Festa del Gatto, 17 febbraio: perché non citare un episodio della storia aggiungendo un racconto di Gianni Rodari?

Grazia Angeletti, collega giornalista, fu al centro dell’iniziativa che nel 1990 fece nascere la Festa del Gatto. Cosa fece? Dalla rivista Tuttogatto propose un sondaggio ai lettori in modo da individuare la data preferita per celebrare gli amati felini. La scelta cadde sul 17 febbraio come proposto dalla lettrice Ornella Del Col che inviò la sua proposta basata su più punti: il 17, seppur considerato numero sfortunato, la Del Col ne propose il concetto trasposto dallo stesso numero “una vita per sette volte” (l’1 e il 7) esorcizzandone il significato italico da “porta sfiga”; il 17 ha anche un’altra simbologia, è legato all’indipendenza, alla fiducia e all’ottimismo, alla sfida, nella Kabbalah è un un messaggio di superiorità spirituale, caratteristiche perfette a rappresentare il gatto.

La Giornata internazionale del gatto (World Cat Day) cade però l’8 agosto… ma non si tratta di un caso. Sottolineo che per la numerologia il numero più affine al 17 è proprio l’8 considerato oltretutto numero potente e fortunato in Cina, somma di 1 e 7, numeri che sono già di buon auspicio. Stessa considerazione in India.

Il 17 è poi un numero che compare varie volte nella Bibbia, per esempio 17 era l’età di Giuseppe, figlio di Giacobbe, quando fu catturato dai fratelli gelosi, spogliato e gettato in una cisterna nel deserto, poi venduto agli Ismaeliti. Destino, quello di Giuseppe che poi si compì con l’emergere della sua figura in terra d’Egitto, indipendente, potente, tanto da dare una sonora lezione agli stessi fratelli lì arrivati in tempo di carestia.

Cambise II, Re dei Persiani, Psammetico III, faraone d’Egitto, la battaglia di Pelusio nel 525 a.C. e i gatti

Logica vuole (o vorrebbe) che si facesse distinzione, quella tra fatti comprovati o riportati dagli storici antichi e le leggende. Spesso però i due elementi si mescolano per tentare di spiegare momenti della storia.

Volendo semplificare sullo scenario, l’equilibrio politico mediorientale poggiava su più forze che si contrapponevano tra Siria, Fenicia e nella regione che comprendeva tutte le città-stato fino al Sinai: Egitto, i Medi, i domini di Babilonia, il Regno di Lidia e le potenze greche con in testa Sparta.

Un equilibrio che venne meno con i Persiani che presero il sopravvento assorbendo i Medi intorno al 550 a.C., poi conquistando Babilonia e la Lidia sfruttando le contrapposizioni tra i vari regni. Da lì iniziò la tessitura di nuove alleanze. Sparta preferì tenersi lontana durante questi stravolgimenti (per come andò dopo avrebbe fatto meglio a intervenire subito per contenere l’ondata nascente dei persiani).

L’Egitto si trovò isolato anche perché l’alleato di sempre, la Fenicia, preferì schierarsi con i persiani: fu un grave danno per il Paese del Nilo anche dal punto di vista della potenza navale. Anche l’Isola di Cipro, prima sempre affine con gli egizi, passò ai persiani. Il domini egizio e quello persiano ormai si toccavano, non c’erano più realtà politiche-cuscinetto tra di loro.

Quindi, per Cambise II, figlio di Ciro (Kurush) il Grande, il Regno del Nilo era l’ultimo tassello da annettere nello scacchiere orientale in modo da non avere disturbi al dominio su tutta l’area mediorientale. E voleva sottomettere il Nilo a tutti i costi, lui re-guerriero spietato, celebre per i suoi scatti d’ira, per la sua crudeltà, anche fratricida [uccise il fratello Bardyia (Smerdis) forse perché lo riteneva un pericoloso rivale]. Era molto diverso da suo padre Ciro che era sì un conquistatore, ma abilissimo diplomatico e politico, ottimo nel tessere rapporti e convincere con la diplomazia.

Abbrevio – Lo scontro egizi-persiani si concentrò su due punti:

  • su Gaza, porta del Sinai e verso la Valle del Nilo;
  • su Pelusio (Pr-ỉr-Ỉmn in Egizio, Ⲡⲉⲣⲉⲙⲟⲩⲛ Paramoun in Copto, la “Città di Amon” o Pelusium in Latino, oggi Tell el-Farama). Questa seconda era un’altra città fortificata egizia al confine orientale del Delta del Nilo, a poca distanza dal Mediterraneo, presidio vitale a protezione dell’Egitto dalle invasioni da Est.

Attaccare le due città fu una precisa scelta strategica dell’imperatore persiano in modo da dividere in due le forze egizie in modo da non doverle affrontare unite in un unico scontro ben più ricco di incognite sull’esito finale.

Un traditore era nelle fila dell’esercito guidato dal giovanissimo Faraone Psammetico III, successore di suo padre Amasis. Era il mercenario ionico Fane di Alicarnasso che scappò via e suggerì al Sovrano persiano la via verso l’Egitto favorendo un accordo con le popolazioni arabe, oltre a contribuire alla stesura della strategia utile per la vittoria persiana.

