Quando a Černobyl’, in Ucraina, esplose il reattore 4 della centrale nucleare: la notte del 26 aprile 1986

Chi come me era già nato e aveva coscienza di quanto stava accadendo, ricorderà bene la sorpresa e la paura provate. Dall’oggi al domani si materializzò immediatamente il timore nucleare, quello che ci avevano raccontato continuamente come olocausto per il lancio di missili tra parti contrapposte. Invece non fu opera di attacchi militari, ma arrivava da una centrale per la produzione elettrica, una struttura mal controllata e con manutenzione deficitaria. A Chernobyl – Černobyl’, in Ucraina, esplose il reattore 4 della centrale nucleare: la notte del 26 aprile 1986

Rammento benissimo i timori qui in Italia, le rilevazioni di latenti presenze radioattive, le ipotesi iniziali di presenza del cesio nel latte. Paura nel capire cosa acquistare per mangiare, verificare la provenienza degli alimenti, che non giungessero dall’est europeo. Tempi assurdi.

Non dimenticheremo mai. Tutta l’area, non solo quella strettamente intorno alla centrale, fu dichiarata inabitabile per circa 24.000 anni. Eppure lì, il 24 febbraio 2022, c’è chi con le armi ha sparato per prenderne il controllo: una delle tante tappe di un’invasione.

Il ricordo del disastro nucleare di 36 anni fa è stato risvegliato proprio il 24 febbraio. Dobbiamo questa sensazione – ne avremmo fatto a meno – all’attacco militare russo contro l’Ucraina, una guerra scatenata dal presidente moscovita Putin: anche intorno a Černobyl’ e a Pryp”jat’ ci sono stati aspri combattimenti per il controllo dell’area, delle due città fantasma e radioattive, con conseguente pericolo anche per i vicini impianti di stoccaggio delle scorie nucleari. Chiedendo conforto all’Enciclopedia Treccani, Černobyl′ e Pryp”jat’ sono cittadine dell’Ucraina, nell’oblast′ (provincia) di Kiev.

Dove fu l’errore?

A indagini concluse in un prima fase, ma portate avanti ancora nel corso degli anni, il bilancio fu che non si trattò di un solo errore, ma un complesso di errori che riguardarono la procedura di un test di sicurezza sul reattore 4. Test già condotto più volte dal 1982 e mai andato a buon fine.

A cosa doveva servire quel test? Ottenere la conclusiva omologazione dell’impianto, quindi la capacità di alimentare le pompe del sistema di raffreddamento anche in caso di interruzione generale dell’erogazione dell’energia elettrica: per fare questa prova si doveva verificare che l’impianto potesse produrre elettricità grazie al movimento inerziale delle turbine in mancanza di fornitura elettrica dalla rete generale, ma doveva essere un tempo breve, quello che sarebbe occorso per mettere in modo gruppi generatori d’emergenza a propulsione diesel.

Contrariamente a quanto potrebbe pensare ognuno di noi profani della materia, l’origine fu un funzionamento eccessivamente ridotto del reattore, al di sotto del livello di guardia, scatenando il cosiddetto avvelenamento da xeno, fenomeno che nasconde il reale livello di attività del reattore.

Secondo le regole, i protocolli da osservare, bisognava interrompere il test, ma così non avvenne andando contro ogni norma di sicurezza.

I tecnici pensarono infatti di riportare a livelli maggiori l’attività del reattore sollevando dal nucleo le barre di controllo solitamente fabbricate con metalli come argento, cadmio, indio o carburi di silicio: queste servono a mantenere sotto controllo le reazioni di fissione nelle contigue barre di uranio; semplificando, più le barre di controllo sono inserite nel nocciolo del reattore, più l’attività viene rallentata assorbendo i neutroni liberati dalla fissione, riuscendo anche a dominare possibili reazioni a catena instabili.

Estrarre le barre di controllo per far andare a piena potenza il reattore, accrebbe la già forte instabilità nel sistema.

