Da antico borgo fantasma Roghudi Vecchio ha le sue belle storie che pescano da leggende e miti arcaici con un tocco di terrore e raccapriccio. Molto particolare che fra narrazioni incantate se ne raggruppino ben tre in questo stesso luogo.
[immagine d’apertura – rappresentazione artistica di un’Anarada generata con ChatGPT (OperAI), 2026; realizzata su indicazioni di Giuseppe Grifeo]
Incastonato in un’area della Calabria definita ellenofona, dove si parla greco, questa cittadina medievale si staglia solitaria su una roccia, a circa 520-550 metri di quota, proprio sulla fiumara Amendolea. Le antiche case e viuzze non sono state lasciate sole, sono popolate da storie arcaiche come quella delle corde per legare i bambini o sul pericolo delle Anarade, creature mitologiche forse parenti di Pan, ma con piedi a zoccoli di mulo o di asina: vivevano nel percorso d’acqua alla base della collina.
Senza dimenticare il drago presente nell’area dell’abbandonata Ghorio di Roghudi…
L’area si trova alle pendici dell’Aspromonte nel versante jonico di Reggio Calabria. Il cuore di tutte queste storie dovrebbe aver iniziato a battere durante il Medioevo Bizantino calabrese durato dall’VIII all’XI secolo.




Il nome del paesino è di derivazione greca, quindi Roghudi da “rogòdes” che sta per pieno di crepacci o da “rhekhodes”, aspro come collina difficile da scalare e sassosa o ancora da “rochùdios” che sta per dirupo. Anticamente popolato di pastori con le donne capaci di fare ogni cosa, a cominciare dalla favolosa lavorazione di tessitura delle ginestre. Un mondo che tutt’oggi è circondato da boschi secolari, gole molto profonde e fiumare.
L’anno 1050 rappresenta la prima traccia ufficiale del borgo per come appare da un documento catastale d’epoca bizantina.
Il centro fu controllato fra l’XI secolo e il XII dalla Bovesia che raggruppava le città di Gallicianò e Condofurie con a capo la cittadina di Bova, antico centro della lingua greco-calabra o Grecanico e capitale della Calabria greca.
In tempi successivi Roghudi finì sotto l’influenza dello Stato dell’Amendolea per circa sette secoli, fino al 1806.
Divenne borgo fantasma dopo le rovinose alluvioni del 1971 e del 1973 con i circa 1.600 abitanti costretti ad abbandonarlo per passare in buona parte all’insediamento della moderna Roghudi, più a valle.
Fantasma proprio no, visto che alcune capre hanno eletto Roghudi come luogo preferito. Oggi a risuonare sulle pietre sono i loro zoccoli e non quelli delle Anarade.
Storie e leggende, Roghudi Vecchio, le corde per legare i bambini, il pericolo delle Anarade e del drago
Fra le strette e tortuose vie, fra l’alternarsi delle casette in pietra addossate le une alle altre magari sul bordo di impressionanti precipizi, prendono vita storie e leggende che da secoli hanno popolato Roghudi Vecchio.
La natura stessa del borgo, a picco sulla roccia, rendeva insicura la vita dei bambini, tanto che diversi morirono cadendo dai precipizi verso il fondo irto di pietre aguzze circondate e in parte appena sommerse dalla fiumara.
Leggenda vuole che i più attenti e sensibili ascoltatori a passeggio fra le vie di Roghudi Vecchio riescano ancora oggi a sentire i lamenti di tutti quei bambini che morirono così tragicamente, dilaniati nel loro impatto con le rocce arrossando con il loro sangue le acque giù a valle.
All’epoca i genitori e le mamme in particolare idearono una misura preventiva. A iniziare fu proprio una mamma che aveva perso suo figlio caduto lungo le pareti scoscese di Roghudi
Cosa si inventarono? Ai muri delle case affissero chiodi e anelli. A questi assicurarono delle corde ben forti.
Che ci fecero con questo armamentario?
Il capo libero delle corde veniva legato alle caviglie dei bambini. Questi ultimi avevano quindi un raggio d’azione limitato, ma almeno non cadevano giù dai precipizi.
In breve, piuttosto che ampliare e alzare muretti, parapetti, si preferì legare i bimbi che, in questo modo, non cadevano giù di sotto verso la fiumara sfracellandosi sulle rocce.
Il drago
A Ghorio di Roghudi, vicina frazione abbandonata, vive la leggenda del drago. Persino alcune formazione rocciose ne richiamano l’epica esistenza.
Due formazioni rocciose hanno il nome di “Rocca tu Draku” (o Ta Draku) – Rocca del Drago (Geosito GS38) e “Caldaie del Latte” che oggi fanno parte dei Geositi Unesco.

