Fra volumi miei e materiale da biblioteca voglio iniziare a divertirmi con motti e modi di dire della mia Sicilia. Aneddoti e brevi racconti arguti, divertenti, ma non solo, parole che stanno alla base di alcuni detti dandone una possibile e storica spiegazione. A fine racconto, la fonte.
“Chi ha denari fa quello che vuole, chi ha un buon cavallo va dove vuole”
Significato del detto - La ricchezza e i mezzi materiali permettono di ottenere tutto, mentre la capacità e le risorse personali consentono di raggiungere i propri obiettivi muovendosi liberamente.
Si conta e si racconta che una volta c’era un ricco potente, un bel giovane riccone, che non aveva nessuno. Giacché non si voleva sposare, con i gran soldi che aveva costruì un grandioso palazzo lungo sei miglia, e lui solo, dentro questo gran palazzo, con la carrozza ci scorrazzava. E poi ci mise una scritta che diceva:
“Chi ha denari fa quello che vuole,
chi ha buon cavallo va dove vuole”.
Un giorno passa il re. Il Sovrano legge la scritta e «Ah, dunque tu», dice, «sei più potente di me? Ma guarda qui! O mi dici entro un anno, un mese e un giorno dove si trova mia figlia o io ti faccio tagliare la testa».
Così il Re disse a quel bel giovane, dopo che lo fece chiamare e se ne partì fortemente corrucciato, mordendosi le mani.
Il giovane, poveretto, si pigliò un gran dispiacere e mise il broncio.
Imbrigliò il cavallo e si mise in cammino alla ventura, finché non raggiunse un paese. Così arriva là, si incontra con gli altri galantuomini.
Quelli a osservarlo così tetro, gli dicono, «Oh cosa avete, povero galantuomo, che siete così seccato?».
«Che devo avere, lasciatemi stare! Dunque, io, così e così, sono molto ricco, non ho nessuno e ho costruito un palazzo così e così, e ci ho messo una scritta. Passa il re, si ingelosisce, e mi infastidisce, e mi vuole far tagliare la testa se non gli dico dove si trova sua figlia e non gli do un segnale».
«Niente, signore, vossignoria è troppo amareggiato, scombussolato! Non ha denari?».
«Che vuol dire! Ne ho quanti ne volete».
«Allora questo è niente: ora le dico come si deve fare. Facciamo un’aquila d’oro, grande e preziosa, con il becco e i piedi di argento, con gli occhi di diamanti: insomma, tutta una massa di ricchezze, ma ci vogliono quattro mesi per farla. Ma non si preoccupi, signore, tempo e denari ci vogliono, e la facciamo, più niente interessa».
Passano i quattro mesi. Dice: «Signore, l’aquila è pronta!».
A lui, al giovane, lo infilano dentro l’aquila, che mettono dentro un carricello, e la conducono di paese in paese, fin che arrivano a battere alle porte di sua Maestà, dal re. Ora che mi ricordo: Il re era parente stretto di questo tizio, di questo che mise dentro l’aquila il bel giovane.
Dunque, sono arrivati dal re.
«Maestà», dice, «vedete che bell’aquila d’oro e d’argento? Oh se la vedesse mia nipote [che era la figlia del re], che gioia e festa le farebbei!».
«E come», dice il re, «cosa volete che le faccia vedere giusto ora che la tengo nascosta nelle camere sotterranee, per un certo mio scopo?»
«Oh, caro parente», dice quello, «e perché non dovete fargliela vedere, ora che l’ho portata apposta qui per farvela godere, e dare diletto a lei! Tutta la gente acclama ad una voce: “Quanto è preziosa! Com’è grande! Che cosa graziosa!”. E voi, non volete farla vedere alla reginella!»
«Va bene», dice il re, «facciamogliela vedere.»
Così entrarono e la portarono alla reginella, nelle camere sotterranee.
«Oh, zio mio, quant’è bella! Quant’è preziosa!», diceva la figlia del re. «Non si è vista mai una cosa così grande, manco nella nostra corte reale!».
La sera mangiarono, fecero allegramente festa, e poi andarono a coricarsi; e quello (il giovane), senza manco dire ciù, accoccolato dentro l’aquila.
Lo zio, che era intrinseco del re, rimase nell’appartamento della reginella, e l’aquila d’oro al suo fianco.

A mezzanotte lo zio tocca la molla congegnata da lui, e l’aquila si apre: apre, apre, ed esce il giovane che v’era nascosto.
«Ahimè, che mi spavento!» dice la figla del re.
«Zitta nipote», risponde, «ché non è niente. Non ti spaventare che ti dico tutto, ed è meglio per te e per lui. Questo bel giovane è ricco quanto il mare, è solo, e ha fatto un palazzo grandioso, lungo sei miglia, e vi ha messo una scritta così e così; e per questo tuo padre gli vuole nuocere, e lo vuole decapitare, se in capo ad un anno, un mese e un giorno non gli sa dire dove ti trovi, e non gli dà un segnale. Salvalo, questo bel giovane, e sarà la tua fortuna».
Allora la reginella, che di quel giovane s’era innamorata fin dentro l’ossa, gli va incontro allegramente; si toglie dal dito il suo diamante e glielo mette: «Tieni, questo è il pegno dell’amor mio».
Quando fu giorno lo zio si alzò. Si licenziò dalla reginella e dal re, e se ne tornò al paese con la bell’aquila d’oro.
Passarono i giorni e finì il tempo accordato di un anno, un mese e un giorno; e il re mandò per il giovane ricco.
«Ebbene, mi sai dare risposta ora, o devo farti levare la testa?».
«Maestà», dice, «qui c’è il segnale.» E gli consegna l’anello di sua figlia.
Il re rimminchionì sotto il colpo; abbassò la testa e gli disse: «Mia figlia è tua, e io te la faccio sposare perché ti tocca. Ora mi accorgo che hai ragione per ciò che canta la scritta: “Chi ha denari fa quello che vuole, chi ha un buon cavallo va dove vuole“».
Si fecero gli sponsali con gran contentezza e festa grande. La giovane e il giovane furono felici e contenti per tutta quanta la vita, e noi qui attorno, chi racconta e chi ascolta, non ci resta che nettarci i denti.
Spunti e raffronti da:
- Leggende e Racconti popolari della Sicilia, di Nino Muccioli, Newton Compton Editori
- Scritti si Salvatore Salomone Marino, raccolta racconti popolari della seconda metà del XIX secolo
