Un terremoto distrugge in pochi secondi, l’uomo non ricostruisce dopo decenni, sisma del 24 agosto 2016 e i precedenti di malgoverno

Volevo scrivere ciò che mi covava dentro dopo i tanti servizi giornalistici sulla ricorrenza del terremoto di Amatrice a dieci anni da quell’evento distruttivo. Il lavoro di riedificazione in quei territori segna il passo, l’uomo non ricostruisce, molta gente non è tornata ad abitare nei paesi dove aveva casa, persone che non sanno ancora se e quando, dopo dieci anni, riavranno casa e se potranno mai abbandonare soluzioni provvisorie, di ripiego. Intanto, i politici hanno fatto la loro sfilata, sono andati a sedersi sui palchi con tricolori sventolanti. Il Presidente Sergio Mattarella non può che spronare dicendo che serve ultimare la ricostruzione dopo dieci anni.
(immagine d’apertura – Accumoli, dopo il violento terremoto del 24 agosto 2016 ecco lo stato del centro nel 2022 -foto di Appiani, licenza Creative Commons Attribuzione-4.0 Internazionale)

La prima scossa fu di magnitudo 6, si scatenò alle ore 03,36 del 24 agosto 2016 coinvolgendo 140 comuni sparsi fra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Solo per elencarne alcuni, fu il terremoto di Amatrice, Accumoli, Cittareale, Leonessa, Rieti, Posta, Campotosto, Montereale, Capitignano, Campli, Teramo, Norcia, Cascia, Preci, Cerreto di Spoleto, la stessa Spoleto, Ascoli Piceno, Macerata, Camerino, Arquata del Tronto, Visso, Castelsantangelo sul Nera, Amandola e Ussita.

I territori nel cratere del sisma 2016

Oggi quelle scosse fanno ancora tremare molta gente. Non sono tremori del terreno, fisici, ma ondate colme di disagio, di solitudine e di abbandono. Di rabbia.

Il Cardinale Zuppi: “Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto, consapevoli del molto che è stato fatto, siamo ancora sospesi. Amatrice non c’è più e non c’è ancora, ma pezzo per pezzo riappare”.

Cosa ci aspettavamo mai visti i precedenti? Che esistesse un Paese capace di autodeterminarsi facendo fronte a calamità naturali, tutelando rapidamente i sopravvissuti?

Siamo stati e siamo tuttora degli illusi.

Queste sceneggiate si ripeteranno sempre. La concretezza non è cosa nostra.

Dieci anni sono tantissimi e sono uno scandalo, con una ricostruzione inconsistente. Spero che questa vicenda non debba andare per le lunghe replicando quanto già avvenuto in altri luoghi d’Italia.

Un esempio precedente.

In Sicilia il terremoto della Valle del Belìce che risale al 1968. Una sequela infinita di scosse, ben 345, la maggiore con una magnitudo 6.41 nella notte del 15 gennaio, alle ore 03,01, avvertita anche nella lontana Pantelleria. In alcune cittadine, quelle che poi furono distrutte, la magnitudo aveva raggiunto i 6.7 già il 14 gennaio.
Gibellina, Salaparuta, Poggioreale e Montevago furono sbriciolate. Gravi danni a Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa, Partanna e Salemi. Danni pure a Sciacca e a Castellammare del Golfo in territori più lontani. Le maggiori scosse furono avvertite anche nella Sicilia orientale, nella zona etnea per esempio.

Sono passati 58 anni e sette mesi circa. Saranno 60 nel 2028, anno che non vedrà ancora la piena ricostruzione in quella splendida parte della Sicilia occidentale.

Quel sisma uccise 296 persone, più di 1.000 i feriti e 100.000 gli sfollati.

Pure in quel disastro siciliano il sostegno dello Stato è stato sempre più lento, latitante superata la fase di forte emergenza, di cura fisica e spirituale nell’immediato, dopo il primo periodo.
La ricostruzione fu finanziata solo nelle intenzioni. Non mi riferisco solo alle case, ma alle fognature, alle strade, alla rete idrica, ai servizi, all’illuminazione pubblica.

A un certo punto, dal 1968 a oggi, nella Capitale d’Italia, nelle stanze del Governo o dei governi che si sono susseguiti, sono state prese decisioni su decisioni tagliando fondi promessi per la rinascita degli spazi vivibili, di paesi e cittadine, dei collegamenti e di molto altro.
Tagli che colpirono fino al 2023 i comuni terremotati fra le province di Trapani, Palermo e Agrigento.

