Aci Castello storia e leggende raccontate anche da Verga, la scogliera lavica del Catanese, la sua rocca nera, per 40 anni luogo del mio cuore

Molto arduo condensare 40 anni di Aci Castello, delle sensazioni che ho provato fra natura, magia, il carattere della gente. Lì, negli anni ottanta, trovò residenza la zia Adelaide che desiderava dare una svolta alla sua vita dopo la perdita del suo sposo, lo zio Nuccio. Lei pensò di uscire da Catania e stabilirsi in quell’ex borgo marinaro. Fuori dal caos, dentro un sistema di vita diverso, pur rimanendo accanto alla città. Trovò una villa accanto al mare, incastonata insieme ad altre nella nera scogliera lavica e lì rimase fino alla morte nel 2024.

Magica Aci Castello sì. Ciclopi, divinità, re e regine, battaglie epiche, misteri e strane morti, fantasmi.
(in fondo a questo articolo un video con curiosità, storie e misteri sul Castello)

Vi basterebbe osservare i giochi di luce fra cielo, terra e il mare azzurro-turchese-smeraldo, tonalità marine ancora più accese grazie ai massi del fondale, neri o ricoperti da fitta vegetazione fra il biancastro e il verde.
Pesci a nuvole con fianchi color arcobaleno, divertente infilarcisi dentro durante immersioni in apnea. Stelle marine fra lo scarlatto e il bruno, qualche murena fra le crepe delle rocce, granchi, lumache di mare, gli interni madreperla di conchiglie e gusci di molluschi. In tutto questo qualche presenza umana, qualche piccola ancora persa da gommoni o da imbarcazioni.

In tutti questi anni ho sempre amato calarmi in quel mare, indossare pinne e maschera, giù dalla scogliera e mi sono goduto ogni singolo momento. Poi il tepore del sole steso sulla roccia nera bollente.
Inutile dirvi che la dieta lì era in gran parte basata sui prodotti del mare, di ogni tipo, in matrimonio con pomodori, cipolle, spezie, sughi favolosi. Una splendida parentesi culinaria a partire dalla cucina di zia che, come per tutte le sorelle Geraci compresa mia madre, era una maestra fra pentole e piatti. Tipico di una famiglia sicula. Del resto Nonna Margherita Geraci docet, anche lei presente per alcuni anni in quel tratto di costa.

E poi, da personale esperienza, ripercorrete i miei passi. Gustare una granita con brioscia, un gelato, un arancino, una passeggiata sul lungomare, esplorate le campagne che risalgono la collina o dirigetevi verso Aci Trezza e i suoi suggestivi faraglioni o Isole dei Ciclopi, i tanti ristorantini affacciati sul porto.

Immaginatelo…

In tutti questi momenti un gigante buono ha sempre fatto da riferimento, da custode, il Castello di Aci Castello, nero, quasi minaccioso, inquietante e, al contempo, bonario.

Arrivando da Sud, dalla strada costiera che collega con Catania, fermandosi ai piedi del maniero, lo si osserva fino in cima ed è subito come se un’enorme nave oscura si fosse incuneata di prua e incastrata nella scogliera. Invece di fendere l’acqua ha fatto come i rompighiaccio, ma sembra aver spezzato gli scogli di vulcanico basalto.
Un castello che custodisce storie, leggende, come lo fanno i faraglioni di Aci Trezza. Sono racconti sparsi dai secoli più lontani, tutti a librarsi nella mia mente mentre cammino o gusto qualcosa con gli occhi persi in quel mare risplendente di infinito.

Aci Castello, leggenda, il divino della Magna Grecia, l’era bizantina, araba, normanna, medievale, aragonese fino a Verga che tutto risveglia

Aci e Galatea

È a leggenda principe fra sentimenti, l’amore, il legame dell’esistenza fra acqua, terra, fuoco e aria, tutti propulsori di vita. Già riproposto su questo blog, in origine leggenda da me raccontata su www.grifeo.it dove ho adattato gli antichi miti a una mia visione narrativa.

In questa storia, come in tante altre che tracciano le origini dell’animo umano, l’acqua ha un ruolo centrale, a riprova di come nella calda Sicilia sia stata sempre considerata come un bene ancora più prezioso, acqua sì portatrice di vita, ma anche dotata di poteri e di manifestazioni particolari.

