Un passo impresso nell’eternità della pietra, la forza mistica e umana di Sant’Agata

Catania deve tanto della sua identità e della sua storia a Sant’Agata, alla forza e devozione di questa fanciulla che dovette subire il martirio nel 250/251 d.C. durante le persecuzioni cristiane volute dall’Imperatore Decio. Uno degli ultimi momenti terreni della Santa hanno a che fare con un’orma miracolosamente infossata su una pietra che oggi è custodita alla Chiesa del Santo Carcere, proprio lì dove la giovane donna fu rinchiusa fra una serie di torture e un’altra.
(immagine d’apertura, affresco dei supplizi di Sant’Agata – dalla Chiesa di San Benedetto a Catania)

Nella chiesa di Sant’Agata al Carcere c’è quindi una piccola nicchia che custodisce la pietra con le orme della Santa catanese, parte della sua storia finale durante i supplizi e le torture a lei fatte infliggere dal proconsole Quinziano. Queste impronte furono effetto miracoloso quando Sant’Agata batté i piedi a terra ribadendo al magistrato la fermezza della sua Fede nonostante i brutali tentativi di farle rinnegare tutto.

Secondo la tradizione la sua morte avvenne il 5 febbraio, data di massima celebrazione dell’annuale Festa di Santagata (link all’articolo).

La storia di Sant’Agata durante le torture, la sua resistenza a tanta violenza

Agătha, ragazza molto bella, di famiglia ricca e nobile, era molto desiderata, ottimo partito e splendida donna. Il pericolo a lei venne in forma del proconsole romano di Catania, Quinziano, molto attratto da tanta bellezza… e ricchezza.

Come sottolineato dall’Enciclopedia Treccani, “Le recensioni (una latina e due greche) della Passio risalgono a un originale del sec. 5º o 6º, in cui non si discerne più l’elemento leggendario da quello storico nel racconto del martirio (estirpazione delle mammelle)”.
Proprio il taglio dei seni è il simbolo massimo del suo martirio, ma prima e dopo, in quei giorni terribili, la giovane donna dovette subire pure atrocità.

Dalla sua Passio si evince che Agata nacque intorno al 235 d.C. alle falde dell’Etna e da adolescente decise di consacrarsi a Dio seguendo il rito della velatio, ricevendo dal suo vescovo il flammeum, il tipico velo rosso delle vergini consacrate e vestite di bianco. Sarà lo stesso velo che, conservato a Catania da secoli, è stato portato in processione davanti a colate laviche pericolosamente avviate a distruggere cittadine e a investire la stessa Catania. Protezione che ebbe il suo effetto.

Anno 250/251, l’imperatore Decio emana un editto contro i cristiani dando il via a una dura persecuzione, annientamento vero e proprio della comunità cristiana. A Catania l’atroce proconsole Quinziano applica spietatamente questo ordine imperiale. Però questo magistrato di Roma non immagina di rimanere perdutamente attratto da Agata.
Lei sì, molto attraente, ma agli occhi di Quinziano è ammaliante pure il grande patrimonio di Agata.

All’inizio delle persecuzioni ordinate dall’Imperatore la ragazza fugge a Palermo in cerca di salvezza, ma lì viene ritrovata. Da Palermo la trascinano via: in quella città Porta Sant’Agata ha questo nome per rammentare il percorso della giovane in direzione Catania.

Eccola di nuovo a Catania, il giudizio è prossimo a iniziare.

Secondo una leggenda, mentre Agata viene portata dal proconsole, lei si ferma ad allacciarsi un sandalo e appena ferma, il piede tocca di nuovo il suolo per annodare la stringa e inizia a crescere un albero di ulivo con i suoi frutti. Come se la pianta tentasse di nascondere Agata ai soldati. I concittadini della giovane dopo il suo martirio iniziarono a raccogliere le olive prodotte dall’albero miracoloso per conservarle o donarle.