I fondi statali per la ricostruzione post terremoto della Valle del Belìce sono stati via via ridotti per poi essere cancellati dal bilancio dello Stato, anche se da sempre alle pompe dei carburanti una quota delle accise è sempre stata dedicata al finanziamento della ricostruzione del Belìce.
Incompiute le opere pubbliche, nessuna soluzione concretizzata per i problemi di sicurezza e agibilità dei centri storici.

Sono passati 58 anni!

Sotto la scure delle varie leggi e leggine di stabilità, nel 2023 lo Stato giunse a cancellare dal suo bilancio anche il capitolo di spesa dove passavano i finanziamenti per la ricostruzione del Belìce.

Anno 2023, Vito Bonanno che era già stato sindaco di Gibellina per dieci anni: “Il tempo, inesorabile lento guaritore, ha chiuso il problema, senza tuttavia averlo risolto. Solo nel 1996 il Parlamento riconobbe gli enormi danni causati da ritardi e carenza di adeguate risorse finanziarie, ma il ‘debito morale’ dello Stato verso queste terre e questa gente benché riconosciuto, non è stato mai onorato”.

I sindaci di quei luoghi disastrati, sempre più nel dimenticatoio da parte di Roma, hanno dovuto lavorare moltissimo per ridare vita ai loro comuni e alle loro terre, lavorare duramente di promozione, la gente ha dovuto fare da sola.

In quel maledetto 2023 in cui lo Stato mise una pietra sopra a tutta la vicenda mollando ogni sostegno, mancavano all’appello 200 milioni di euro per le opere pubbliche e 250 milioni per l’edilizia privata. Ma a Roma non fregava nulla di quei cittadini visto che l’ultimo elenco stilato sul reale fabbisogno per chiudere la ricostruzione risaliva al 2011, quindi 43 (!) anni dopo il terremoto e 12 anni prima del taglio totale ai fondi.

Rimasero inascoltate e non soddisfatte esigente vitali. Mancavano centinaia di milioni di euro per finire gli interventi sugli immobili privati e sulle infrastrutture. È stata sacrificata anche la bonifica per le baracche in amianto installate subito dopo il terremoto come alloggi d’ emergenza per gli sfollati, poi usate per decenni. Come dire, tenetevelo quell’amianto.

La conseguenza di tutto questo?

Una fortissima emigrazione sia verso altre aree siciliane che, in maggior misura, verso altre regioni italiane e verso l’estero. Centri abitati fantasma, nuove borgate edificate in grande fretta senza seguire una visione architettonica di comunità da ricostruire, sfruttando l’utilizzo di territori non proprio adatti per tirare su quartieri (ci sarebbe da scriverci sopra un altro articolo).

Tanta gente se n’è andata da una nazione che non dava prospettive umane.

Poi qualcosa si è risvegliato, chissà perché, a Palazzo Chigi, il palazzo del Governo: al posto delle centinaia di milioni eliminati per decisione di chi governava in precedenza, oggi lo Stato vuole tirare fuori ben 16 milioni…

Sono stati stanziati 16 milioni di euro inseriti nel riparto triennale 2027-2029 del Fondo per le ricostruzioni ideato per sbloccare progetti esecutivi infrastrutturali.
Non credo siano tutti per il Belìce.

Direte, meglio pochi che nulla, vero?
Da 450 a 16 milioni ci si potrebbe accontentare?
Non saranno troppi tutti questi 16 milioni suddivisi in tre comode rate?

Intanto le ferite rimangono nelle cittadine, paesi, nelle campagne. Diversi lotti sono rimasti con antiche case spezzate dal terremoto, abbandonate da decenni, abbatterle o ristrutturarle, non è dato sapere. Ci sono anche antichi palazzi e dimore di una certa importanza tutti puntellati. Hanno passato 58 anni ad attendere. Ma ad attendere cosa?
Forse l’inevitabile destino del crollo e dello sbriciolamento nonostante, in alcuni casi, rappresentino un patrimonio immobiliare che andrebbe protetto.
Lo vedo accadere anche a Partanna, in provincia di Trapani, piena Valle del Belìce, a poca distanza da Selinunte, Mazara del Vallo, Santa Ninfa. L’antico centro urbano dove sono innestate le radici della mia famiglia, ne ha di ferite post terremoto da mostrare oggi.

Rispondi