Teatro della vicenda, l’area vulcanica e costiera dell’Etna, da sempre ricca di fonti come tutto il complesso territoriale della montagna.

Questi i protagonisti di questa storia tipica della Magna Grecia:
Polifemo, ciclope innamorato;
Aci, giovane e aitante pastore etneo;
Galatea, una delle cinquanta ninfe del mare, le Nereidi, figlie di Nereo e Doride (anche qui coinvolti nelle peripezie di un’altra delle loro sfortunate figlie).

Aci, il pastorello, è bellissimo. Galatea ne è innamorata. Polifemo è innamorato di Galatea.
Ecco quindi il triangolo dell’amore che non tarda a creare guai con l’aggiunta di un tocco di distruttiva gelosia.

In un suo primo tentativo Polifemo cerca di adescare la sua ninfa preferita con il suono di un flauto (simbolo evidente di lussuria), ma la cosa non riesce.

La rabbia del gigante con un occhio solo cresce immediatamente, moltiplicata poco dopo dal fatto di sorprendere Galatea e Aci insieme.

Polifemo prende una roccia e la scaglia contro Aci, colpendolo (i ciclopi amano l’uso delle rocce come proiettili – una riprova è nell’Odissea con il bersaglio/Ulisse prescelto dai ciclopi di quell’epopea). Questa la più remota storia che spiegherebbe la presenza di uno dei faraglioni di fronte alla costa di Aci Trezza.

Oggi, fra Aci Reale e Aci Trezza, nel paese costiero di Capo Mulini esiste ancora una sorgente chiamata dai residenti Il sangue di Aci”, nome scelto anche per la colorazione dei depositi lungo l’affioramento della fonte.

Da sottolineare che gli affioramenti di acque dolci in questo tratto di costa orientale della provincia catanese, sono così tanti che hanno punti di sbocco anche sottomarini. Basta fare il bagno tuffandosi in mare.
Il dio Aci, ex pastore, fa sentire la sua presenza con spinte verso l’alto di acqua particolarmente fredda e non salata proveniente da spaccature nel fondo marino. Il tutto a pochi metri dalle scogliere e a profondità raggiungibili facilmente in apnea. Immergersi in quei punti è divertente.

In onore di Aci, nove centri di questa parte della Sicilia orientale portano il suffisso Aci (Aci Castello, Acitrezza, Acireale, Aci Bonaccorsi, Aci Sant’Antonio, Aci Catena, Aci San Filippo, Aci Platani, Aci Santa Lucia), proprio negli stessi luoghi dove, sempre secondo leggenda, Polifemo avrebbe buttato nove parti del corpo di Aci.

In realtà questi centri urbani nacquero dopo un distruttivo terremoto (1169) che fece scempio dell'antica Aci Castello, tanto da provocare l'esodo degli abitanti verso tutto il territorio, a cominciare dall'allora Aquilia che poi divenne Acireale, ma la gente scappò anche verso l'interno dando così vita alle nuove cittadine con il suffisso “Aci”.

Anche il nome di Galatea viene citato spesso in questi luoghi, nelle denominazioni date ad alcune pizze servite nei ristoranti che si affacciano sui faraglioni di Aci Trezza o di fronte al castello a picco sul mare di Aci Castello. Anche complessi residenziali di lusso, con tanto di accesso proprio alla scogliera marina, ne hanno adottato il nome: “Specchio di Galatea” tanto per citarne uno. Ma questa è un’altra storia…

La rocca di Aci Castello, anche per le poche rimanenze archeologiche ritrovate, dovrebbe risalire al periodo della colonizzazione greca e poi alla dominazione romana. La posizione del Castello è stata da sempre strategica, permetteva il controllo del mare e del transito delle navi da e per lo stretto di Messina.
La demolizione praticamente totale fatta dai musulmani al loro arrivo in Sicilia non ha permesso il ritrovamento di reperti e tracce certe del più remoto passato anche se scrittori dell'epoca classica raccontano di battaglie in zona, come Diodoro Siculo sul confronto armato fra il navigatore e generale cartaginese Imilcone e l'ammiraglio siracusano Leptine, fratello Dionisio I tiranno di Siracusa, nel corso delle campagne militari del 406-396 a.C. per le guerre puniche in Sicilia.
Esistono rimanenze certe del Castello edificato dai bizantini sul preesistente Castrum Jacis di epoca romana.