I tecnici, accortisi della situazione, decisero di spegnere il reattore, ma non funzionò. Qualcosa non funzionò – al momento non si capì cosa – e il nucleo non si spense, anzi, continuò a innalzare il livello di potenza superando ogni scala di sicurezza. La crescita enorme del calore rese cruciale un difetto delle barre di controllo fin dalla loro progettazione. Queste si deformarono, non riuscirono più a scivolare nei loro alloggiamenti all’interno del nucleo, quindi non poterono svolgere la loro funzione, quella di controllare/fermare la reazione di fissione nucleare.

Pochi secondi e la potenza superò i 30 GW (equivalenti ad almeno 2.100 turbine eoliche tutte a pieno regime), quindi ben 10 volte il massimo previsto per l’impianto di Chernobyl.

Conseguenza?

Grande accumulo di gas nella struttura e una prima fortissima esplosione che arrivò a scoperchiare l’edificio centrale, quello che racchiudeva lo stesso reattore. Fu un momento cruciale che portò alla seconda esplosione, quando l’ossigeno dell’aria si mescolò con l’idrogeno e la polvere di grafite che erano stati espulsi dal nocciolo del reattore.

Potete tutti immaginare la conclusione. La grafite in fiamme si depositò per una vasta area incendiando tutto. Nell’atmosfera fu espulsa una grande quantità di materiale radioattivo.

Il vero problema non fu domare gli incendi, ma cercare di contenere il fuoco vivo e radioattivo del nucleo in centrale che non si spegneva.

La nube tossica si sparse su gran parte dell’Europa. Popolazioni e autorità delle altre nazioni erano estremamente preoccupati per la contaminazione di terreni, atmosfera, vegetali e la conseguente compromissione della catena alimentare che coinvolgeva anche l’uomo come tutti gli altri esseri viventi animali e vegetali. Le più colpite dalla diffusione di radiazioni furono la Finlandia e la Penisola Scandinava. La contaminazione giunse anche in alcuni territori del Nord America, lungo la costa orientale dove il materiale radioattivo, anche se molto “diluito” giunse dopo aver attraversato il continente europeo.

Come contenere i materiali e il nucleo fortemente radioattivi del reattore esploso?

Bisognava contenere il reattore in continua attività e fonte di radiazioni nonché fusosi con il nocciolo in un colante nucleo radioattivo che assunse la forma di una sorta di piede d’elefante. Un micidiale cocktail di uranio, cesio, plutonio, grafite e altri materiali, tutti altamente radioattivi e ad altissima temperatura.

Fu ideata la copertura-capsula dell’intero edificio, una sorta di sarcofago. Questa struttura inglobante doveva isolare dall’esterno, dagli agenti atmosferici, dalle piogge, da venti che potevano disperdere e diffondere in atmosfera e nelle profondità del terreno quel che restava dell’esplosione. Quindi, erano da incapsulare 180 tonnellate di combustibile, pulviscolo estremamente radioattivo e 740.000 metri cubi di macerie contaminate.

Lavori che erano da fare con urgenza e in fretta, un fattore che contribuì a renderlo non duraturo e, alla lunga, non sicuro: doveva durare 30 anni, ma per le numerose crepe e larghe falle che furono rilevate già molto presto e negli anni successivi, iniziò la raccolta fondi e la progettazione di una struttura più efficiente.

Da qui il nuovo sarcofago, il NSC-New Safe Confinement, a doppia volta in acciaio e rivestimento in Lexan, resina termoplastica di policarbonato che ha la proprietà di non far accumulare particelle radioattive tra gli strati della struttura di contenimento. I lavori furono completati il 30 novembre 2016: doveva essere completato ben prima, ma difficoltà, anche nei fondi necessari, hanno rallentato molto i lavori. Il nuovo sarcofago non è stato costruito direttamente sul reattore in modo da evitare contaminazioni radioattive a chi ci lavorava. Solo dopo è stato collocato al suo posto facendolo scorrere su binari. La struttura dovrebbe avere una “data di scadenza” al 2116, quindi pari a cento anni.

