Bionda, scura o con riflessi rossastri, profumata, non ghiacciata visto che i frigoriferi non c’erano, spesso dominata dal colore ambrato, la birra delle origini era molto particolare nella consistenza, somigliante a un frullato o similare, forse più vicina a un porridge. Erano i tempi dei Faraoni e nell’Antico Egitto scorrevano insieme due fiumi. Da una parte il Nilo con le sue immense acque portatrici di fertilità e prosperità. Dall’altra un fiume di birra pastosa, la bevanda più bevuta e più comune fra tutte le classi sociali di quella civiltà.
(immagine d’apertura dalla mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale, Roma – servo che prepara la birra e Henutsen macina il grano – foto © Giuseppe Grifeo)
“Se un uomo sogna di bere birra è un buon segno, indica un’ondata di emozioni”.
(Papiro Chester Beatty III)
“La tua birra è il tuo fare l’amore”
(Papiro Harris 500)“(la birra) ha scacciato la malattia che è in me”
(Papiro British Museum 10326)
“Dammi un po’ di birra, perché ho fame”
(Tomba di Intefiker, alto funzionario e visir egizio durante la XII dinastia)
Nelle sue varianti questa storica bevanda alcolica accompagnava i pasti della gente, dal Faraone al contadino e anche gli schiavi che, lo ribadisco per l’ennesima volta, era uno status umano non così diffuso lungo le rive del Nilo. Nulla a che fare con la schiavitù in larga misura istituzionalizzata e con molti centri di mercato, tipico delle realtà mesopotamiche, greche o romane.
Gli schiavi in Egitto erano prigionieri di guerra (che poi si sarebbero potuti affrancare entrando nella società egizia) o condannati per tradimento, per omicidio e per altre gravi imputazioni. Da sottolineare che la schiavitù non era per nulla una condizione sempre irreversibile. Non era sempre una condanna a vita, semmai il contrario.
In alcuni gravissimi casi poteva essere accompagnata dalla pena del taglio delle orecchie e del naso, prevista per gravissime condanne: per colpe legate alla corruzione, alla cospirazione ai danni delle autorità, per furto, frode e frode fiscale o per la violazione della fiducia statale. In alcuni periodi storici del Regno dei Faraoni questa pena era prevista anche per la falsa testimonianza.
Era una condanna sociale assoluta sia perché riconoscibile e orribile, sia perché ricollegata all'alto grado di colpa del condannato. E l'arrivo nell'aldilà dopo la morte? Per gli egiziani il corpo doveva essere integro per il passaggio al successivo piano d'esistenza.
La birra o Tenemu era proprio per tutti, tipica della vita quotidiana, arricchiva storie e leggende tipiche del mondo sacro.
Veniva arricchita da particolari ingredienti.
Le varianti della birra faraonica
Esisteva la Zythum, come era chiamata nell’epoca greco-macedone o nel suo nome originario heqet o henqet. In geroglifici:
𓎛𓈖𓈎𓏏𓎗
Traslitterando i segni è ḥnq.t (da ricordare che la lingua egizia come le altre della regione mediorientale fino a oggi, non scrive quasi mai le vocali), termine poi rimasto nella lingua copta come henke–hemki.
È una birra chiara, simile a una nostra bionda.
Poi la Sa, una birra scura, ad alta concentrazione, pregiata, consumata dal Faraone e famiglia, molto raramente anche dai visir e altissimi dignitari, spesso dai gradi più alti della classe religiosa, utilizzata in particolari riti, ma pure come medicina.
E ancora, la birra Cumy particolarmente scura e aromatica.
Tale bevanda era anche parte dei salari come lo erano i gonnellini, i sandali, ma pure alimenti come le cipolle, elementi contabili ritrovati come parte della retribuzione annotata di coloro che lavorarono alla costruzione delle grandi piramidi di Giza.
Il termine ΑἴγυπτοϚ-Aígyptos è la traslitterazione greca dell'egiziano Hut-ka-Ptah, il nome antico Menfi, l'antica e prima capitale.
“... con il nome di questa città i Greci indicavano l'intero Paese. Per i suoi abitanti invece l'Egitto era Tauy, le “Due Terre”: una definizione che ben significava l'unione di due regioni tra loro distinte, la valle e il Delta del Nilo (rispettivamente Basso e Alto Egitto) e tuttavia costituite dalla stessa “terra nera” di origine alluvionale, fertile, contrapposta alla “terra rossa” dei deserti circostanti”.
