4; pp. 372-373)

La leggenda sulla comparsa degli scritti dell’I-Ching – Gli otto trigrammi (八卦) dell’I-Ching non sono ideogrammi. Sono sequenze di linee (爻) intere (阳爻) e spezzate (阴爻): le linee continue rappresentano lo Yang, mentre quelle interrotte lo Yin, due forze opposte però complementari, interdipendenti, in costante equilibrio dinamico nel Taijitu, cerchio diviso in bianco e nero; hanno radice uno nell’altro, hanno origine reciproca, l’uno non può esistere senza l’altro.
Questi comparvero come tratti incisi sul guscio di una tartaruga del mondo originario, il mondo ai suoi abbozzi. Certo è che non fu un uomo a tracciarli, neppure un dio. Secondo leggenda, l’autrice fu forse una mano invisibile giunta dal cielo.
La struttura e il messaggio – Otto trigrammi, sessantaquattro esagrammi, che indicano-descrivono la totalità degli stati attraversati dall’esistenza, varcati da noi umani mentre leggiamo e chiediamo oracoli a questo libro. L’I-Ching non dona rigide risposte, ma situazioni nel loro formarsi mostrandone le potenzialità. È una visione della vita, quindi tramite rappresentazioni fluide e trascinanti.
Una descrizione che in tempi moderni è stata data dal sinologo Richard Wilhelm
Un nome, l’I-Ching, che è concetto. Insieme ai suoi contenuti è capace di descrivere lo sviluppo degli uomini, del mondo, delle menti e dello spirito nel loro turbamento dovuto a mutazioni. trasformazioni che trascinano tutti di fronte all’imprevedibile. Sono cambiamenti più profondi, non sugli eventi normali dell’esistenza. Mutazioni che indicano e spingono verso le azioni necessarie per fronteggiarle, per tener loro testa, per muoversi con disinvoltura attraverso ostacoli e difficoltà.
Leggere è contemplarne i contenuti, non la semplice osservazione di parole, frasi, periodi e storie/concetti semplicemente descritti.
Dal Commentario – I mutamenti non hanno alcuna consapevolezza, alcuna azione, sono muti e privi di movimento. Se, tuttavia, vengono stimolati, penetrano correlandosi a tutte le cose che sono sotto il cielo.



“..il male non lo devi contrastare perché più lo sfidi e più lui si fa grande…”.
“… se l’altro si dimena, Tu stai fermo, affinché le tue mosse non si confondano con le sue…”.
L’I-Ching ha una struttura doppia, ognuna delle due parti ha un tema dominante, lo jing 經 o classico e lo zhuan 傳 o commentario.
Il filosofo cinese Confucio-孔夫子, personaggio nato nell’antico Stato di Lu-魯 (equivalente alla regione centrale e sudoccidentale dell’attuale provincia di Shandong) il 28 settembre 551 e morto l’11 aprile 471, considerava questo libro come grande scrigno e fonte di saggezza.
Sul Mutamento e sull’Equilibrio
Così come il caos tumultuoso di un temporale porta una pioggia nutriente che consente alla vita di fiorire, anche nelle vicende umane i momenti di progresso sono preceduti da momenti di disordine.
(in tempi di guerre sparse è una frase ottima, sempre che il disordine non sia troppo, che non sia devastante e che non duri a lungo – mia personale constatazione)
Primo scrittore di questa opera fu il Re Wen-周文王 (1046 e il 1043 a.C.), il “re scrittore” e grande saggio che fondò la Dinastia Zhou Occidentale (attiva fino al 771 a.C.) con capitale vicina all’attuale Xian, città esistente da 3100 anni, storicamente la più sviluppata e progredita della Cina nord occidentale, centro nevralgico della Via della Seta, nonché capitale di tredici dinastie. Fu poi suo figlio a rendere il suo regno pienamente dominante anche sulla vicina e rivale dinastia Shang.
Tradizionalmente il testo è considerato come l’insieme della vena compositiva dei cosiddetti Quattro saggi, il mitico imperatore Fu Xi, il sovrano Wen dei Zhou, il Duca di Zhou e Confucio.