La Dama del Casteddu di Iaci

Breve e tristissima storia, protagonista una splendida ragazza che, come accade spesso in storie e leggende, diventa moneta di scambio, oggetto di desideri e brame.

Immaginate un padre, importante personaggio, un alto funzionario, chissà, forse anche nobile. Con lui la figlia, tanto bella che spicca così tanto da poter essere paragonata a quelle splendide ginestre cariche di fiori nel paesaggio quasi lunare della vetta dell’Etna. Una donna in fiore che per tale bellezza sembrava far sparire gli umani attorno a lei.

Il padre della fanciulla è roso dai debiti e un giorno onora l’invito del governatore al Castello di Aci Castello. Sembra quasi che tutto sia organizzato nello zelo che mette il genitore a portare la figlia al maniero per la grande festa.

All’apparire della Dama, il governatore si dà subito da fare, le tenta tutte, le sue avance mirano a far capitolare la giovane donna, il desiderio dell’uomo non ha fine.

Ma la giovane Dama non capitola, ma cosa vuole il governatore? Lui sempre vicino, sempre più insistente, scade nel volgare. Il calore del personaggio arriva a ondate misto a uno strano odore ripugnante di carne cruda.

La Dama arretra, si allontana, poi cerca di fuggire con dietro quell’uomo che per poco non sbava. Però la ragazza si trova in quel nero castello, si trovano tutti nella parte alta e dominante su tutta la costa.

Lei ha paura e prova ribrezzo per il suo cacciatore, si ritrova vicina al parapetto della grande terrazza in quel punto a forma di cuneo.

La Dama dà un’altra occhiata dietro di sé, non c’è via di fuga, allora sale sull’orlo della terrazza e si butta giù.

Il suo corpo non sarà ritrovato sulla piattaforma basaltica del maniero. Avrà pregato dio, una divinità, un’entità fatata affinché fosse salvata in quel volo verso l’abisso nero della pietra e del mare di notte?

Scomparsa del tutto.

Da allora in molti l’hanno sentita, durante le notti di luna piena. Tanti ne hanno avvertito e ne sentono tutt’oggi le parole disperate e l’urlo di lei come in una ripetizione del suo lancio dal terrazzo del Castello. Uno strazio senza fine che rimbomba fra stanze e sale del Maniero, quel tormento che dominò molte delle notti di quel lussurioso governatore.

Ma su tutto questo c’è una variante…

Da Le storie del Castello di Trezza, di Giovanni Verga

Fa parte delle Novelle di Giovanni Verga

Mai storie tranquille e il Castello ne contiene, eccome se ne custodisce. Se volete sentire echi del passato, sussurri e molto altro, state lì dentro ad aspettare quieti.

Estratto da Le storie del Castello di Trezza (1877-pubblicato nella raccolta Novelle 1887) – citazione dal Capitolo II e successivi

[…]
La seconda moglie del barone d’Arvelo era una Monforte, nobile come il re e povera come Giobbe, forte come un uomo d’arme e tagliata in modo da rispondere per le rime alla galanteria un po’ manesca di don Garzia, e da promettergli una nidiata di d’Arvelo, numerosi come le uova che avrebbe potuto covare la chioccia più massaia di Trezza. Prima delle nozze, le avevano detto degli spiriti che si sentivano nel Castello, e che la notte era un gran tramestìo pei corridoi e per le sale, e si trovavano usci aperti e finestre spalancate, senza sapere come nè da chi — usci e finestre ch’erano stati ben chiusi il giorno innanzi — che si udivano gemiti dell’altro mondo, e scrosci di risa da far venire la pelle d’oca al più ardito scampaforche che avesse tenuto alabarda e vestito arnese. Donna Isabella avea risposto che, fra lei e un marito come, al vedere, prometteva esserlo don Garzia, ella non avrebbe avuto paura di tutte le streghe di Spagna e di Sicilia, nè di tutti i diavoli dell’inferno. Ed era donna da tener parola.