(Enciclopedia Treccani)
A parte queste varianti, c’erano elementi che caratterizzavano la birra dell’Antico Egitto, il valore come alimento come già detto, poi culturale e leggendario, religioso anche perché la birra era protetta dalla dea Tenet (da lei il nome della birra come Tenemu), quindi l’ovvio stretto legame con la medicina che nel Paese del Nilo era sì intrisa di religiosità e magia, ma strettamente legata a una trimillenaria esperienza che sfruttava l’efficacia curativa di tantissimi ingredienti naturali, minerali, vegetali e animali.
La birra nella medicina egizia
Questa bevanda alcolica all’origine delle nostre attuali bionde, rosse e brune, veniva usata nell’Antico Egitto anche contro l’avvelenamento dalla puntura di uno scorpione.
Come sottolineato ne “Lo status di birra e vino nell’antica società egiziana” -Journal of Northwest Semitic Languages 48/1 (2022)- di Damian Klop (Shijiazhuang Tiedao University), la birra, grazie al suo contenuto energetico, in fibre ed etanolo veniva impiegata per trattare l’anoressia, la stitichezza e per alleviare l’asma. Inoltre, il suo contenuto antibiotico, dovuto ai silos egiziani a cupola e alle giare per la birra che garantivano un ambiente fresco, secco e alcalino favorevole alla formazione di Streptomiceti produttori di tetraciclina Streptomycetes, veniva utilizzata per curare infezioni batteriche in ferite, gengive, polmoni, urina, stomaco e ano.
Anche il processo di mummificazione prevedeva o poteva prevedere, il lavaggio con birra del corpo da preparare, atto necessario per il passaggio al divino. Inoltre, quattro tipi di birra compaiono in descrizioni dei banchetti allestiti per il defunto.
Del resto, la presenza di giare di birra in tutte le tombe lungo la Valle del Nilo indica che gli Egizi riconoscevano a questa bevanda un alto valore sacro come elemento funerario essenziale. Potrebbe dipendere dal fatto che la birra era la ricompensa per la vita eterna dopo aver superato la prova della pesatura del cuore (dal Libro dei Morti) che rivelava la giustezza della vita terrena per ogni defunto: “Maat la grande (ndR: la dea della verità) ha testimoniato. Gli si diano pane e birra … egli sarà per sempre” (Libro dei Morti §30b).
Sarà dipeso pure dal fatto che la birra fosse la bevanda principale nell’aldilà, quella che sosteneva i defunti: “… questo Tumulo dell’Occidente in cui gli uomini vivono di pani shens e brocche di birra”.
La dea Tenet - Divinità protettrice del parto e della birra, spesso ritratta proprio nella posa inginocchiata tipica delle lavoratrici e dei lavoratori che trattano/macinano l'orzo per la preparazione di questa bevanda. Menzionata già dal Medio Regno, Tenet era originariamente moglie di Montu, dio falco della Guerra.
Invocata dalle donne che si avvicinavano al parto visto che la divinità era protettrice dell'utero.
Tra le sue diverse raffigurazioni, Tenet veniva figurava con un copricapo che rappresentava l'utero stilizzato.

La birra e l’alimentazione
Per quanto riguarda la dieta dell’antico egizio nell’epoca dei faraoni, questa aveva due capisaldi, il pane di farro e la birra d’orzo.
La giusta razione per un uomo era fatta da due grandi boccali di birra e tre pagnotte.
La coltivazione del grano arrivò dopo, mentre frutta, verdura, legumi e foraggi erano ugualmente curati nei fertilissimi campi ai lati del fiume Nilo. Poi il pesce in differenti qualità delle quali il Nilo era ricco.
Come evidente da molti affreschi nelle pareti dei templi, ma soprattutto delle tombe, era ben conosciuta anche la vite, il vino era comunque appannaggio delle classi più elevate.
Più le tavole appartenevano a case ricche e più la varietà dei cibi aumentava, ecco quindi piatti con vari arrosti iniziando da oche e altri volatili, senza dimenticare i dolci.
La lavorazione permetteva di ottenere una birra particolare che alla base aveva già un valore intrinseco: come conseguenza del suo processo produttivo, questa bevanda alcolica era più sicura dal punto di vista salutare rispetto al bere liberamente l’acqua del Nilo che, a sua volta, poteva non essere del tutto asettica.