Come sottolineato dall’Enciclopedia Treccani, è “un vero e proprio manuale di divinazione, sebbene già dall’epoca di Confucio fosse considerato come un’elevata fonte di sapienza, tanto da essere poi incluso fra i Cinque classici (Wujing), raccolta di testi della tradizione confuciana assurta a canone nel 2° sec. a.C. L’Y. consta di due parti: il «classico» (jing) e il «commentario» (zhuan), composti in differenti periodi, ma considerati un’unica opera sin dalla dinastia Han (secoli 3° a.C. – 3° d.C.)”.
La parte jing è quella che comprende i 64 esagrammi (gua), così denominati perché formati da sei linee intere o spezzate, intese a rappresentare rispettivamente i principi yang e yin. E proprio dalla combinazione di tali linee che discendono i 64 esagrammi, ognuno recante un nome specifico, costituito prevalentemente da un solo carattere cinese. Ogni esagramma a sua volta è seguito da una breve frase o sentenza (guaci) e poi da sei ulteriori sentenze: una per ogni singola linea (yaoci) dell’esagramma.
Questa è la parte del testo spesso menzionata o riferita come Zhouyi e, secondo la critica più recente, non composta dai fondatori della dinastia dei Zhou occidentali (secc. 11°-8° a.C.), ossia il sovrano Wen (forse 11° sec. a.C.) e il Duca di Zhou (forse 11° sec. a.C.), come invece creduto dalla tradizione. È probabile, inoltre, che tale parte del testo non raggiunse la forma definitiva prima del periodo compreso tra la fine della dinastia dei Zhou occidentali e l’inizio di quella dei Zhou orientali (secc. 8°-3° a.C.).
Un testo che nel corso del tempo fu riccamente corredato di vari commentari, tanti da raggiungere il numero definitivo di sette, tre dei quali divisi in due parti (shang e xia) e usualmente denominati «Dieci ali» (shi yi). Sebbene ogni testo debba ancora essere datato singolarmente, tale corpus di commentari fu verosimilmente composto tra la metà del 3° e l’inizio del 2° sec. a.C., eccettuato però lo Xugua, da datarsi posteriormente.
(Enciclopedia Treccani)
Significato profondo e sapienziale, fonte di saggezza al punto che sopravvisse a opere di distruzione che colpirono molti testi, come alla proscrizione dei libri antichi decisa nel 213 a.C. dalla dinastia Qin.
Perché, nei fatti, l’I-Ching si salvò?
Ebbene, era stato classificato come opera di divinazione, trasmesso nei secoli fino alla dinastia Han e, grazie al concorso di eruditi dell’Accademia imperiale, fu definito un’opera canonica diffondendosi pure fra gli adepti delle dottrine cosmologiche sia dello Jinwenjia, il nuovo testo, che del Guwenjia appartenente alla Scuola del vecchio testo.
L’Enciclopedia Treccani traccia bene la descrizione e il peso sociale dell’ I-Ching come testimoniato dai tanti ritrovamenti di reperti: “divenne così una delle opere più influenti nella storia del pensiero cinese, tanto che non stupisce il continuo rinvenimento in scavi archeologici di frammenti o addirittura di copie manoscritte del testo, fra cui sono degne di nota quella completa trovata a Mawangdui (Hunan) nel 1973, e databile alla prima metà del 2° sec. a.C., e quella incompleta conservata attualmente nel Museo di Shanghai e risalente a un’epoca intorno al 300 a.C.”.
La Sentenza
Il ritorno. Riuscita
Uscita ed entrata senza errore.
Amici vengono senza macchia.
Serpeggiante è la via.
Al settimo giorno viene il ritorno.
È propizio avere ove recarsi.
(libro primo, sezione prima, par. 24: Fu, Il Ritorno; p. 140)
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Sulla perseveranza e sul destino:
– Perseveranza reca salute. Propizio è attraversare la grande acqua.
– Non c’è quindi mai bisogno di agire con precipitazione. Tutto viene da sé non appena il suo momento è giunto.