La prima volta che si svegliò nel letto dove avea dormito l’ultima notte la povera donna Violante, mentre Grazia, la cameriera della prima moglie del barone, le recava il cioccolatte e apriva le finestre, ancora mezzo addormentata, domandò svogliatamente:

— E così, come va che gli spiriti non hanno ballato il trescone di benvenuto alla nuova castellana?

— Non s’è sentito stanotte?… rispose la povera Grazia, che anche a parlare ne avea una gran paura.

— Sì, ho udito il russare di don Garzia; e ti so dire che russa come dieci guardie vallone.

— Vuol dire che il cappellano ha benedetto la camera meglio delle altre volte.

— Ah! sarà così, oppure che faccio paura al diavolo e agli spiriti.

— O che sarà per domani.

— Eh! hanno dunque il loro cerimoniale, messeri gli spiriti, come nostro signore il re? Racconta dunque!

— Io non so nulla, madonna.

— Chi sa dunque questa storia?

— Mamma Lucia, Brigida, Maso il cuoco, Anselmo ed il Rosso, i due valletti di messere il barone, e messer Bruno, il capocaccia.

— E cosa hanno visto costoro?

— Nulla.

— Nulla! Cosa hanno udito dunque?

— Hanno udito ogni sorta di cose, che Dio ce ne liberi!

— E da quando si sono udite di queste cose che Dio ce ne liberi?

— Dacchè è morta la povera donna Violante, la prima moglie di messere.

— Qui?

— Proprio qui, in questo lato del castello; ma dalla cima dei merli sino in fondo alle cucine, di cui le finestre danno sulla corte.

La baronessa si mise a ridere, e la sera narrò al marito quel che le era stato detto. Don Garzia, invece di riderne anch’esso, montò in una tal collera che mai la maggiore, e incominciò a bestemmiar Dio e i santi come donna Isabella non avea visto nè udito fare dagli staffieri più staffieri che fossero a casa de’ suoi fratelli, e a minacciare che se avesse saputo chi si permetteva di spargere cotali fandonie, l’avrebbe fatto saltare dal più alto rivellino del castello. La baronessa fu estremamente sorpresa che quel pezzo di uomo, il quale non doveva aver paura nemmen del diavolo, avesse dato tanto peso a delle sciocche storielle, e in cuor suo ne fu contenta, chè si sentiva più degna del marito di portare i calzoni, e di far la castellana come andava fatto.

— Dormite in santa pace, madonna, le disse don Garzia, chè qui, nel castello e fuori, pel giro di dieci leghe, sin dove arriva il mio buon diritto e la mia buona spada, non c’è a temere altro che la mia collera.

Però la baronessa, sia che le parole del marito l’avessero colpita, sia che delle sciocchezze udite le fosse rimasta qualcosa in mente, si svegliò di soprassalto verso la mezzanotte, credendo d’avere udito, o d’aver sognato, un rumore indistinto, non molto lontano, proprio dietro la parete dell’alcova. Stette in ascolto con un po’ di batticuore; ma non s’udiva più nulla, la lampada notturna ardeva ancora, e il barone russava della meglio. Ella non ardì svegliarlo, ma non potè ripigliar sonno. Il giorno dopo la sua donna la trovò pallida e accigliata, e mentre la pettinava dinanzi allo specchio, la baronessa, coi piedi sugli alari e bene avvolta nella sua veste da camera di broccato, le domandò, dopo avere esitato alquanto:

— Orsù, dimmi tutto quel che sai degli spiriti del castello.

— Io non so altro che quel che ne ho udito raccontare dal Rosso e da Brigida. Volete che vi chiami Brigida?

— No! rispose con vivacità donna Isabella. Anzi non dire ad anima viva che io te n’abbia parlato…. Raccontami quel che t’hanno detto Brigida e il Rosso.

