Riordinare ed eliminare le cose di chi non c’è più è un’impresa titanica per i ricordi che si scatenano e per il dolore che sale a picchi come se si fosse sulle montagne russe. Una morte, come quella di mia mamma, è incolmabile, resta potente anche quando vengo distratto dalle ovvie incombenze post morte-burocratiche. Anche sorvegliare mio padre mi distrae da quanto sento. Letizia Geraci e Silvio Grifeo uniti da 63 anni, una quantità di tempo enorme. Sorveglianza su papà che amplifico soprattutto oggi, 7 maggio, a un mese dalla morte di mamma e, in contemporanea, compleanno di papà. Lui ha raggiunto ben 93 anni. Due momenti che coincidono accomunati nel dolore in questo 2026.
Un dolore che è lì a grattare con artigli acuminati in un angolo della mente e al centro del cuore.
Papà lascia trasparire rarissimi momenti di sconforto. Da puro Grifeo trattiene, ma chi come me conosce questa razza siciliana, questi grifoni, sa leggere bene oltre quel viso apparentemente inespressivo.
Gli occhi sono diversi dal solito e quella particolare impassibilità è chiaro segno di impalcature emotive d’emergenza che sorreggono il tutto per evitare un crollo disastroso. Ce ne siamo ben accorti io e mio fratello Salvatore.

Ci riflettevo sopra volendo trovare le parole più giuste per descrivere tutto questo, per raccontarmi mentre stavo già iniziando due fasi di “riordino” casalingo.
Da una parte i cassetti con l’intimo, le vestaglie, le vesti da camera, alcuni nastri, i cofanetti di mamma, ricette mediche, lettere.
Dall’altra, sistemare il bagno azzurro, il bagno personale di mamma e papà, tutti quei lunghi scaffali colmi di prodotti per la bellezza, per il trucco, i profumi, i deodoranti, tanti, tanti, tanti. Ho riempito scatoloni. Incredibile. Finché stavano nei loro consueti luoghi, nessuno avrebbe mai potuto pensare fossero così tanti.
Aperto quello scrigno tra scaffali e sportelli, quegli oggetti si sono moltiplicati come il dolore che mi impazza dentro.
In quel bagno, toccare batuffoli di cotone, scatole di cipria, scrigni con borotalco, confezioni di rossetti e struccanti, creme nutrienti per la pelle, bottigliette con lo smalto per le unghie sempre di colore tenue.
È stato un vero e proprio assalto ai sensi prima che al cuore.
Flaconi con quel Chanel Nº 5 e quel monogramma CD–Christian Dior, prodotti per il trucco dominati soprattutto da profumi e deodoranti coordinati, il Cristalle e negli ultimi anni COCO. Indimenticabili a cominciare dal profumo lasciato su di lei e sui suoi vestiti che ancora non ho avuto il coraggio di toccare. Aprire un’anta dei suoi armadi pieni di quegli abiti appesi in grande ordine, quelle camicie, giacconi, cappotti e quelle maglie sui ripiani, significa sentirla tutta quella combinazione di profumi. Per adesso tengo chiuso.
Un passo per volta.
Non ho potuto fare a meno di vivere quel riordino con un larvato senso di profanazione. Osservare e scavare nel profondo angoli di casa così suoi privati. Credo che non siano mai esistiti altri occhi a scrutare fra le sue cose.
Una mia sensazione, quella della simil profanazione, rafforzata dal carattere molto riservato di mia madre, lato in comune con mio padre.
C’è un ricordo che mi fu raccontato nella nostra vasta famiglia siciliana.
Quando lei conobbe mio padre, in BNL, entrambi appartenenti a quella banca, decisero di iniziare a uscire insieme. La prima volta papà la venne a prendere nell’appartamento di nonna. Non appena andarono via, le tre sorelle di mamma, le zie Antonietta, Sarah e Adelaide, sorrisero e si dissero: “Chissà cosa si diranno mai visto che sono così timidi. Riusciranno a spiccicare parola?”.
Eppure poi andarono avanti felici, si fidanzarono, si sposarono e vissero benissimo, estremamente legati per 63 anni.