Ma Cambise poté fare prezioso uso delle preziose “soffiate” di un recente suddito, Creso, ex Re della Lidia, ex alleato dell’Egitto, sconfitto sonoramente da Ciro il Grande che lo sottomise. Creso spifferò le strategie di difesa dell’Egitto, le vie migliori per l’attacco.

All’arrivo dalla Fenicia delle truppe di Cambise, gli egizi rimpolparono la guarnigione di Pelusio utilizzando anche con un folto contingente di mercenari greci (molto presenti, insieme ai multietnici “Popoli del Mare“, come truppe agguerrite e pagate per combattere negli eserciti di molte nazioni dell’epoca).

Guarda caso, aumentarono i nuovi alleati dei persiani, probabilmente giudicati prossimi alla vittoria, quindi anche Policrate, Tiranno di Samo, si accordò con Cambise anche se proprio nel momento cruciale, la cinquantina di navi dell’isola dell’Egeo restarono ferme senza appoggiare le truppe persiane. Comunque, Policrate tradì il patto stretto tempo prima col Faraone Amasis, padre di Psammetico.

Il Faraone fu tradito anche dal comandante delle truppe mercenarie d’Egitto e da Hudjhorresui che era governatore della città di Sais (origine della Dinastia regnante) nonché ammiraglio della marina militare egizia.

I gatti, Bastet e la leggenda

Il Gatto Gayer-Anderson, ritenuto una rappresentazione della dea Bastet – foto Einsamer Schütze/British Museum, Londra

Lo scrittore e storico macedone Polieno scrisse un racconto leggendario sulla fine disastrosa degli egiziani durante la battaglia di Pelusio.

Qui entrarono in scena i gatti

Animale sacro e venerato dal popolo del Nilo perché rappresentante e simboleggiante la dea Bastet nella sua forma di gatto, mite e protettricem dopo essere stata Sekhmet, la dea leonessa sanguinaria e affamata di battaglie, terribile vendicatrice.

Gli egizi giunsero a codificare pene severe per chi uccideva o maltrattava un gatto. Molte mummie di questi felini sono state trovate nelle sepolture perché perfetti compagni dei defunti nel viaggio oltre la vita.

Cosa racconta la leggenda sulla battaglia e sul ruolo assunto (involontariamente) dai gatti?

Il Gran Re Cambise e i suoi consiglieri, compreso il traditore greco, conoscevano benissimo l’amore e la sacralità che gli egiziani provavano per i gatti. A quel punto, prima della battaglia finale, il sovrano di Persia ordinò che i suoi soldati catturassero più gatti possibili. Poi fece legare i felini ben vivi e miagolanti per la disperazione, sugli scudi delle sue truppe.

Impossibile per gli arcieri egiziani iniziare il tiro fitto degli arcieri sull’esercito persiano: avrebbero colpito i gatti legati a quegli scudi; impossibile per le truppe di fanteria e cavalleria ingaggiare battaglia col pericolo che con ogni fendente o colpo di lancia potessero colpire un gatto.
Così lo scontro andò malissimo per le truppe faraoniche.

La fine della battaglia di Pelusio e la vittoria persiana

Scontro durissimo tra i due eserciti nel maggio del 525 a.C. Alla fine le truppe egiziane non ressero il confronto. L’onda d’urto dell’invasore travolse la città dinastica di Sais. Cambise conquistò anche l’antica città di Iunet Mehet (Eliopoli).

Il Faraone Psammetico ordinò quindi la ritirata e di asserragliarsi nella storica capitale di Menfi in modo da continuare a fermare il dilagare dell’ondata persiana lungo il Paese. Secondo varie (e non certe, non precise) fonti, sul campo di battaglia di Pelusio il Faraone perse circa 50.000 uomini, quasi dieci volte di più dei persiani.

Non molto dopo il Gran Re Cambise riuscì a prendere anche la città di Menfi e lì impose dure rappresaglie per l’uccisione di un equipaggio di Militene, imbarcazione precedentemente inviata da lui per contrattare la resa.
Invasa e presa la città, Cambise catturò il Faraone che, per quel momento, fu risparmiato. Anzi, seguendo il resoconto di Erodoto, a Psammetico fu offerta la carica di governatore d’Egitto per conto dell’Impero persiano.

Psammetico però non se ne stette buono: più tardi tentò di imbastire una rivolta, ma fu nuovamente catturato e, questa volta, ucciso dai persiani: fu l’ultimo Faraone della XXVI dinastia, la “saitica“.

I Persiani e i gatti sacri

Gianni Rodari, “Zoo di storie e versi”

Migliaia di anni fa, in Egitto, il gatto era un animale sacro. Esso rappresentava la dea Bastet, che prima di diventare una gatta era stata una leonessa. Chi uccideva un gatto era punito con la morte.

In onore dei gatti e, naturalmente, della dea Bastet, si celebravano grandi feste, durante le quali tutti andavano intorno miagolando allegramente.