— Brigida, quando dormiva nella stanzuccia accanto al corridoio qui vicino, udiva tutte le notti, poco prima o poco dopo dei dodici colpi della campana grossa, aprire la finestra che dà sul ballatoio, e la porta del corridoio. La prima volta che Brigida udì quel rumore fu la seconda domenica dopo Pasqua, la ragazza avea avuto la febbre e non poteva dormire; l’indomani tutti coloro ai quali raccontò il fatto credettero che fosse stato inganno della febbre; ma la poverina a misura che il giorno tramontava aveva una gran paura, e cominciò a parlare in tal modo del gran via vai della notte, che tutti credettero fosse delirante, e mamma Lucia rimase a dormire con lei. L’indomani anche mamma Lucia disse che in quella camera non avrebbe voluto passarci un’altra notte per tutto l’oro del mondo. Allora anche coloro i quali s’erano mostrati più increduli cominciarono ad informarsi e del come e del quando, e Maso raccontò quello che non avea voluto dire per timore di farsi dar la baia dai più coraggiosi. Da più di un mese avea udito rumore anche nel tinello, e s’era accorto che gli spiriti facevano man bassa sulla credenza. A poco a poco raccontò pure quel che aveva visto.

— Visto?

— Sì, madonna; sospettando che alcuno dei guatteri gli giocasse quel tiro, si appostò nell’andito, dietro il tinello, col suo gran coltellaccio alla cintola, e attese la mezzanotte, ora in cui solevasi udire il rumore. Quando tutt’ad un tratto — non si udiva ronzare nemmeno una mosca — si vede comparir dinanzi un gran fantasma bianco, il quale gli arriva addosso senza dire nè ahi nè ohi, e gli passa rasente senza fare altro rumore di quel che possa fare un topo che va a caccia del formaggio vecchio. Il povero cuoco non volle saperne altro, e fu a un pelo di buscarne una bella e buona malattia.

— Ah! disse la baronessa ridendo. E cosa fece in seguito?

— Non fece nulla, fece acqua in bocca, andò a confessarsi, a comunicarsi, ed ogni sera, prima di mettersi in letto, non mancava di recitare le sue orazioni, e di raccomandarsi ben bene a tutte le anime del purgatorio che sogliono gironzare la notte, in busca di requiem e di suffragi.

— Giacchè sono degli spiriti i quali rubano in tinello come dei gatti affamati o dei guatteri ladri, se fossi stata messer Maso, invece d’infilar paternostri, mi sarei raccomandata alla mia miglior lama, onde cercare di scoprire chi fosse il gaglioffo che si permetteva di scambiar le parti coi fantasmi.

— Oh madonna, la stessa cosa disse il Rosso il quale è un pezzo di giovanotto che il diavolo istesso, che è il diavolo, non gli farebbe paura; e si mise a rider forte, e gli disse bastargli l’animo di prendere lo spirito, il fantasma, il diavolo stesso per le corna, e fargli vomitare tutto il ben di Dio di cui dicevasi si desse una buona satolla in cucina; mai non l’avesse fatto! La notte seguente s’apposta anche lui nel corridoio, come avea fatto il cuoco, colla sua brava partigiana in mano, ed aspetta un’ora, due, tre. Infine comincia a credere che Maso si sia burlato di lui, o che il vino gli abbia fatto dire una burletta, e comincia ad addormentarsi, così seduto sulla panca e colle spalle al muro. Quand’ecco tutt’a un tratto, tra veglia e sonno, si vede dinanzi una figura bianca, la quale toccava il tetto col capo, e stava ritta dinanzi a lui, senza muoversi, senza che avesse fatto il minimo rumore nel venire, senza che si sapesse da dove fosse venuta; un po’ di barlume veniva dalla lampada posta nella sala delle guardie, dal vano dell’arco al disopra della parete, e il Rosso giura d’aver visto i due occhi che il fantasma fissava su di lui, lucenti come quelli di un gatto soriano. Il Rosso, o non fosse ancora ben sveglio, o provasse un po’ di paura per quella sùbita apparizione, senza dire nè una nè due, mise mano alla sua partigiana e menò tal colpo da spaccare in due un toro, fosse stato di bronzo; ma la spada gli si ruppe in mano, così come fosse stata di vetro, o avesse urtato contro il muro; si vide un fuoco d’artifizio di faville, a guisa dei razzi che si sparano per la festa della Madonna dell’Ognina, e il fantasma scomparve, nè più nè meno di come fa un soffio di vento, lasciando il Rosso atterrito, col suo troncone di spada in mano, e talmente pallido da far paura a chi lo vide per il primo, e d’allora in poi, invece di chiamarlo il Rosso, gli dicono il Bianco.