Toccare e inscatolare tutti quei prodotti mi ha riportato con violenza al passato.
Avrò avuto circa sei anni.
Rimanevo incantato entrando nei bagni con la zona toeletta di mamma e anche delle zie quando andavo a casa loro nell’ atavica Sicilia, a Catania.
L’inevitabile grande specchio, i tanti cassetti, la miriade di strumenti e bottigliette sul ripiano insieme al consueto specchio tondo su tripode pieghevole. L’antro di una maga.
Perfetto per me che ero nato intriso di fantasia, già maniaco dell’antico, di leggende greche ed egizie, del medio evo.
Magico per me che schieravo una miriade soldatini ai piedi di un castello smontabile illuminato da luci a batteria capaci di proiettare le ombre di quei guerrieri minuscoli sulle pareti del salone di casa trasformandoli in giganti congelati nel loro movimento di spade, lance, cavalcature.
Era affascinante quella strana zona trucco come lo era la capacità di mamma nel condensare molte di quegli oggetti, specchio pieghevole compreso, in un beauty case ogni volta che, sin dagli anni 70, doveva preparare le valigie per partire.
La prima cosa che mi colpiva da bambino entrando nei bagni di mamma e zie è stato sempre l’odore ovattato, impalpabile, proprio come quello di una cipria.
Poi l’uso di strani strumenti, curiosi e misteriosi per me, come lo era il piegaciglia. Tutte le sorelle Geraci lo usavano a conclusione del trucco occhi, credo prima di mettere il mascara. In metallo cromato, un’impugnatura tipo forbice, ma più esile. Poi serravano le dita e il piegaciglia faceva un lieve rumore, una sorta di “criic” appena udibile, la parte in cima serrava le ciglia che ne uscivano arcuate ad arte.
Sembrava un rito religioso, portato avanti con grande precisione, come fossero delle sacerdotesse a prepararsi prima di una cerimonia, di una liturgia, di un rituale anche nei soli preparativi.
Proprio fra quelle cose che ho tirato via da quegli scaffali ho trovato un piegaciglia di mamma.
Credo che non lo usasse da tanto tempo, eppure era lì insieme a tanti altri oggetti che testimoniavano tempi passati.
Non sono mancate le sorprese, come una trousse di prodotti per la pelle a base di Canapa Sativa. Non ricordavo proprio li avesse usati. Un legame con il mio lavoro giornalistico che porto avanti dal 2017 sul mondo della Canapa industriale.
Altra sorpresa una vecchia nota per la spesa con la lista degli ingredienti da acquistare, tutti necessari per poter poi cucinare un arrosto allo spumante. Che piatto gustoso nella sua semplicità.
Purtroppo in cima a quella lista, scritto in grande e a stampatello semmai lo dimenticasse – strano perché mamma odiava lo stampatello -, “UNA STECCA MULTIFILTER ROSSE DURE, 1 STECCA MARLBORO LIGHT”. Chissà perché rosse, le preferiva le azzurre, più leggere. Forse volle provare. Di sicuro doveva essere un momento in cui a Roma c’era pure la zia Adelaide, altrimenti non si spiegherebbe l’acquisto contemporaneo di due stecche di sigarette.
Il veleno sigaretta, quello che mamma usò moltissimo e che le portò il cancro manifestatosi negli ultimi mesi del 2025. Ultimamente mi sono chiesto, visto quanto che fumava anche se lei diceva che non aspirasse il fumo, come mai quel male non si sia presentato anni prima. Ma questo è un pensiero cattivo e parassita come quella malattia.
Non lo avrei mai creduto, ma fra quegli oggetti nel bagno azzurro ho trovato anche sei bustine di salviettine profumate/detergenti, quelle che le hostess ti porgono in aereo.
Dovevano riferirsi a viaggi che per mamma hanno avuto un significato particolare, oggetti che in lei dovevano essersi trasformati in tesori intimi che dovevano accompagnare i ricordi. Un “di più” personale che ha affiancato le consuete foto scattate in quegli anni.
