Sicilia, Selinunte, vedremo svettare tre delle gigantesche colonne del Tempio G. Maestosità perduta: dall’immaginazione alla realtà ricostruita

Come tutti gli altri visitatori del Parco Archeologico di Selinunte ho sempre immaginato l’aspetto del Tempio G nella sua epoca originaria. La fantasia è volata indietro nei millenni incantata da quei capitelli colossali rovinati a terra, da quelle sezioni di colonne immense ammucchiate tra le altre pietre di questo edificio di culto dell’antica metropoli siciliana. In un prossimo futuro vedremo svettare tre delle gigantesche colonne del Tempio G grazie al “Progetto di valorizzazione del parco archeologico di Selinunte” proposto da Alberto Samonà, assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, finanziato adesso con 5 milioni di euro dal governo regionale giunto adesso alla fine del suo mandato.

Per i comuni mortali, i cultori della storia, i turisti, è letteralmente – o meglio… sarà – il coronamento di tante fantasticherie, di sforzi di immaginazione. Potremo osservare una realizzazione concreta, un restauro parziale che darà a tutti un’idea delle reali dimensioni e forme di questo colossale tempio. Da sottolineare che tanto è stato scoperto in questi anni e riprese fotografiche dall’alto con termocamera ad alta sensibilità hanno evidenziato tantissime aree che nascondono ancora preziosi e sconosciuti resti della città.

Il grande edificio di culto di Selinunte, probabilmente dedicato a Zeus, risale a circa 2.600 anni fa, lungo in origine ben 109 metri e largo 50, il più grande tempio periptero – a colonne libere – della Sicilia e uno dei più grandi del Mediterraneo antico. Ciascuna delle sue colonne era alta oltre 16 metri, tra le più alte edificate in quell’epoca, mentre l’intera struttura si elevava per circa 30 metri (in Egitto le ancora più antiche dodici colonne centrali della Sala Ipostila del Tempio di Karnak sono alte quasi 24 metri, con una circonferenza di circa 11, mentre le sette navate laterali di entrambi i lati contano 122 colonne alte 14,70 metri disposte su 14 file).

Il progetto di ricostruzione che seguirà l’antico progetto, proseguirà con la prima fase operativa, l’acquisizione di nuovi dati e conoscenze su questo tempio selinuntino, poi il restauro e la ricomposizione di alcune parti, fra queste tre gigantesche colonne del lato meridionale (di cui sono stati individuati con certezza gli elementi strutturali) che saranno ricollocate con i relativi capitelli.

Sarà anche recuperato il “Fuso della Vecchia”, la colonna restaurata nel 1832 dallo scultore Valerio Villareale su commissione del Duca di Serradifalco. La ricomposizione del Tempio G era stata caldeggiata a suo tempo da Sebastiano Tusa nelle vesti di archeologo e sovrintendente del mare, prima di diventare assessore.

Selinunte, breve descrizione del suo glorioso passato

Premetto che sto semplificando molto la storia della metropoli selinuntina i cui resti oggi sono estesi sull’area archeologica più vasta del mediterraneo e d’Europa, circa 270 ettari tra parte templare, l’Acropoli, la collina orientale, il pianoro di Contrada Manuzza dove fu realizzata l’Agorà, il santuario della Malophoros in Contrada Gaggera e le due necropoli di Manicalunga e Galera Bagliazzo. A circa dieci chilometri di distanza, a ovest di Selinunte, dalle Cave di Cusa, gli antichi costruttori modellarono la pietra (calcarenite) per costruire i templi, lì dove si trovano ancora oggi alcune parti di colonne che dovevano essere inserite nel Tempio G per ultimarlo.

Selinunte-Σελινοῦς-Selinus fu grande e potente città del VI-V secolo a.C. fondata però nel VII secolo a.C. tra il 651 e il 623 a.C. (datazione ancora dibattuta) da popolazione siceliota, da Megaresi Iblei dorici, antagonisti dei fenicio-cartaginesi alleati degli Elimi. Questi ultimi avevano un insediamento fortificato a Mozia.