Le vittime e gli ammalati

La stima finale dell’ONU descritta nel Chernobyl Forum promosso dall’IAEA-Agenzia internazionale per l’energia atomica e compilato con il concorso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, della Banca Mondiale, di Russia, Bielorussia, Ucraina, sottolinea che come effetto diretto del disastro vi furono 65 morti accertati.

All’epoca e negli anni immediatamente successivi, abbiamo tutti immaginato cifre apocalittiche. Comunque, ammalarsi di cancro, soprattutto alla tiroide, anche se non si muore, ha rappresentato per molti un periodo infernale della loro vita.

Tornando ai numeri, due lavoratori della centrale morirono sul colpo al momento dell’esplosione. Uno cessò di vivere per una trombosi coronarica.

Tra i 1.057 soccorritori, pompieri, forze dell’ordine accorsi nelle prime ore dell’incidente, tutti esposti a dosi molto elevate di irraggiamento, comprese tra i 2 e i 20 Gy (gray-unità di misura di radiazioni assorbite), 134 si sono ammalati da sindrome da radiazione acuta: 28 morirono nei mesi successivi mentre altri 19 si spensero tra il 1987 e il 2005 per varie cause (secondo il Rapporto, per cause non necessariamente e direttamente riconducibili alle radiazioni).

Per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti che in quel momento avevano un’età massima di 18 anni e che bevvero latte contaminato con iodio-131, sono stati registrati 4.000 casi di tumore alla tiroide tra il 1986 e il 2005: di questi ne sono morti 9 morti per degenerazione del tumore; altri 6 per altre cause non riconducibili al tumore.

Tra le vittime nelle forze dell’ordine bisogna aggiungere 4 pompieri morti per la caduta dell’elicottero inviato a spegnere l’incendio nella centrale, comunque non dovuto a conseguenze da esposizione a radiazioni.

Sul totale di circa 6 milioni di persone (uomini che operarono nell’emergenza, operai per mettere in sicurezza la centrale e residenti a corto e lungo raggio dal punto centrale di Chernobyl) non sono aumentati i casi di tumori e leucemie, a confronto con il periodo precedente all’incidente nucleare. Però, parallelamente, il Chernobyl Forum ha stimato che negli 80 anni successivi al disastro si verificheranno 4.000 decessi aggiuntivi per tumori e leucemie, casi non distinguibili dai circa 1,5 milioni di decessi (20-25 % fra le cause umane di decesso normalmente riscontrabili) per malattie oncologiche non dovute all’esplosione del reattore 4.

Il Partito Verde Europeo il Parlamento europeo sono di diverso avviso e lo hanno enunciato nel rapporto Torch-The Other Report on Chernobyl. Oltre agli oltre ai 4.000 morti presunti fra liquidatori, evacuati e popolazione residente, aggiungono altri 5.000 vittime, quindi uno 0,6% di casi in più fra tumori e leucemie tra la gente residente in aree debolmente contaminate e popolate in totale da 5 milioni di persone.

In più, considerando aree europee e del mondo debolmente colpite da radiazioni, con un’esposizione pari a meno di 37 kBq (kilobecquerel, unità di misura del sistema internazionale dell’attività di un radionuclide) per metro quadro, ci saranno altri 30.000 – 60.000 decessi sulla popolazione mondiale, frazione inferiore allo 0,005% – quindi non distinguibile – dal miliardo e 200 milioni di coloro che per cause spontanee si ammaleranno di cancro e leucemie.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Bergontieleonora ha detto:

    Una delle catastrofi più grandi non solo degli anni 80 ma credo anche di tutto il XX secolo. Io sarei nata solo un anno e qualche giorno dopo ma, come tantissime persone nate negli anni dopo questa catastrofe, ho sentito parlare molto della tragedia di Černobyl. Speriamo che nessuno debba mai più rivivere qualcosa del genere .

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    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Io l’ho vissuta in pieno, anche se giovanissimo. C’era la paura del latte, della carne. Un’atmosfera assurda

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