Fra queste bustine una riportava il logo Varig-Viação Aérea Rio-Grandense, compagnia aerea brasiliana che lei, insieme a papà, alla zia Adelaide e allo zio Nuccio, usò per un lungo viaggio in Brasile, dall’area di San Paolo fino a Rio de Janeiro e alla riserva naturale delle Cascate dell’Iguaçu.
Anche svuotare un singolo sportello del bagno azzurro si è trasformato in lunghissimi momenti. Molti oggetti sono mutati in in evocazioni, in ricchi film mentali dove mamma viveva (e vive) ancora, sorride, mi rimprovera, ne ascolto la voce, il respiro e, inevitabilmente, precipito nell’abisso degli ultimi istanti della sua vita…
Il suo respiro.
Importante il respiro, non potrò mai cancellare quanto accaduto da fine ottobre 2025 al 7 aprile 2026.
All’inizio di questo intervallo di tempo la respirazione di mamma era un po’ affannata, strano per lei grande camminatrice. L’età che avanzava?
Poi lei divenne sempre più bloccata a ogni inspirazione, la fame d’aria cresceva, a novembre la situazione non le permetteva di mangiare serenamente o di parlare per più di quattro parole per volta, costretta a riposarsi piegata in avanti.
Poi la nefasta diagnosi a fine novembre, un tumore all’apice del polmone destro. Lei a 91 anni, donna che dimostrava almeno dieci anni di meno, sempre attiva, sbrigava sempre tutto a piedi, ovunque perché non le piaceva guidare, mai piaciuto.
Da quel momento fu mozzata nel respiro, nei movimenti, nel cibarsi visto che ogni cosa le faceva schifo. Deperiva velocemente.
Lei con un Microcitoma polmonare che le covava dentro, tra i tumori più rari e più rapidi a svilupparsi. Spesso legato ai/alle fumatori/fumatrici.
Però, proprio l’età avanzata di mamma mitigava il rapido cammino di quella bestia immonda parassita e autodistruttiva. Rallentava quel male che, di norma, vede la ribellione impazzita di cellule che non riconoscono l’ordine prestabilito dell’organismo, che attaccano il corpo cui appartengono per portarlo alla crisi finale. Ribellione suicida.
Arrivata in gran forma alla sua età, mamma dovette affrontare una cosa del genere.
Per sempre ringrazierò medici e infermieri che le hanno regalato una buona vita da dicembre 2025 alle sue ultime ore. Non un dolore, nessuna nausea, nessun problema se non quel senso di stanchezza che le durava due giorni dopo la somministrazione della terapia chemio-immunoterapica. Fame tanta, mamma giocava con il cibo fra pasti e svariati spuntini. Era fiduciosa, eseguiva gli esercizi assegnati dalla fisioterapista e in ultimo stava riprogrammando la sua vita a cominciare dal tornare dall’abile parrucchiere di fiducia, l’indimenticato Oscar e suo figlio.
Alla dottoressa Valentina Sini, oncologa e il suo gruppo all’Ospedale Santo Spirito di Roma.
Mamma vi ha voluto molto bene per la vostra umanità e attenzione estrema, per la qualità di vita che le stavate donando e assicurando.
Al professore Giulio Maurizi, chirurgo del reparto di Chirurgia toracica all’Ospedale Sant’Andrea e il gruppo che fa parte del reparto di questo nosocomio.
Mamma ha voluto bene anche a voi per la cura che avete messo nel renderla libera e farla sentire a posto, il polmone svuotato dal liquido invasore e tanto altro, oltre alla non secondaria cura amorevole cui era oggetto.
Un saluto di vero e grande cuore al dottor Giuseppe Petrillo che da tantissimi anni è stato IL e UNICO medico della nostra famiglia a Roma, sempre attentissimo e vero amico oltre che ottimo professionista.
Letizia Geraci Grifeo di Partanna vi manda un bacio.












































Ti capisco, ci sono passato.
Ho una scatola di fotografie, che non ho mai aperto. Non ne ho il coraggio. Temo che non reggerei l’impatto dei ricordi della mia bella famiglia siciliana.
"Mi piace""Mi piace"