Questi due speroni di roccia sono popolarmente celebri per essere fonte di nutrimento del drago (la Rocca con la sua enorme caldaia) e sempre in quei luoghi questo animale fantastico fa da sorvegliante e custode di un fantastico tesoro, un po’ come faceva un’altra figura mitologica, quella del grifone, in altre lande del mondo.
Andate a cercare il tesoro, sarete fortunati a trovarlo, sempre che il drago non vi trasformi in mucchietto di cenere… meglio comunque della lenta digestione nel suo stomaco.
Comunque la leggenda descrive come sarà l’uomo che potrà appropriarsi del tesoro in tutta sicurezza. Innanzitutto dovrà essere un valoroso guerriero, ma oggi non limitiamoci al genere di questo protagonista nonché prossimo riccone.
Il problema vero è rappresentato dall’azione necessaria per arrivare alla favolosa scoperta. Nessun combattimento fra zanne e lingue di fuoco draghesche.
Il personaggio in questione dovrà fare un sacrificio al drago in modo da rabbonirlo e permettergli il passaggio verso l’arcaico cavò. Il guerriero in questione dovrà uccidere sull’ara del drago tre esseri maschi, un neonato, un gatto nero e un capretto.
C’è già stato chi ci ha tentato. Come racconta la storia, erano due amici che compensarono i genitori di un bimbo malformato. Made e padre volevano disfarsi di quel neonato orribile e loro due lo acquistarono.
Gli amici tentarono quindi di sacrificare bimbo, gatto nero e capretto. Risalirono all’altare tirando il capretto con una corda, il gatto rinchiuso in un sacco, il neonato piangente tenuto per una gamba come fosse una bambola rotta a testa in giù.
Giunti sulla roccia, proprio sul momento in cui afferrarono i coltelli per squarciare quei corpi, ecco scatenarsi un’immensa tempesta che li scagliò via con violenza. Uno fu ucciso nell’urto contro la caldaia del drago e l’altro finì a urlare per sempre nell’eterno supplizio del diavolo.
Le Anarade

Anche in questo caso, almeno per il nome, l’origine di Anarade o Narade andrebbe cercato nel retaggio greco, nella denominazione delle ninfe marine greche Nereidi o delle ninfe dei fiumi, le Naiadi. Per il loro comportamento sono forse più affini alle Oreadi e alle Driadi.
Comunque, alle Aranade non dispiace il gusto della carne umana. Streghe antropofaghe.
Il loro aspetto?
Per metà donne, al posto di gambe e piedi hanno zampe da asina o mula. In un’antica descrizione da Testi neogreci di Calabria, queste creature fascinosamente orride, per alcuni dotate di grande bellezza nella parte umana, sembrano avere una caratteristica che le accomuna alle streghe in volo con una scopa fra le gambe:
Traduzione in Italiano – Le anarade erano donne coi piedi di mula. Di giorno stavano coricate, la sera uscivano per mangiare le persone. Perciò a Rochudi la sera chiudevano la porta verso Agriddea e le Plache e così quelle non potevano entrare in paese. Le anarade andavano a cavalcioni di un ramo di sambuco
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Greco – I anaráδe íssa yinéče me ta póδya še múla. Tin iméra estékai kliméne, ti vvradía evyénnai na fáu tu χχristyanú. Yá fto sto Riχúdi ti vvraδía eklígai tim bórta stin Agriḍḍéa će ste pPláke, će ótu ećíne δen esónnai mbéi sto payísi. I anaráδe epígai ankaváḍḍu sti rramíδa še savúći
Con l’arrivo e l’affermarsi del cattolicesimo il pantheon greco-romano venne in parte assorbito e cambiato. Da quel momento fu spesso identificato con figure misteriche, magiche, maligne, maghi, streghe, spiriti dei boschi, delle acque e affini.
Nella sua storia misterica Roghudi aveva tre porte o cancelli, “Plachi”, “Pizzipiruni” e “Agriddhea”, che si aprivano nelle difese cittadine e che avevano anche il compito di protezione magica dalle manifestazioni malvage, oltre che garantire il passaggio alle merci e alla gente bloccando però l’ingresso alle bande di ladri e di avventurieri-razziatori.
Immaginate questo paesaggio irto di speroni rocciosi, tipico di una parte dell’Aspromonte, la notte al buio più totale con le uniche fonti di luce nelle rade torce sulle mura, ai portali cittadini, nella piazza centrale. Al di là di questi ristretti cerchi di luce le tenebre più assolute, tutto nero, come essere immersi nell’inchiostro.
Rumori? Il frusciare del vento nella vegetazione, lo scorrere delle acque nel sottostante alveo della fiumara, qualche verso d’animale e poi il silenzio quando la popolazione si rintanava nelle case.
Eppure ecco che in quel mondo tenebroso si aprivano momenti stregati, gli occhi si sbarravano in allarme, i capelli si rizzavano sulla testa, la calma era turbata dal rumore di quegli zoccoli sulle rocce.
Le Anarade poggiandosi sulle loro zampe risalivano dalla valle e si inerpicavano verso l’antico borgo.
Ma che ci fanno nel paese, perché faticano a risalire la roccia dal fondo?
Semplice, riescono a incantare uomini e bambini, fanno loro perdere la volontà e se li portano nel buio lì sotto, fra le acque dell’Amendolea dove spariranno per sempre. Mariti, figli, nipoti che a Roghudi non furono più visti…
Come le sirene, ma tra fiumi e montagne.
Gli esseri umani servivano da cibo, da strumenti per la riproduzione, per allevare generazioni di schiavi?
Non è dato sapere con precisione.