Da questa storia che si aggiunse alle vicende della Santa nacquero le Olivette di Sant'Agata. Insieme alle Minnuzze di Sant'Agata rappresentano due dolci tipici che divennero poi molto richiesti durante le feste per questa santa donna, in particolare dal 3 al 5 febbraio.
Le Olivette o, in Catanese, Aliveddi ri sant’Àjita, sono dei piccoli impasti fatti in pasta di mandorle di colore verde grazie a un colorante alimentare, liquore e aromi ad arricchire il gusto, ricoperte infine di zucchero. Sembrano proprio delle olive. Richiamano l'episodio leggendario. Provatele per constatarne la bontà.
Le Minnuzze sono invece delle cassatine, ma a forma semisferica, dal colore bianco perlaceo con sopra una ciliegia, devono imitare i seni della Santa, quelli che le vennero strappati durante il martirio. Elementi fondamentali per la preparazione, ricotta per l'interno farcito (con gocce di cioccolato e frutta candita a pezzettini), marzapane eventualmente bagnato con liquore, infine glassa di zucchero a copertura. Visto che i seni sono due, la tradizione vuole che anche le Minnuzze vadano mangiate sempre in numero pari, da due ai suoi multipli.

Dopo questo primo prodigio, Agata e i legionari arrivano a Palazzo e il colloquio con Quinziano ha inizio. La prima proposta del magistrato ad Agata, più volte pronunciata con grande insistenza, è quella di sposarlo. Lei così si salverebbe dall’accusa di essere cristiana.

Quinziano insiste ancora e ancora.

Quale risposta Agata dà più volte in faccia al proconsole?

“Non ti sposo e rimango promessa a Gesù!”.

Coraggio e Fede, grande forza, tutti elementi che Quinziano non riesce a comprendere in quella giovane in pericolo di vita, così incredibile, una fanciulla che lui giudica irriconoscente rispetto alla sua proposta, uno sposalizio che la salverebbe da atroci sofferenze e dalla morte.

Quinziano si inc… si arrabbia assai, forse la sicilianità viva di quella gente e dei territori, la loro spiccata vulcanicità e tenacia lo hanno contagiato, oppure lo stanno fortemente urtando ritrovandole invincibili nell’anima di Agata.

Allora la fa arrestare e la mette nelle mani della cortigiana Afrodisia, una donna perversa che prende in giro Agata, la tenta in ogni modo facendosi aiutare dalle sue nove figlie, la minaccia, fa di tutto per ben un mese.

Agata è incorruttibile, non cede nemmeno per un microsecondo. Non rinuncerà mai alla sua vocazione e alla sua purezza.

“La mia mente è salda e fondata in Cristo. Le tue parole sono i venti, le tue promesse sono la pioggia, le tue paure sono i fiumi, che, per quanto possano inciampare sulle fondamenta della mia casa, non potranno cadere; perché essa è fondata su una solida roccia”, risponde Agata.

Quinziano non ci vede più e reagisce malissimo. La denuncia al tribunale come cristiana.
È un’anticipata condanna.

Inizia l’interrogatorio del magistrato:

Lui rivolto ad Agata: “Da che famiglia provieni, a che ceto appartieni?”.

La ragazza gli risponde: “Io non solo sono libera di nascita, ma provengo anche da nobile famiglia, come lo attesta tutta la mia parentela”.

Giudice: “Se è così, perché ti umili a condurre la vita bassa di una schiava?”.

Agata: “Perché io sono schiava di Cristo e per questo sono di condizione servile. La massima libertà e nobiltà sta qui, nel dimostrare di essere servi di Cristo”.

Giudice: “Che dire dunque? Noi che disprezziamo la servitù di Cristo e veneriamo gli dei non abbiamo libertà?”.
Agata: “La vostra libertà vi trascina a tanta schiavitù, che non solo vi fa servi del peccato, ma anche vi sottomette ai legni e alle pietre”.

L’esame giudiziario continua a lungo.
Come nei nostri moderni film e serie sembra che il magistrato stia interrogando un assassino o un serial killer, quindi pressante, duro, senza pause. Lei deve crollare.

Niente da fare, Agata non cede al giudice che, a quel punto, decide per il supplizio, la piegherà attraverso le torture.