In più, la bevanda aveva elementi molto nutrienti, quindi un buon apporto di calorie e dava all’organismo un ottimo contributo in vitamina B. Arricchiva la dieta della gente. Da qui il fatto che la stessa birra veniva data anche ai bambini.
Dal punto di vista energetico, se applicato a un consumo giornaliero di 1,44 litri, il valore risultante di 2.880 kJ è stato confrontato con il calcolo di Miller (1991:257-263) secondo cui i soldati a Uronarti e gli artigiani a Deir el-Medina necessitavano rispettivamente di 8.943 kJ e 9.157 kJ al giorno. Tutto questo indica che gli Egizi ricavavano circa un terzo dell’energia quotidiana dalla birra. È probabile che la quota fosse ancora più alta, poiché la birra egizia era più densa di quella moderna.
Poiché gli Egizi vivevano in un’epoca in cui la malnutrizione era diffusa, è verosimile che gli Egizi più poveri attribuissero alla birra un elevato valore nutritivo. Necessità nutrizionale cui erano meno dipendenti le classi più elevate capaci di inserire nella loro dieta una varietà molto maggiore di alimenti (“Lo status di birra e vino nell’antica società egiziana” di Damian Klop).
La birra più comune nell’Egitto faraonico era leggermente dolce e dal sapore più pronunciato, caratteristiche comuni a una Brown ale di oggi prodotta con malto marrone o ben scuro, sapore fra caramello e cioccolato dato dal malto tostato.
I resti della birra trovata nella tomba del faraone Tutankhamon classificano quella bevanda come una birra al miele che richiama l’idromele europeo.
Ad Abydos il primo birrificio industriale al mondo
Ad Abido-Abydos Nord, dopo un primo ritrovamento d’inizio 1900 che non fu ben documentato, altre missioni archeologiche, fra 2018 e 2021, hanno esplorato l’area con efficace catalogazione e più attento metodo scientifico. In questo modo gli egittologi hanno praticamente ritrovato uno dei più antichi e grandi centri di produzione della birra nell’Antico Egitto.
Per essere più chiari, ad Abydos si trovano i resti archeologici di quello che fu il primo birrificio industriale al mondo.
Grande fonte per le tante notizie sull’Egittologia è il blog Djed Medu (link) dell’Egittologo Andrea Mancini, studioso che si è occupato anche di questa missione di Abydos Archaeology.
Antichissima struttura questo vasto birrificio faraonico, risale alla Prima Dinastia (dal 3150 a.C. al 2925 a.C. circa), quindi ben oltre 5.000 anni fa.
Come già evidente nel bilancio degli scavi archeologici risalenti alla campagna di scavo 2018-2021, questo remotissimo birrificio era composto da 8 strutture seminterrate più lunghe (20 metri) che larghe (2,5 metri).
Per ogni struttura sono state contate 40 vasche circolari in terracotta disposte su due file.
Ogni contenitore ha un diametro di 65-70 centimetri per una profondità di 70, sostenuti da perni verticali in argilla disposti ad anelli.
Alcune delle strutture superavano i 35 metri di lunghezza e contenevano più di 80 postazioni individuali di tini in ceramica utilizzati nella fase di cottura, o ammostamento, per la produzione della birra.
La missione egittologica egiziano-americana diretta da Matthew Adams della New York University e da Deborah Vischak della Princeton University, ha potuto ipotizzare con concretezza che lì si potevano produrre 22.400 litri di birra alla volta arrivando anche a più del doppio con tutte le strutture operative in contemporanea, quindi circa 50.000 litri per ogni lotto di cereali in lavorazione.
L’ipotesi degli archeologi, rivelata dallo studio della zona e dall’uso che veniva fatto della birra, è che una produzione così ampia di tale bevanda sia stata strettamente connessa anche ai riti religiosi che avvenivano nella Necropoli Reale di Abydos che si trovava proprio nell’area, il luogo di sepoltura e di culto più antico nel Paese del Nilo.
Come veniva fabbricata l’antica birra?
Una miscela di acqua e cereali veniva scaldata in queste vasche e lì era lasciata a fermentare.
Alla base della preparazione c’erano dei pani/biscotti di orzo, ingrediente fondamentale insieme all’acqua fino al processo di fermentazione. La birra veniva estratta da un impasto che somigliava per consistenza a quello per fare il pane.
Da qui la consistenza ben diversa del liquido finale, se confrontata con la birra moderna. Era infatti più pastosa, qualcosa di simile a un frullato o a una zuppa particolarmente liquida.