Come sottolineato dall’Enciclopedia Treccani, il nome deriva dalla pianta di σέλινον-sélinon “apio”, il sedano selvatico che vegeta sulle colline dove la città ebbe sede. Con la medesima voce è denominato dagli antichi il fiume, oggi detto Modione, che sfociava a nord ovest della città.

La politica scelta dall’oligarchia selinuntina prima e dai successori, ebbe alterne vicende, prima antagonista della presenza fenicia, poi alleata e dopo ancora a fianco degli Elleni e di Siracusa cercando di averla vinta contro le avversarie Cartagine e Segesta. Alterne le vicende militari, l’antagonismo con Atene fu una grossa spina nel fianco dei selinuntini fino al colpo finale inferto da Cartagine nel 409 a.C. dopo l’assedio e l’assalto alla città. Poco efficaci i tentativi successivi di Siracusa di ricostruirne le mura difensive e di rivitalizzarne il centro urbano: il generale e politico siracusano Ermocrate ripopolò solo l’Acropoli per farne solo una sorta di centro strategico-militare e da lì faceva partire le sue spedizioni contro i centri urbani cartaginesi.

Distrutta definitivamente da Cartagine verso il 250 a.C. durante le Guerre Puniche, i vincitori deportarono la popolazione a Lilibeo. Della gloriosa città rimase una borgata marinara con le grandiose costruzioni che iniziarono a decadere lentamente e a trasformarsi in rovine.

L’area dei templi si riempì di case cristiane in epoca bizantina (VI-IX secolo), proprio il periodo di un violentissimo terremoto che diede il colpo di grazia alle strutture già malamente sopravvissute.

Con il successivo dominio musulmano divenne un piccolo centro con sepolture nell’area dell’antica Acropoli. Nel Medioevo non c’era più traccia evidente della remota metropoli siciliana.

Come descritto nel sito web del Parco archeologico riguardo all’Acropoli, tra l’età bizantina e altomedievale un edificio fortificato (castrum o ribat islamico) inglobò i templi A e O.

Lavori di rilevamento, recupero e riedificazione di alcuni elementi come erano in origine

Il gruppo di lavoro era già stato individuato da anni, mancava solo il passo finale per l’avvio, il finanziamento.

Le risorse erano state individuate già nel dicembre 2020, ma solo nell’estate 2022 è arrivato il via libera definitivo al finanziamento da parte della Ragioneria Generale.

Stanno lavorando al progetto gli archeologi Valerio Massimo Manfredi (con all’attivo numerose pubblicazioni e docenze in Italia e all’estero), Oscar Mei (allievo di Mario Luni nonché docente di Archeologia classica presso l’Università di Urbino, presidente del Centro studi vitruviani e direttore della missione  archeologica a Cirene), Claudio Parisi Presicce (attuale soprintendente dei Beni culturali di Roma Capitale e membro di numerose missioni archeologiche italiane e internazionali, fra cui la missione Malophoros a Selinunte).

In programma l’avvio di importanti collaborazioni scientifiche con le principali università siciliane e non solo. Nella primavera dell’anno prossimo sarà organizzata una Giornata nazionale di studio, nel corso della quale saranno presentati al mondo scientifico i risultati delle ricerche svolte sul Tempio G e il progetto complessivo.

Sarà un grande cantiere della conoscenza– sottolinea Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni Culturali – perché farà scoprire al mondo intero la maestosità di questo edificio sacro, considerato uno dei più grandi dell’antichità classica. La ricollocazione delle tre grandi colonne è un’operazione culturale di respiro internazionale,  il biglietto da visita di una Sicilia che guarda al futuro nel nome della propria storia e identità culturale, e di una visione mediterranea e cosmopolita, che ha lo scopo di restituire centralità all’Isola. Un sogno che si realizza e che permetterà a tutti di rendersi conto di ciò che fu questo grande tempio dell’antichità. Un progetto che attirerà l’attenzione del mondo su Selinunte, con inevitabili ricadute sul numero di visitatori che in futuro vorranno scoprire il parco archeologico”.