La baronessa rideva ancora in aria d’incredulità; ma le sue ciglia si corrugavano di tanto in tanto, e pur tenendo gli occhi fissi nello specchio, non avea badato nè al come Grazia la stesse pettinando, nè al come le avesse increspato i cannoncini della sua gorgierina ricamata. O che la convinzione della cameriera fosse talmente sincera da esser comunicativa, o che il sogno della notte avesse fatto una potente impressione su di lei, pensava più che non volesse alla notte che doveva passare un’altra volta in quella medesima alcova.

— E cosa si dice nel castello di coteste apparizioni? — domandò dopo un silenzio di qualche durata.

— Madonna….

— Parla!

— Madonna… si dicono delle sciocchezze….

— Raccontamele.

— Messere il barone andrebbe su tutte le furie se lo sapesse.

— Tanto meglio! raccontamele.

— Madonna… io sono una povera fanciulla…. Sono un’ignorante…. Avrò parlato senza sapere quel che mi dicessi… Messere il barone mi butterebbe dalla finestra più facilmente ch’io non butti via questo pettine che non serve più. Per carità, madonna, non vogliate espormi alla collera di messere!

— Preferiresti esporti alla mia? esclamò la baronessa aggrottando le ciglia.

— Ahimè!… Madonna!

— Orsù, spicciati; voglio saper tutto quel che si dice, ti ripeto, e bada che se la collera del barone è pericolosa, la mia non ischerza.

— Si dice che sia l’anima della povera donna Violante, la prima moglie del barone, rispose Grazia messa alle strette, e tutta tremante.

— Come è morta donna Violante?

— S’è buttata in mare.

— Lei?

— Proprio lei, dal ballatoio mezzo rovinato che gira dinanzi alle finestre del corridoio grande, sugli scogli che stanno laggiù; in fondo al precipizio fu trovato il suo velo bianco…. Era la notte del secondo giovedì dopo Pasqua.

— E perchè s’è uccisa?

— Chi lo sa? Messere dormiva tranquillamente accanto a lei, fu svegliato da un gran grido, non se la trovò più al fianco, e prima che fosse ben sveglio vide una figura bianca la quale fuggiva. Si udì un gran baccano pel castello, tutti furono in piedi in men che non si dica un’”avemaria”, si trovarono gli usci e le finestre del gran corridoio spalancati, e il barone che correva sul ballatoio come un gatto inferocito; se non era il capocaccia, il quale l’afferrò a tempo, il barone sarebbe caduto dal parapetto rovinato, nel punto dove comincia la scala per la torretta di guardia, di cui non rimangono altro che le testate degli scalini. Il fantasma era scomparso giusto in quel luogo.

La baronessa s’era fatta pensierosa.

— È strano! mormorò.

— Della povera signora non rimase nè si vide altro che quel velo; nella cappella del castello e nella chiesa del villaggio furono dette delle messe per tre giorni, in suffragio della morta, e una gran folla assistè ginocchioni ai funerali, chè tutti le volevano un ben dell’anima per le gran limosine che faceva quand’era in vita; però, sebbene messere avesse dato ordine che le esequie fossero quali si convenivano a così ricca e potente signora, e la bara, colle armi della famiglia ricamate sulle quattro punte della coltre, stesse tre dì e tre notti nella cappella, con più di quaranta ceri accesi continuamente, e lo stendardo grande ai piedi dell’altare, e drappelloni e scudi intorno che mai non si vide pompa più grande, il barone partì immediatamente, nè si vide mai più al castello prima d’ora.

— Meno male! mormorò donna Isabella. Don Garzia non mi ha detto nulla di tutto ciò, ma è bene ch’io lo sappia.

— Alcuni pescatori poi ch’erano andati sul mare assai prima degli altri, raccontano d’aver visto l’anima della baronessa, tutta vestita di bianco, come una santa che ella era, sulla porta della guardiola lassù, e passeggiare tranquillamente su e giù per la scala rovinata, ove un gabbiano avrebbe paura ad appollaiarsi, quasi stesse camminando su di un bel tappeto turco, e nella miglior sala del castello.