Era frutto di un processo molto simile a quello sviluppato in Mesopotamia, nei laboratori Sumeri.
La variazione delle tipologie di birra dipendeva dall’aggiunta di altri cereali e, nelle qualità migliori e di pregio della bevanda, anche datteri e miele che con i loro zuccheri moltiplicavano la fermentazione oltre a dare una sfumatura di gusto in più.
Per farla breve, nella preparazione erano utilizzati farro o orzo parzialmente cotti, spesso aromatizzati pure con datteri, ginepro, miele, zenzero o zafferano caratterizzanti il sapore finale dopo la naturale fermentazione.
1) Versare il grano inumidito e macinato nel mortaio
2) Lavorare l’impasto
3) Versare l’impasto in recipienti di terracotta e farli cuocere leggermente a fuoco lento.
4) Spezzare le pagnotte semicotte e coprirle d’acqua e attendere per diversi giorni.
5) La poltiglia rimasta dalle pagnotte dovrà essere versata in una grande vasca di fermentazione e calpestata.
6) Versare il mosto in un cestino piatto, a trama larga e impastarlo.
7) Posizionare il cesto sopra una grande anfora
8) Versare il filtrato in anfore di più piccole dimensioni.
Il lievito non viene citato nel testo, ma era presente e dava inizio alla fermentazione in modo spontaneo.–
il metodo tradizionale di birrificazione egizia raffigurato nella tomba di Nebamun (immagine sotto questo virgolettato) prevede un rapido processo in un’unica fase, in cui pane ricco di lieviti veniva pestato in una vasca (a), si aggiungeva succo di dattero (b) per fornire zuccheri che il lievito trasformasse in alcol, e il liquido veniva filtrato in giare (c) per fermentare nel corso di alcuni giorni.
–
Esisteva […] un metodo di birrificazione più complesso e dispendioso in termini di tempo/metodo di produzione della birra, suddiviso in due fasi, in cui l’orzo e/o il frumento venivano fatti maltare per otto giorni e poi mescolati con cereali cotti, così che gli enzimi del malto, attivati dall’acqua, trasformassero l’amido del cereale cotto, disperso nell’acqua, in zucchero che il lievito avrebbe poi metabolizzato in alcol.
(la prima citazione è da uno studio di Edmun S. Meltzer “Beer and brewing in ancient egypt”; seconda e terza citazione da “Lo status di birra e vino nell’antica società egiziana”, di Damian Klop, Shijiazhuang Tiedao University, Journal of Northwest Semitic Languages 48/1 (2022), che riporta diverse ricerche egittologiche mettendole a confronto)

Dal sito web degli scavi archeologici di Abydos (link) - Lo scopo di Abydos Archaeology è quello di promuovere la conoscenza del sito più sacro dell'antico Egitto – dimora dei primi re egizi e luogo di culto di Osiride – attraverso scavi archeologici, conservazione, ricerca e pubblicazioni.
Dal 1967, sotto la direzione di David O'Connor e successivamente di Matthew D. Adams, la ricerca ad Abydos Nord si è concentrata principalmente sulle prime attività reali durante la I e la II dinastia, successive all'unificazione politica dell'Egitto sotto il re Narmer, intorno al 3000 a.C.
[...] Il sito archeologico di Abido settentrionale comprende anche i monumenti funerari, rimasti sepolti per lungo tempo, dei re delle dinastie I e II; l'antico centro urbano di Abido con la sua principale istituzione culturale, il Tempio di Osiride; il "Tempio del Portale" di Ramses II, risalente al Nuovo Regno; il primo birrificio industriale al mondo, risalente alla dinastia I-II; una vasta necropoli di tombe private che vanno dal primo Medio Regno al periodo tolemaico; e numerose testimonianze della trasformazione dell'Egitto faraonico verso il cristianesimo primitivo.
La dea Sekhmet, l’irosa leonessa in cui si trasformava la dolce Hathor se arrabbiata

Fu strumento del dio Sole Ra contro l’empietà umana, la sua furia omicida così irrefrenabile e fuori controllo fu riportata alla ragione dalla birra rosso sangue che la ubriacò.
L’ira della dea Sekhmet poteva portare allo scoppio di epidemie. Già così descritta questa divinità è terrificante.
Divinità solare dalla testa di leonessa, lei era molto particolare, sposa di Ptah dio della conoscenza, delle arti, dio creatore.