Il coordinamento tecnico è affidato al Dipartimento dei Beni culturali della Regione Siciliana, con Franco Fazio, dirigente generale, Carmelo Bennardo, dirigente responsabile del Servizio progettazione e Felice Crescente, direttore del Parco archeologico di Selinunte.

“Il progetto inizia nel 2010, grazie alle indagini dirette da Mario Luni dell’Università di Urbino, promosse da Valerio Massimo Manfredi spiega l’archeologo Oscar Mei – Ricerche che ripresero sotto la mia direzione in convenzione con il Parco di Selinunte, su invito dell’assessore Sebastiano Tusa, e portarono all’acquisizione di dati sulla costruzione del Tempio G. Nuove indagini potranno portare alla ricomposizione di tre colonne del lato sud del Tempio, i cui elementi strutturali, oggi crollati con l’interno dell’edificio, sono stati identificati in maniera certa e si presentano pressoché completi fino al capitello. Questa fase progettuale è di enorme importanza per la valorizzazione e la fruizione del Tempio e sarà decisiva per la sua conservazione e tutela. Stiamo lavorando anche ad un comitato consultivo di cui farà parte anche Luigi Malnati, già direttore generale Antichità del MIBACT. Vanno senz’altro ricordati gli studiosi e amici, oggi scomparsi, che hanno dedicato tanto tempo ed energie al Tempio G negli ultimi 12 anni: Sebastiano Tusa, Mario Luni e Gastone Buttarini, restauratore e disegnatore urbinate”.

Nella fase attuale si è già alle indagini preliminari e alle scansioni tridimensionali del Tempio G. Queste operazioni permettono di ricostruire virtualmente l’identikit del monumento.

Previste indagini archivistiche, bibliografiche, iconografiche, il rilievo fotogrammetrico e laser scanner 3D, la mappatura dei materiali con cui fu costruito.

Il cantiere che porta e porterà avanti questa ricostruzione, è un cantiere definito parlante perché permetterà di seguirne le diverse fasi: verrà realizzato un corner multimediale e sarà proiettata, con un filmato, la ricostruzione virtuale del Tempio, spiegata anche attraverso un fumetto sulle tecniche di costruzione dei monumenti classici.

Altra nota-curiosità di valore: in questi mesi è in corso al Parco di Selinunte la grande mostra “Ars Aedificandi” di MondoMostre che narra e descrive i cantieri nell’antichità oltre a presentare le riproduzioni in scala 1:1 delle principali macchine utilizzate in quelle lontane epoche per erigere i templi.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonio Gaggera ha detto:

    Il dibattito sull’opportunità di ricostruire il maestoso tempio G va avanti da parecchi decenni. Ricordo che mio padre, da studente attivo in associazioni per lo studio e la promozione dell’area archeologica selinuntina, mi raccontava che, di fronte all’ipotesi di ricostruzione del grande tempio, era prevalsa l’idea di lasciare spazio all’immaginazione del visitatore, anche per non correre il rischio di rierigere qualcosa di non fedele all’originale.
    La ricostruzione di tre colonne, praticamente sdraiate e, quindi, facilmente identificabili nella loro struttura originaria, mi sembra un buon compromesso che può avviare altri lavori che diano slancio al parco archeologico, uno dei più belli e importanti dell’antichità siceliota e greca in generale.

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    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Ecco, siamo proprio al punto giusto: ricostruzione di ciò che è evidente e suffragato da dati e rimanenze certe invece di voler ricostruire tutto per forza con inevitabili “invenzioni” e forti compensazioni su parti non chiare o mancanti. Anche perché dal dominio cartaginese in poi l’area templare e non solo servirono da cave per estrarre pietra oltretutto già lavorata… invece di andarla a prendere nelle più lontane cave di Cusa

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