“Le sofferenze che mi infliggerai saranno di breve durata e non attendo altro che sperimentarle perché così come il grano non può essere conservato in granaio se prima il suo guscio non viene aspramente stritolato e ridotto in frantumi, allo stesso modo la mia anima non potrà entrare in paradiso se prima non farai minutamente dilaniare il mio corpo dai tuoi carnefici”, sottolinea Agata alla minaccia del tormento.

Lei subisce colpi su colpi, la pelle porta numerosi segni, ma non retrocede, non vuole mostrare di soffrire, così il magistrato fa fissare delle punte di ferro ai nodi del flagello.
Per ogni colpo la pelle di Agata si apre in ferite a strisce, il sangue cola e su ogni ferita e piaga il giudice fa spargere della brace ardente.

Lei prega incessantemente e gli occhi le si illuminano, le risplende il viso, lei sembra quasi chiedere pietà per chi la sta massacrando. Non chiede per se stessa.

La furia del magistrato è enorme, vede i muscoli dei torturatori tendersi a ogni colpo, ci mettono tutta la forza che possiedono, ma nulla, Agata non cambia.

Così lui aggiunge un altro tormento.
Ordina che con delle grandi tenaglie le taglino i seni.

Sangue ovunque, il petto di Agata devastato, ma lei non cede. Nulla.

Dalle passio di Sant’Agata le parole da lei rivolte al proconsole: “Empio, crudele e disumano tiranno. Non ti vergogni di strappare ad una donna quello che tu stesso succhiasti dalla madre tua?”.

Così, distrutta nel corpo, viene rinchiusa in carcere.

Proprio nel pieno di questa notte, a terra con il fisico dolorante, comunque un momento di pace non straziato dalle scudisciate, Agata è stesa sul misero giaciglio.
Prega tanto e Dio la ascolta.
La cella si riempie di luce e un vecchio luminoso le appare accanto.
Lui le accarezza il viso e le porge le sue parole, “Coraggio Agata, sono l’apostolo Pietro e sono qui per guarirti”.

Ecco il miracolo, Agata vede sparire ogni ferita e il petto non è più devastato, il corpo è miracolosamente guarito.

Torna il giorno, i legionari la riportano dal giudice e lei ribadisce quel che aveva più volte detto il giorno prima: non rinuncerà mai alla sua scelta, anche se il magistrato le offriva la vita e il matrimonio salvifico.
Agata è ferma, ribadisce che la sua Fede non è stata scalfita come il suo amore per Dio, entrambi più tenaci della pietra sulla quale poggia il suo piede. Proprio in quell’istante la pietra su cui lei poggia il piede cede come fosse terreno morbido. La sua impronta rimane e rimarrà incancellabile.

Quinziano è spietato, ordina che si debba ricominciare con le torture.

Spogliano completamente Agata, accendono una grande brace su un tappeto di cocci acuminati e taglienti e si preparano a farla rotolare lì sopra con addosso solo il suo velo rosso da sposa di Cristo.
La giovane è pronta.

Nella chiesa di San Biagio a Catania, la parte posteriore dell'altare destro permette di osservare la fornace e le pietre preparate per farci rotolare sopra la Santa.

In quell’istante una scossa di terremoto colpisce Catania, crolla un’ala dell’edificio, due dei carnefici della ragazza vengono travolti, l’Etna inizia a sbuffare, espelle cenere e lapilli ardenti.

Tutti fuggono terrorizzati, la gente sgomenta sta comprendendo quanto accade e il prodigio, quindi cerca di sfondare le porte per entrare a forza nel Palazzo del Pretorio.
Quinziano agitatissimo, ordina di portare Agata in cella e poi fugge da una porticina secondaria sfuggendo il popolo.

Buttata di nuovo in carcere Agata allarga le braccia al Signore, e dice:

Signore che mi hai creato e custodito dalla mia infanzia e che nella giovinezza mi Hai fatto agire virilmente. Che togliesti da me l’amare del secolo, che preservasti il mio corpo dalla contaminazione, che mi facesti vincere i tormenti del carnefice, il ferro il fuoco e le catene, che mi donasti fra i tormenti la virtù della pazienza. Ti prego di accogliere ora il mio spirito: perché è già tempo che io lasci questo mondo per tuo comando e giunga alla tua misericordia.