— Ah! esclamò la baronessa; e non disse altro, si alzò e andò a mettersi alla finestra.

Il giorno era tiepido e bello, e il sole festante che entrava dall’alta finestra sembrava rallegrasse la tetra camera; ma donna Isabella non se ne avvedeva, sembrava meditabonda, e voltandosi a un tratto verso la Grazia:

— Mostrami dov’è caduta donna Violante, le disse.

— Colà in quel punto dove il muro è rotto e cominciava la scala per la guardiola della sentinella, quando vi si metteva una sentinella.

— E perchè non ci si mette più adesso? — domandò la baronessa con un singolare interesse.

— Bisognerebbe aver le ali per arrampicarsi lassù; adesso che la scala è rovinata il più ardito manovale non metterebbe i piedi su quel che rimane degli scalini.

— Ah, è vero!…

E rimase contemplando lungamente la torricciuola, la quale isolata com’era sembrava attaccarsi, paurosa dell’abisso che spalancavasi al di sotto, alla cortina massiccia, e gli avanzi della scalinata, cadenti, smantellati, senza parapetto, sospesi in aria a quattrocento piedi dal precipizio sembravano un addentellato per qualche costruzione fantastica.

— Infatti, mormorò come parlando fra di sè, sarebbe impossibile; c’è da averne il capogiro soltanto a guardare.

Si tirò indietro bruscamente, e chiuse la finestra.

Grazia, vedendo la sua beffarda padrona così accigliata, e accorgendosi che la sua storia avea fatto tale inattesa impressione su di lei, sentiva una tale paura come se avesse dovuto passare la notte nella camera di Rosalia.

— Ahimè! madonna, io ho detto tutto per obbedirvi e senza pensare che ci va della mia vita se lo risapesse il barone. Abbiate pietà di me, madonna!

— Non temere, rispose donna Isabella con un singolare sorriso; coteste cose, vere o false, non si raccontano al mio signore e marito. Ma dimmi anche quel che si dice del motivo che abbia spinto donna Violante ad uccidersi; poichè un motivo qualunque ci sarà stato; qualcosa si dirà, a torto o a ragione, di’.

— Giuro per le cinque piaghe di Nostro Signore e per la santa giornata di venerdì che è oggi, che non si dice nulla, o almeno che non so nulla. Da principio, quando si è incominciato a sentire dei gemiti nelle notti di temporale, ed anche tutte le notti dal sabato alla domenica, e tutte le volte che fa la luna, o che qualche disgrazia deve avvenire nel castello o nei dintorni, si credeva che la baronessa fosse morta in peccato mortale, e perciò la sua anima chiedesse aiuto dall’altro mondo, mentre i demoni l’attanagliavano; ma poi Beppe, il pescatore, raccontò la visione che gli apparve sull’alto della guardiola, e alcuni giorni dopo quel bravo vecchio di suo zio Gaspare la ebbe confermata, e si ebbe la certezza che l’anima benedetta della baronessa era in luogo di salvazione, e si pensò invece a quella di Corrado il paggio, poveretto!

— Come era morto il paggio? s’era ucciso anche lui?

— Non era morto, era scomparso.

— Quando?

— Due giorni prima della morte di donna Violante.

— E chi l’aveva fatto sparire?

— Chi!… — balbettò la ragazza facendosi pallida. — Ma chi può far sparire un’anima del Signore e portarsela a casa sua, come un lupo ruba una pecora? — Messer demonio.

— Ah! era dunque un gran peccatore cotesto messer Corrado!

— No, madonna, era il giovane più bello e gentile che sia stato al castello.

La baronessa si mise a ridere.

— Eh! mia povera Grazia, quelli sono i peccatori che messer demonio suol rapire a cotesta maniera!… — E poi, rifacendosi pensosa, volse un lungo e profondo sguardo su quel letto dove il gemito pauroso l’avea fatta sussultare la notte.

— Quando si odono questi gemiti dell’altro mondo? domandò.

— In quelle notti in cui il fantasma non si fa vedere.

— È strano! E dove?