Da sottolineare che secondo una delle versioni leggendarie sul Pantheon egizio, Sekhmet era la versione arrabbiata e sanguinaria della grande Hathor dea della bellezza, dell’amore e della gioia, figlia di Ra il dio del sole.
Sekhmet (in egizio sta per potenza), la Rossa Signora, Signora del terrore… ma pure Signora della vita. Era la dea della guerra, della medicina e delle guarigioni, quindi protettrice dei medici, dea dal respiro che poteva trasformare intere lande in deserti, impersonava anche la forza bruciante dei raggi solari.
Già solo questo quadro mette in evidenza il contrasto fra le opposte caratteristiche della sua personalità che poteva andare dalla rabbia pura e distruggitrice fino alla dolcezza.
Dolce come quando con Ptah generò il dio figlio Nefertum, dall’egiziano “nfr-tm” che sta per “Perfetto, senza uguali”, dio dei profumi e dell’immortalità simboleggiata dal fiore di loto che ne sormonta il capo, fiore-simbolo di rinascita dal caos primordiale, precursore della creazione.
E cosa c’entra Sekhmet con la birra?

La leggenda che segue e che racconta la distruzione dell’umanità appare nel Libro sul Mito della Vacca Celeste, testo funerario del Nuovo Regno durato dal 1539 a.C. al 1292 a.C., uno scritto sacro che dà l’idea chiara della cosmogonia egizia.
Ebbene, in tempi remotissimi quando gli dei vivevano fra gli uomini, Ra, il re degli dei, il sole portatore di luce, se la prese proprio con questi ultimi che stavano mandando in malora l’ordine del Creato e che avevano l’ardire di cospirare contro di lui per rovesciarlo dal trono. Uomini e donne credendo che il vecchio dio-re fosse troppo vecchio, se ne volevano liberare, desideravano un’altra tempra di sovrano.
Ra non poteva non reagire. Cercò di farsi consigliare dalle altre divinità.
Così anche il turno di Nun, l’Oceano primordiale, a presentarsi davanti a Ra. Nun era padre dello stesso dio del Sole ed era la concretizzazione dell’abisso acquoso e caotico da cui emersero la creazione e il figlio-dio Ra.
“Figlio mio, sei un grande re – iniziò a dire Nun – Tieni il tuo trono e ricorda la paura delle persone quando il tuo occhio è su di loro. Lascia che il tuo occhio sia libero e lei colpirà i ribelli per te. Libera Hathor e i malvagi gli intrighi saranno distrutti”.
Così fra gli uomini mandò Hator che la rabbia aveva trasformato in Sekhmet… e fu l’inizio della strage.
Leggendo questa vicenda, questa sembra apparire come una versione della punizione/eliminazione degli uomini con il diluvio universale. Gli elementi base ci sono: l’umanità oltrepassa ogni segno, preda di ogni peccato e superbia ed ecco lo sterminio.
Nella storia scritta nella Bibbia, Noè e la famiglia sono gli eletti che salveranno il creato insieme a rappresentanti di tutti gli animali, segno inequivocabile delle rigenerazione della vita sulla Terra.


Tornando a Sekhmet, potete immaginare la punizione sanguinaria, le stragi cui si diede la dea della guerra per ammazzare tutti coloro che avevano mortalmente offeso Ra. Del tutto senza pietà… e poi il sangue le piaceva.
A un certo punto la dea andò troppo oltre.
Il deserto era macchiato di rosso sangue mentre l’Occhio inseguiva i traditori (ndR: Sekhmet è personificazione dell’Occhio di Ra suo padre) e li massacrava uno per uno. Non si fermò finché le sabbie non furono ricoperte di corpi. Poi, temporaneamente sazia, tornò trionfante da suo padre per vantarsi dei suoi successi.
Il dio sovrano sembrava soddisfatto, ma comprese che il grande potere distruttivo da lui scatenato poteva avere enormi conseguenze, bisognava fermarlo altrimenti il suo regno sarebbe stato un deserto, senza nessuno, niente uomini.
Ra decise quindi di inibire Sekhmet. La punizione aveva sortito i suoi effetti, ma troppo sangue, troppi morti ovunque, corpi squartati e a pezzi dappertutto, però la dea non voleva fermarsi.
La sete di sangue la dominava, voleva fare a pezzi tutti quanti, “era avviluppata dalla rabbia, aveva assaggiato la carne umana e le era piaciuto. Era determinata a uccidere di nuovo”.
Cosa si inventò il re degli dei per risolvere la situazione?