Le pronuncia questa invocazione mentre molti la stanno ascoltando… e muore.

Agata chiude la sua vita nell’istante del terremoto, nel terrore di chi la stava tormentando, mentre invoca il nome di Dio. È il 5 febbraio, giorno in cui per tutti gli anni futuri si avrà il culmine della Festa a Lei dedicata.
La Santuzza ha deciso della propria vita con grande forza e coraggio anticipando quello che molte donne riusciranno a fare sempre di più nei secoli successivi quando si è trattato di scelte di vita libere, strettamente personali.


Riesaminando quanto accadde quasi 1800 anni fa, un tale sacrificio, le torture subite, la fede incrollabile di Sant’Agata, i prodigi che si manifestarono, tutto questo portò molti catanesi e non solo verso il Cristianesimo.
A Catania divennero sempre di più, spinti anche dalla fine del proconsole Quinziano: il personaggio stava attraversando il fiume catanese Simeto per andare a controllare le proprietà che aveva sequestrato ad Agata. Nell’imbarcazione c’erano due suoi cavalli: all’improvviso gli nitrirono intorno e lo scalciarono, uno lo aggredì mordendolo, l’altro lo scalciò gettandolo nel fiume Simeto.
Quinziano fu travolto dalle acque. Diversi gorghi lo risucchiarono insieme alla sua barca fluviale facendolo annegare. Il corpo del magistrato non fu mai ritrovato.
Da quel momento è iniziata a diffondersi una particolare storia fra la leggenda, il magico, la superstizione e un tocco di vicende vissute.
Questa sorta di antico aneddoto narra che ogni 5 febbraio le acque del fiume Simeto si rialzano e si riempiono di mulinelli. Allo stesso momento si sente un lontano urlo straziante che molti hanno sempre ricollegato a quello di Quinziano.
Un grido lanciato nell’istante in cui il magistrato romano realizzò che per lui era finita, che sarebbe sprofondato nelle acque. I suoi polmoni a non saziare più la loro dilaniante fame d’aria.

Un urlo rauco appena avvertibile, ma chiaro. Si ripete da quasi 1800 anni, forse insieme al soffocamento che l’ha suscitato insieme all’orrore.
Una pena da scontare in eterno?..

- Le reliquie di Sant'Agata di nuovo a Catania
Nell'anno 1040 queste spoglie furono rubate dal generale bizantino Giorgio Maniace che le portò nell'antica capitale dell'Impero Romano d'Oriente.
Ben 186 anni dopo due personaggi, Gisliberto o Gilberto di origini francesi e Goselmo di natali salentini, legarono il loro destino alle stesse reliquie. Si trattava di due militari che avevano prestato servizio nell'esercito bizantino. In sogno Gisliberto aveva visto la Santa, da qui la decisione di impossessarsi dei santi resti per riportarli al Vescovo Maurizio a capo della Diocesi di Catania.
I due riuscirono a impossessarsi delle reliquie e si imbarcarono prendendo il largo sul Mediterraneo verso la Sicilia.
Prima tappa l'8 agosto del 1126 al porto di Gallipoli dove, in cambio dell'assistenza e dell'ospitalità cittadina, Goselmo lascò una delle reliquie, una mammella, gratificando quella che era anche la sua città d'origine.
La finale consegna in Sicilia avvenne pochi giorni dopo, al Castello di Aci Castello. Il 17 agosto 1126 le reliquie tornarono nel Duomo di Catania portate dal Vescovo Maurizio e dai due eroi agatini. Si formò un enorme corteo fatto di tantissimi devoti che in piena notte furono svegliati dalle campane. Tutti uscirono dalle case e si precipitarono per le strade per andare incontro al corteo.
Lo stesso vescovo scrisse l'Epistola di Maurizio con la quale raccontò tutta la vicenda nei suoi dettagli, dal trafugamento dell'anno 1040 fino al ritorno del 1126.

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