— Qui, madonna, in quest’alcova e nell’andito che c’è accanto, nel corridoio che passa vicino a questa camera, e nello spogliatolo che è dietro l’alcova.

— Insomma qui vicino?

Per tutta risposta Grazia si fece il segno della croce.

La baronessa strinse le labbra tutt’a un tratto.

— Va bene, le disse bruscamente. Ora vattene. Non temere. Non dirò nulla di quel che mi hai detto.

[…]

Capitolo IV

Il barone fu insolitamente sobrio a cena quella sera. Donna Isabella andò a coricarsi senza dire una parola, senza fare un’osservazione, ma pallida e seria. Don Garzia, quando si fu accertato che il Rosso e il Bruno erano già al loro posto, andò a letto e disse alla moglie motteggiando:

— Stanotte vedremo se il diavolo ci lascerà la coda.

Donna Isabella non rispose, ma don Garzia non russò e dormì di un occhio solo.

Mezzanotte era suonata da un pezzo, il barone avea levato il capo ascoltando i dodici tocchi, poi s’era voltato e rivoltato pel letto due o tre volte, avea sbadigliato, infine s’era addormentato per davvero. Tutto era tranquillo, e taceva anche il vento; Donna Isabella, che era stata desta sino allora, cominciova ad assopirsi.

Ad un tratto un grido terribile rimbombò per l’immenso corridoio; era un grido supremo di terrore, di delirio, che non poteva riconoscersi a qual voce appartenesse, che non aveva nulla d’umano; nello stesso tempo si udì un gran tramestìo, l’uscio e la finestra della camera furono spalancati con impeto, quasi da un violento colpo di vento, e al lume dubbio della lampada parve che una figura bianca in un baleno attraversasse la camera e fuggisse dalla finestra.

La baronessa, agghiacciata dal terrore fra le coltri, vide il marito slanciarsi dietro il fantasma colla spada in pugno, e saltare dalla finestra sul ballatoio. Egli correva come un forsennato, seguito da Bruno, inseguendo il fantasma che fuggiva come un uccello, sull’orlo del parapetto rovinato; entrambi, coi capelli irti sul capo, videro al certo, non fu illusione, la bianca figura arrampicarsi leggermente pei sassi che sporgevano ancora dalla cortina, al posto dov’era stata la scala, e sparire nel buio.

— Per la Madonna dell’Ognina! esclamò il barone dopo alcuni istanti di stupore, lo toccherò colla mia spada, o che si prenda l’anima mia, s’è il Diavolo in carne ed ossa!

Questo è solo un assaggio della creazione verghiana.

Ho smosso a sufficienza la vostra curiosità?
Allora andate in una biblioteca oppure procedete all’acquisto dello scritto di Giovanni Verga. Fascino, immagini, misteri ed emozioni ne riempiono le pagine.

Andate alla scoperta di Aci Castello, e non solo, attraverso le parole dello scrittore siciliano Giovanni Verga, nome completo Giovanni Carmelo Verga di Fontanabianca.

Poi organizzatevi per un’applicazione nella realtà, andate a vivere quel pezzo di Sicilia orientale, ma fatelo con calma. Osservate i particolari, ascoltate il dialetto e l’inflessione della parlata locale, scalate l’ingresso al Castello, ammirate i faraglioni di Aci Trezza e la loro particolare forma minerale, immergetevi nel mare, andate a caccia di colori e sapori.
La sinfonia siciliana è a vostra disposizione.

Buon divertimento!

La struttura odierna del Castello è di epoca normanna, edificata all'inizio nel 1076 con rimaneggiamenti continui.
Fu scenario dei conflitti per il dominio in Sicilia post dominio normanno-svevo, quindi la contrapposizione Aragona-Angiò, il Castello sede di potenti e di esponenti di dinastie reali soprattutto nei momenti più fluidi delle contrapposizioni di potere iniziate con i Vespri, prima della definitiva stabilizzazione.
Il territorio divenne Comune nel 1528 grazie all’Imperatore Carlo V che lo liberò da ogni vassallaggio.
Nuovo splendore del Castello nel 1600 a opera di Re Filippo III che nel 1634 ne decise una bella ristrutturazione dotandolo anche di artiglieria come ricordato dalla lapide all'ingresso del Castello.

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