Prese della birra in quantità enorme, l’equivalente di 7.000 contenitori.
Poi, con l’ematite-ocra rossa proveniente dal deserto e dalla Nubia, macinata a Menfi, tinse di rosso la bevanda alcolica in modo da farla sembrare sangue. Questa birra rossa la versò nel deserto.
A quella vista Sekhmet si buttò a bere tutto quel sangue-birra fino a ubriacarsi e svenire.
Chinandosi vide il suo bel viso riflesso nel liquido ed era in trance. Dimenticando l’umanità, l’Occhio di Ra bevve la birra, rimase confuso e tornò da suo padre, ubriaco e soddisfatto. Re accolse sua figlia in pace
Al suo risveglio la dea si era calmata e il suo piano distruttivo non andò avanti.
Ra trovò ormai insopportabile restare sulla terra, erano accadute troppe cose, distruzione e morte ovunque. A quel punto si fece trasportare fra le stelle da Nut, la dea del cielo.
Conseguenza?
La terra rimase al buio.
Gli umani sopravvissuti chiesero a Ra di tornare, di non lasciarli nell’oscurità.
Ra però non si concesse nella sua luminosità perenne come un tempo. Non li accontentò.
Ogni giorno iniziò il suo viaggio nel cielo fra luce e oscurità. Per metà delle ore passava da oriente a occidente illuminando la Terra. Per il periodo restante si faceva ingoiare da Nut e da quel momento in alto, mentre lui era nella dea del cielo, iniziarono a essere visibili solo le stelle, le uniche a illuminare pallidamente l’umanità.
Fu il dio lunare Thot, in alcune delle notti, a dare periodicamente un maggior chiarore.


Il cosmo intero ne uscì del tutto trasformato, diviso tra la Terra dove gli uomini furono lasciati da soli, senza le divinità a vivere con loro, poi il cielo e l’aldilà.
Ra delega dei compiti specifici ad altre divinità, quali Geb, Osiride e Thot. Nella parte finale del mito, il dio solare introduce i Ba, ovvero una parte delle anime, manifestazioni del divino, nella natura. È proprio quest’ultima sezione, l’introduzione dei Ba, le anime degli dei, che si conserva in otto righe nel frammento di Torino.
Il mito ha diversi funzioni. La prima è quella di spiegare le origini della regalità egiziana e gerarchie divine. Ra viene costantemente collegato al faraone attraverso i nomi che gli sono attribuiti, caratteristici della regalità egiziana. Il destino del re dopo la sua morte è destinato a seguire Ra nel cielo notturno invisibile attraverso il quale il dio solare viaggia ogni notte. Secondariamente, il mito può essere letto in relazione al calendario. La strage di uomini compiuta da Hathor potrebbe essere la spiegazione mitica della calura estiva dell’estate egiziana, che termina con la fine dellíanno. La riorganizzazione del cosmo si rifletterebbe anche nellíalternanza delle stagioni, oltre che in quella del giorno e della notte. In ultimo, il mito della vacca celeste pone la questione del malvagio, a quanto pare insito nella natura umana. Il male non viene mai attribuito al dio creatore, che, anzi, è sempre ritratto positivamente.
(estratto dalla descrizione del papiro Cat.1982, epoca Nuovo Regno 1539-1077 a.C., con il testo del Mito della Vacca Celeste, conservato al Museo Egizio di Torino)
Sul trono della Terra sedette Osiride e da lì iniziò la sequela dei faraoni come diretti prosecutori della stirpe divina di Ra.
Per celebrare questo episodio magico-leggendario con Sekhmet la sanguinaria, nell’Antico Egitto si tenevano molte feste della birra per celebrare il suo ruolo nel salvare l’umanità: “la birra, rossa di ocra nubiana viene versata in questi giorni della Festa della Valle… [per] placare l’ira nel suo cuore” (dal Tempio di Mut a Karnak).
Inoltre, la birra veniva utilizzata in quantità maggiori in feste maggiori come la “Usermare-Meriamon per preparare la festa di Tebe in onore di Amon”, predisponendone 291.215 giare, come indicato dal Papiro Harris I.

se ancor oggi fosse previsto il taglio delle orecchie e del naso per colpe legate alla corruzione, alla cospirazione ai danni delle autorità, per furto, frode e frode fiscale o per la violazione della fiducia statale o per la falsa testimonianza, avremmo un parlamento (e non solo) pieno di mutilati!
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😆 mi immagino la visione di tutti quei teschi viventi
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