Da un capo all’altro della città non si sentiva che: Mieo! Mieo!

Già, mieo, con la e: così gli antichi Egizi interpretavano il verso del gatto.

Una volta Cambise, re dei Medi e dei Persiani, mise insieme un grande esercito per conquistare l’Egitto. Attraversò la Siria, la Fenicia, il deserto, ed eccolo di fronte alle truppe del faraone Psammetico, che difendevano gagliardamente il loro Paese. Cambise non sapeva come fare per infrangere la loro resistenza.

Una sera si presentò alla sua tenda un vecchio, avvolto in un mantello che gli copriva anche il viso. Una spia. Un egiziano che odiava il faraone. Non si sa.

Non si sa nemmeno che cosa egli disse di preciso al re Cambise.

Si sa soltanto che la mattina dopo tutti i soldati persiani ebbero l’ordine di catturare quanti più gatti potessero.

– Almeno un gatto a testa! – diceva l’ordine del giorno.
I soldati pensavano che il re fosse diventato matto per il dispiacere di non poter battere gli Egiziani, ma obbedirono. Gatti, in Egitto, ce n’erano migliaia di migliaia, perché nessuno faceva loro del male.

Quando la caccia ebbe termine, ogni soldato aveva il suo gatto tra le braccia e si divertiva a fargli fare le fusa. Cambise diede ordine di avanzare, portando i gatti bene in vista.

Intanto i soldati egiziani avevano già incoccato le frecce negli archi, per accogliere gli invasori come meritavano, ma improvvisamente furono colti da orrore: e se le frecce avessero colpito i gatti! Che cosa avrebbe pensato la dea Bastet, se i suoi fedeli avessero massacrato a migliaia gli animali sacri?

I Persiani avanzavano, erano a tiro: dalle loro file non venivano grida di guerra ma quel “Mieo! Mieo!” che faceva rimescolare il sangue nelle vene ai soldati del faraone.

Per farla breve, alla fine gli Egiziani si ritirarono piuttosto che uccidere i gatti, e Cambise vinse la battaglia.

Il volume di Gianni Rodari narra la storia di due bambini di otto anni, Giacomo e Riccardo che si sfidano a passare una notte intera dentro lo zoo. Una prova di coraggio.

Il buio arriva ed ecco che i vari animali iniziano a raccontare le loro storie ai due umani che li incuriosiscono tanto, lì dentro a quell’ora così tarda.

Storie molto brevi che tra i narratori vedono King il leone, Giumbo l’elefante, Nerone l’orso.

Nell’edizione “Lo zoo delle storie”, la parte narrata è accompagnata da illustrazioni di Fulvio Testa

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Articolo molto interessante e un racconto efficacissimo! 🙂

    Piace a 1 persona

    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Queste cose curiose e sfumate di leggenda, mi stuzzicano assai. Le zone d’ombra sono il mio pane

      Piace a 1 persona

  2. Giuseppe Grifeo ha detto:

    L’ha ripubblicato su Il Grifone, l'artiglio, la penna e la forchettae ha commentato:

    Un Miao! a tutti i gatti-lettori di questo blog nel giorno a loro dedicato. Festa del Gatto o Giornata del Gatto, istituita nel 1990, momento da celebrare ogni 17 febbraio, momento legato al segno zodiacale dell’Acquario a sua volta considerato anche come segno determinante dell’indipendenza e degli spiriti liberi. Ci sono altri elementi legati al numero 17, tutti perfetti per simboleggiare il carattere gattesco, aspetti che ho spiegato nell’articolo richiamato più in basso.
    Personalmente cito il gatto (Mau o Myeu nella denominazione faraonica) pensando a Bastet, Bastit o Bast, nomi della celebre dea-gatto dell’antica religione egizia al tempo dei faraoni, divinità dalla doppia personalità: dea del focolare domestico, protettrice delle donne, delle nascite e, quindi, della fertilità, ma anche dea guerriera, sanguinaria e terribile vendicatrice quando la sua testa assume sembianze di leonessa. Il culto aveva il suo centro nella remota città di Bubasti, capitale del XVII nomo (provincia-distretto) del Basso Egitto (l’area del delta del fiume che contava 20 distretti, ognuno governato da nomarchi-governatori).
    Dea venerata anche più avanti nel tempo, persino in seno all’Impero romano che fece suo pure il culto di Iside e quello osiriaco. La grafia del nome “Bastet” è quella successiva e meno arcaica, risalente al Nuovo Regno (dal 1550 a.C in poi) con l’esaltazione della lettera “t” finale che è un suffisso femminile dell’allora Lingua egizia faraonica: veniva rimarcato l’essere femmina di questa dea.
    Approfondendo alcuni aspetti sulla venerazione della dea felina e raccontando una disavventura egizia legata ai gatti, ho scritto, divertendomi, proprio l’articolo che richiamo qui di seguito.
    Divertitevi in questa lettura, magari con il vostro gatto accoccolato sulle gambe: sono sicuro che dopo lo osserverete in maniera ben diversa.

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